L’odio è uno solo e ognuno ha il proprio dio, così si potrebbe forse tradurre il gioco di parole contenuto nel titolo Credoinunsolodio dopo aver visto lo spettacolo tratto dall’omonimo testo di Stefano Massini andato in scena al Piccolo Teatro Studio in prima nazionale sabato 25 marzo. Odio- dio-io: nella lingua italiana una progressione sillabico-concettuale che ha del formidabile; se l’io si muove sul limite tra dio e odio come nella scelta tra la parte alta del sé, quella che può sperare di attingere al divino, e la rivincita dell’ego che sente come solo la lotta per il dominio sia in grado di poter riempire la vita, e se dentro a quest’ultima dimensione dio viene recuperato come una sorta di indice di condensazione identitaria, non ci troviamo dalle parti di certo fanatismo religioso? Viceversa, se non c’è dio e non c’è odio non siamo dalle parti di chi cerca un senso alla vita dell’uomo sulla terra a partire dalla ragione e dalla conoscenza di stampo laico? Tuttavia, se da quella posizione può essere relativamente facile tenere a bada dio, come la mettiamo con l’odio?

Per la professoressa israeliana Eden Golan inizialmente non sembra esserci né dio né odio: il suo atteggiamento è tutto volto a far prevalere la ragione, a non farsi condizionare dalle parole d’ordine della guerra fratricida tra israeliani e palestinesi, essa ribadisce con sospetta insistenza la sua estraneità a ogni integralismo sionista, come recita il programma di sala. Per la giovane studentessa palestinese Shirin Akhras viceversa, dio e odio sono dalla stessa parte, l’uno sembra generarsi dall’altro dal momento che l’oppressione israeliana è vissuta dal suo popolo come violenza quotidiana. Infine, c’è la soldatessa americana Mina Wilkinson, con una disposizione più cinica, che non riesce a capire le ragioni di questo sentimento devastante, ma in qualche misura sa di esserne implicata.

 

 

La vicenda comincia a scorrere. La studentessa deve superare alcune prove prima di essere ammessa al martirio, il suo compito è far saltare per aria singoli o coppie di giovani adepti, bombe umane, che andranno a posizionarsi, carichi di tritolo, nei check-point, o nei locali della movida cittadina, in modo da fare più vittime possibile. Così incrocia il destino della studiosa israeliana, che vediamo quasi subito coinvolta in un attentato, a cui scampa; ma lo shock la conduce gradualmente in uno stato di incertezza riguardo i propri sbandierati principi, fino al momento in cui la sentiamo cogliere in sé, in uno spasmo di autoanalisi, il primo segno di cedimento per aver fatto un cenno di assenso con la testa, muto, ma ai suoi occhi inequivocabile, alla battuta di un collega che dice, riferendosi ai terroristi: se fossi un medico non li vorrei curare.

Così, di prova in prova, in progressione drammatica, il destino avvicinerà via via le protagoniste, fino al momento in cui la loro vita dipenderà da uno zaino, pieno di esplosivo, posizionato da un’altra martire in un bar nel quale tutt’e tre, per caso, finiscono per trovarsi; e prima che la soldatessa, stavolta allertata dall’intelligence,  riesca a capire chi sia la terrorista e a  neutralizzarla, l’esplosivo, innescato, compie la strage. Il finale è giocato sull’ambiguità di un impossibile riconoscimento, dal momento che le tre donne che stanno davanti al fucile della soldatessa – la professoressa, la studentessa palestinese e colei che dovrà innescare la bomba (quest’ultima un’assenza-presenza, in realtà) – risultano indistinguibili a causa di un’indumento indossato allo stesso modo da tutt’e tre; ed è guarda caso lo scialle della professoressa, che quest’ultima ha avvolto attorno alla propria testa per ripararsi dalla pioggia, a renderla simile alle altre due, coperte dal velo.

In questo momento il testo prende le movenze frenetiche e fatidiche di un colpo di grazia, l’avvicinamento tra le protagoniste è compiuto; le ultime battute, identiche per tutte, vengono dette a turno a mostrare come la distanza dei punti di vista e delle storie ora si è ridotta a un’unica situazione, estrema, dove tutto sta per precipitare definitivamente; finché un lungo, bianco, accecante lampo di tutte le luci, da sentirne il calore sul viso, ci restituisce all’epilogo, e al prologo, della morte delle tre donne, annunciata fin dall’inizio dal conto alla rovescia.

