Tri tri tri,
fru fru fru,
ihu ihu ihu,
uhi uhi uhi!

Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente!
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.

Aldo Palazzeschi, pseudonimo di Aldo Pietro Vincenzo Giurlani, è stato uno scrittore e poeta italiano, uno dei padri delle Avanguardie storiche: ha tutto il sapore, e la lungimirante visionarietà, di una finalmente inutile follia dadaista il Visual Bluff proposto ieri sera alla Casa del Teatro di Faenza da Beatrice Cevolani, Hendry Proni e Delia Trice, in arte Panda Project, «casa/progetto in cui tre artisti freelance provano, sperimentano e portano al pubblico tutto quello che altri lavori non includono o soprattutto non chiedono».

Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!

Cosa sono queste indecenze?
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche!
Sono la mia passione.

Farafarafarafa,
tarataratarata,
paraparaparapa,
laralaralarala!

Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la spazzatura
delle altre poesie

Bubububu,
fufufufu.
Friu!
Friu!

Ma se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?

bilobilobilobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù.
U.

Finalmente inutile, si diceva: Visual Bluff  ha il grande merito, a nostro del tutto sindacabile avviso, di non occuparsi di messaggi, morali, contenuti. È puro gioco, gioia dell’accadere che esiste e vale in quanto tale: in quanto -semplicemente, fenomenologicamente- élan, slancio, capriola, sberleffo, vita in movimento.

Non è vero che non voglion dire,
voglion dire qualcosa.
Voglion dire…
come quando uno
si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.

Aaaaa!
Eeeee!
Iiiii!
Ooooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!

 

 

Ciò che giustifica (fa stare in piedi) questa folle proposizione performativa interattiva (il cui oggetto -se di oggetto si può parlare- è una scanzonata ironia sul mondo del teatro) è la téchne dei tre interpreti, la loro abilità e precisione nelle variazioni ritmiche, il loro affiatamento.

Ma giovanotto,
ditemi un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con così poco
tenere alimentato
un sì gran foco?

Huisc…Huiusc…
Sciu sciu sciu,
koku koku koku.

Ma come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate in giapponese.

Abì, alì, alarì.
Riririri!
Ri.

La comicità, si sa, è inseparabilmente connessa con lo spettacolo umano: dove non c’è l’uomo (o qualcosa, animale o oggetto, che lo imiti, lo ricordi o ne esprima la presenza) essa ben difficilmente nasce. Prendiamo uno spaventapasseri: in sé non ha altri significati, se non quelli che gli derivano dalla sua propria funzione. Lo spaventapasseri diventa comico in quanto posto a contrasto con lo schema dell’uomo così come si presenta nella nostra esperienza: come frattura di una linea umana. È questo trattare se stessi e i costantemente coinvolti “spett-attori” come spaventapasseri una delle chiavi della (per noi irresistibile) comicità di Panda Project.

Un’altra porta d’entrata a quel loro mondo sghignazzante (ma si potrebbe a lungo continuare) è il distacco, termine da intendersi in senso socratico: Visual Bluff pare muovere dalla distanza, propria e altrui, verso certe contraddizioni o fratture della comune umanità (teatrale) per introdurre attraverso di esso -giovandosi di quei lati della coscienza lasciati indifesi dall’indifferenza- una valutazione che dal disinteresse (che rende possibile il comico) emerge.

Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi è bene che non la finisca.
Il divertimento gli costerà caro,
gli daranno del somaro.

Labala
falala
falala
eppoi lala.
Lalala lalala.

Certo è un azzardo un po’ forte,
scrivere delle cose così,
che ci son professori oggidì
a tutte le porte.

 

 

Un limite di questo lavoro è, forse, quello di rivolgersi (prioritariamente? esclusivamente?) a una comunità pre-definita: a quella società teatrale che sa di cosa si sta ridendo, e di tale consapevolezza identitaria -consapevolmente o meno- si compiace. Ma tant’è: gran parte degli spettacoli oggi in circolazione funzionano così, purtroppo.

Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!

Infine io ò pienamente ragione,
i tempi sono molto cambiati,
gli uomini non dimandano
più nulla dai poeti,
e lasciatemi divertire!

Lo spettacolo sarà in scena anche questa sera, domenica 2 aprile alle ore 21, a Modena (a Drama Teatro, via Buon Pastore 57 – info e prenotazioni 328 1827323, info@dramateatro.it).

Chi può, oggi o in altre occasioni, vada.

 

MICHELE PASCARELLA

 

PS le parti in corsivo riportano la poesia di Aldo Palazzeschi E lasciatemi divertire (canzonetta), 1910.

 

Visto alla Casa del Teatro di Faenza (RA) l’1 aprile 2017 – info: teatroduemondi.it, pandaproject.it

 

1 COMMENT

  1. Grazie mille, Michele!
    Leggerti ci ha fatto un gran piacere.
    Ovviamente ti ringraziamo per le precise parole che ci rivolgi ma soprattutto per la bellezza del tuo articolo. Amiamo Palazzeschi e ogni occasione per rileggerlo è un rinnovato incanto.
    Trovare “E lasciatemi divertire” vicino a pensieri sul Panda Bluff ci ha fatto uno strano effetto perché ci ha ricordato che la (canzonetta) era proprio tra i materiali raccolti come spunto da cui partire (e, alla fine, allontanarsi molto) per una parte dello spettacolo.
    Speriamo che non ci sia il bisogno di dire che non è nemmeno nei nostri sogni più arditi volerci paragonare a Palazzeschi ma troviamo le tue suggestioni incredibilmente pertinenti.
    è vero, il Panda Bluff è il nostro modo per dire, per dirci, lasciateci (lasciamoci) (ma soprattutto lasciatevi) divertire.
    Grazie quindi per le parole. Tutte, anche quelle dell’ultimo paragrafo.
    I Panda Project

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