«Facciamo che questa grotta, anche se è piccola, è una piazza. La piazza più grande di Assisi. Immaginala così. Chiudi gli occhi…»: a primo acchito Cantico di Giulia Zeetti propone i classici stilemi della narrazione in musica (come da onesto sottotitolo). Un’attrice e un leggio. Un musicista e una cantante. In questo caso, tutti di livello: la stessa Giulia Zeetti, della quale qualche anno fa avevamo ammirato la sanguigna maestria nell’entusiasmante Stava la madre (di Angela De Mattè, regia di Sandro Mabellini e musiche di Ambrogio Sparagna); il salernitano Peppe Frana, stabile collaboratore di molti artisti e progetti di qualità nell’ambito della musica antica, orientale ed extracolta; Francesca Breschi, componente dal 1990 del Quartetto Vocale di Giovanna Marini e collaboratrice, fra gli altri, di Nicola Piovani, Elio De Capitani, Francesco de Gregori, Roberto Roversi, David Riondino, Emilio Isgrò, Mario Brunello, Marco Paolini e Vinicio Capossela.

Tutto in regola, dunque, sulla carta. Artisti capaci, appunto. Testo “d’autore”, elaborazione drammaturgica di Giulia Zeetti del romanzo di Aldo Nove Tutta la luce del mondo e di Fonti Francescane. Tema celebre -e certo apprezzabile- riletto da un punto di vista eccentrico (la biografia romanzata di San Francesco, vista attraverso gli occhi del nipote bambino del Santo di Assisi, come recita il sottotitolo del testo di Nove): uno slittamento che può dare avvio a quel gratificante “gioco delle aspettative” secondo il quale il gusto del fruitore è dato dal riconoscere le variazioni sul tema realizzate su qualcosa di già noto (Bruno Munari, con i suoi molti Cappuccetto, docet).

Dunque, sulla carta: tutto in ordine, tutto “giusto”.

Dunque, sulla carta, pericolosamente inutile.

E invece.

Invece quel che sorprende, in questo Cantico, è una rara, salvifica attitudine alla scomparsa. 

L’immagine posta in apertura di queste brevi note ci pare felicemente sintetica di ciò che stiamo provando a dire: tre artisti che non pongono il loro saper fare, la loro indubbia téchne, come legittimazione del patto scenico tra sé e lo spettatore («io sono artista e tu no perché io so recitare/suonare/cantare come tu non sai»).

Zeetti, Frana e Breschi mettono il loro lavoro al servizio di qualcosa di impalpabile, finanche di misterioso: come nell’usanza giapponese dei tanzaku, foglietti di poesie dettate dalla passione umana lasciate a penzolare al vento finché l’acqua e le intemperie non arrivino a cancellare la pressione calligrafica e a riportare le lettere a puro ammasso di graffiti su una carta in procinto di macerare e tornare materia indistinta, dunque di scomparire.

Sono in questo senso perfetti i costumi, creati da Ayumi Makita in collaborazione con gli allievi di scenografia dell’accademia di Belle Arti di Perugia: «È stato realizzato un fondale fatto di stoffe dipinte che suggeriscono alcuni ambienti descritti nel romanzo di Aldo Nove e raffigurano una foresta come luogo ideale di meditazione. I costumi, realizzati con gli stessi tessuti, rendono le figure degli interpreti macchine attoriali che si sovrappongono al fondale, confondendosi in esso».

Cantico fa progressivamente entrare in una «zona di indiscernibilità», per dirla con il Deleuze di Logica della sensazione, che si propone come pre-requisito necessario di questa semplice architettura: si fa tutto per una piccola luce. Tutto per «lo zio Francesco, che si faceva chiamare “Francesco piccolino”».

Chapeau.

 

MICHELE PASCARELLA

 

Visto al Teatro Comunale di Narni (TR) il 28 marzo 2017 – info: teatrostabile.umbria.it

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here