In una scenografia che occupa la totalità della scena aggettante del Piccolo Teatro Studio si distinguono i residui di un ambiente che è stato una volta, più volte, bombardato: un architrave di porta miracolosamente illeso, ma smangiato da una bomba, è tuttavia sospeso sull’equilibrio precario di un rovinare sempre imminente; un pavimento a riquadri ospita alcune sedie e tavolini da bar; un muro sbrecciato in fondo, preceduto da un rialzo praticabile, che rende incerto il deambulare delle attrici: è un ambiente che risulta sintesi tra interno ed esterno, in quella assurda concomitanza tra dentro e fuori che è l’emblema più evidente di un’avvenuta catastrofe; quando lo spazio privato, con i suoi elementi poveramente quotidiani è violato e rigurgita all’esterno, e lo spazio esterno, pubblico, piomba  a schiacciare l’ambito dell’intimità domestica.

Così noi vediamo le due dimensioni scivolare una nell’altra sullo sfondo di uno schermo panoramico bianco, che assume via via varie tinte e tonalità, e sul quale vengono proiettati dei numeri: è un conto alla rovescia, un’indicazione temporale che rimanda al destino già compiuto, a quell’esplosione che accomunerà la sorte delle tre protagoniste, e fin dall’inizio si fa percepibile nell’ossessivo ripresentarsi di quella data e di quell’ora.

L’ambiente rimanda dunque anche a una dimensione simbolico-onirica, sottolineata potentemente da una partitura sonora tutta elettronica, fatta eccezione per un unico song che si fa strada nel crescendo di paranoia e angoscia: God is in the house di Nick Cave.

Sospese sulla scena, altre sedie e tavolini che scenderanno a popolare lo spazio del caffè sul racconto della prima esplosione, cui sopravvive la professoressa israeliana.

 

 

Non c’è dialogo tra le protagoniste, ciascuna è immersa in un proprio monologo interiore col quale esplicita il proprio punto di vista e descrive a volte le proprie azioni, il che determina in certi momenti un curioso effetto di eco tra la didascalica battuta del personaggio e il movimento corrispondente dell’attrice in scena. Tuttavia la naturalezza con cui le attrici si adagiano in questo procedimento, adeguandovisi senza alcuna enfasi, scivolando quasi tra una battuta e l’altra non lo rende macchinoso, né illustrativo.

Ci troviamo di fronte a un apice lirico che potrebbe essere maggiormente messo a punto, secondo noi, quando le attrici, in seguito alla prima grande esplosione (che viene resa con un boato di matrice elettronica, cui segue sobbalzo della platea) prendono a coricarsi in vari punti dello spazio assumendo diverse posture, contorte, che richiamano quanto si potrebbe presumibilmente vedere nei corpi di chi sia stato scaraventato a terra a seguito di un’esplosione, e così facendo ricostruiscono, per sineddoche, l’immagine dei tanti cadaveri che la bomba ha disseminato attorno.

Forse da limare un po’ l’inizio, con l’entrata in scena delle attrici ancora non calate nei personaggi, che percorrono lo spazio in una sorta di coreografia di cui non risulta chiaro il senso, con corse e passaggi sotto ai tavoli e gimkane tra le rovine che non aggiungono nulla, e anzi forse tolgono incisività allo spettacolo, che entra invece con giusta forza nel suo vero principio dal momento i cui, con semplici elementi di costume – una giacchetta di foggia occidentale, un velo in testa, una giubba militare – le attrici neutralizzano la semplice mise in pantaloni e canottiera con cui avevano preso possesso della scena. Sala piena e applausi ripetuti.

 

FRANCO ACQUAVIVA

Credoinunsolodio, di Stefano Massini, diretto e interpretato da Manuela Mandracchia, Sandra Toffolatti, Mariangeles Torres – Visto il 25 marzo 2017 al Piccolo Teatro Studio Melato – in scena fino al 13 aprile 2017

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