Elena Bucci, Non sentire il male - foto Archivio Nomadea

 

«La tradizione delle arti sceniche contemporanee» è il punctum della proteiforme Stagione in corso al Teatro Sociale di Novafeltria, piccolo paesino fra le colline sopra a Santarcangelo di Romagna.

Punctum. Si usa questo termine nell’accezione proposta da Roland Barthes nel suo La camera chiara. Nota sulla fotografia: ciò che rimanda all’aspetto emotivo dell’incontro fra spettatore e opera (in contrapposizione, o in parallelo, a studium, che il celebre semiologo strutturalista francese associa al côté razionale e referenziale. Detto in altri termini: quali emozioni muove vs quali informazioni trasmette).

Un primato dell’emozione pare intridere sia l’appassionata direzione artistica di Fabio Biondi, qui impegnato a costruire «un nuovo progetto di cultura del teatro che non sia la semplice somma di spettacoli», sia la proposizione di Elena Bucci, artista che nel 2016 ha ricevuto i prestigiosissimi Premi Eleonora Duse (nomen omen) e Ubu come miglior attrice.

Incontrammo per la prima volta la fondatrice delle Belle Bandiere, in un sabato pomeriggio di primavera nei primi anni Duemila, nel foyer di un paludatissimo teatro forlivese. Lì raccontava, assieme allo storico del teatro Claudio Meldolesi, il suo allora nuovo spettacolo Non sentire il male – dedicato ad Eleonora Duse. A un certo punto della presentazione si alzò in piedi, chiuse gli occhi e, senza preavviso, ne eseguì un frammento. Nonostante l’orrendo tavolo da conferenza e l’orrendo neon che illuminava quella triste sala, un’indicibile emozione ci ammutolì per qualche ora.

A distanza di anni, molte cose si potrebbero dire dell’universo poetico di Elena Bucci.

Ora se ne possono enunciare almeno tre.

  1. Gli occhi

In quel chiudere gli occhi (di allora, di sempre) si può forse intravedere una caratteristica ritrovata in numerosi altri suoi spettacoli, soprattutto quelli in solitaria, e ancora in questo Non sentire il male: una concezione antica della sua funzione, qualcosa che si potrebbe associare alla figura dell’aedo (il poeta, nella società greca classica).

Funzione: «compito specifico, assegnato o riconosciuto nell’ambito di un’attività organizzata o di una struttura», suggerisce il vocabolario Treccani.

L’aedo è -come il re, l’indovino e il sacerdote- colui (o colei, in questo caso) che stabilisce una relazione speciale con il trascendente, e a cui per questo si deve rispetto: la parola poetica non è -secondo quel sistema di pensiero- prodotto umano, ma dono della divinità. Il carattere ultraterreno degli aedi si radica nel fatto che essi sono Ministri delle Muse. Demodoco, che le Muse amava in modo eccessivo, ricevette un dono e, allo stesso tempo, una sventura: la privazione della vista insieme al dolce canto.

  1. La mobilità

Un altro elemento che caratterizza Non sentire il male è la sua costitutiva mobilità. Dopo decine e decine di repliche e oltre quindici anni di vita, lo spettacolo permane mutevole, dannazione e grazia dello spettacolo vivo e dal vivo, come Elena Bucci ebbe a dirci in un’intervista di qualche anno fa: «Spesso mi accade, in occasioni diverse, di riscrivere in diretta, improvvisando davanti al pubblico, ricordi personali, racconti, biografie, magari intrecciandoli a trame di spettacoli già molto praticati, come Autobiografie di ignoti o lo spettacolo su Eleonora Duse, che mi accompagna da molti anni mutando con  me. In quei momenti di creazione pura, che attinge dal reale e dalle letture in modo anarchico e sorprendente -momenti di assoluto stupore e gratitudine- ho davvero la sensazione di poter attingere ad un materiale dormiente ma presente, che di volta in volta mi viene in aiuto».

 

Eleonora Duse

 

  1. Il super-personaggio

Lo storico del teatro Marco De Marinis, anche citando il fondamentale studio di Mirella Schino, parla di Eleonora Duse come super-personaggio: «possibilità, per l’attore, di “travalicare l’unità artistica costituita dal personaggio” e di “usare elementi di una parte per altre parti” fino ad arrivare a una sorta di “dramma continuato” o di vero e proprio “repertorio-canzoniere” […] nel senso di una serie di opere (le rappresentazioni) che hanno vita a se stante, ma possono anche proporre una lettura diversa, in sequenza, come se i singoli frammenti, i singoli personaggi delle diverse pièces, fossero le parti emergenti, le diverse fasi di sviluppo di un romanzo o di un ciclo sommerso».

Marco De Marinis nota come il super-personaggio fisso riappaia anche nel teatro di ricerca contemporaneo: Cieslak, Beck, Iben Nagel Rasmussen, Carmelo Bene e il maestro della stessa Elena Bucci, Leo De Berardinis.

Azzardo: è forse possibile leggere la mappa attorale di Elena Bucci come super-personaggio, al pari della figura da lei evocata in Non sentire il male? Forse sì, nel senso sopra accennato. E forse anche, nella vitale ibridazione fra arte e vita qui suggerita, secondo l’intreccio di due funzioni sintetizzate da Patrice Pavis nel suo Dizionario del teatro: «Il performer è colui che parla e agisce a suo nome (come artista e persona), rivolgendosi al pubblico in tale veste, mentre l’attore rappresenta il proprio personaggio e finge di non sapere di essere un attore di teatro. Il performer realizza una messa in scena del proprio io, mentre l’attore recita la parte di un altro».

Elena Bucci e (è) Eleonora Duse, appunto.

 

MICHELE PASCARELLA 

 

Visto al Teatro Sociale di Novafeltria (RN) il 2 aprile 2017 – info: lebellebandiere.it, teatrivalmarecchia.it

 

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