Inaugura questo fine settimana, alle Artificerie Almagià di Ravenna, Fahrenheit 39, il festival dedicato alla ricerca e al design nell’editoria. Giunto quest’anno alla sua settima edizione, nel tempo Fahrenheit 39 si è evoluto in una piattaforma sempre più articolata in grado di rendere conto della complessità delle pratiche legate al graphic design e al formato libro. Oltre ad una sezione per gli espositori – scelti tramite open call – il programma dei tre giorni di festival include infatti una serie di conferenze, due workshop e una mostra con una selezione di progetti editoriali pubblicati nell’ultimo anno. Dal titolo I AM YOU, YOU ARE ME, l’edizione del 2017 si propone di esplorare il rapporto tra l’editoria e le pratiche performative, insistendo sul nesso tra il linguaggio, il gesto grafico e l’uso del corpo.

Dietro Fahrenheit 39 c’è l’associazione culturale ravvenate Strativari (Emilio Macchia, Fabio Sbaraglia e Gioia Boattini), formatasi nel 2010 con l’intento di promuovere la ricerca nell’ambito delle arti visive, e curatrice anche di offset, un progetto d’indagine sulla città di Ravenna che si è tradotto in una serie di manifesti, proposte grafiche e pubblicazioni. Erica Preli, grafica bolognese, ha collaborato con Strativari per la produzione degli ultimi quattro anni di festival, mentre per l’organizzazione di I AM YOU, YOU ARE ME è stato coinvolto anche Stefano Faoro, artista, graphic designer e performer attualmente di base a Vienna.

Abbiamo contattato Emilio Macchia, Stefano Faoro e Erica Preli, team curatoriale di questa edizione, con qualche domanda sul Festival, sulla sua storia e sul suo programma.

Al via il 19 maggio la settima edizione di Fahrenheit 39. Come nasce l’idea del festival, e come si è evoluto negli anni?

Il progetto nasce nel 2010 e ha radici nella necessità di creare un’occasione di confronto e di raccolta delle idee tra persone e realtà che praticano e concepisco il design grafico in un modo a noi affine, con un particolare interesse per la ricerca e la sperimentazione. Il primo e vero motore dell’iniziativa è sicuramente il piacere nel riunirsi nello stesso luogo per poter condividere spazio, tempo, pensieri e progetti; il mestiere del grafico può diventare molto solitario e fa sempre bene ritrovarsi.

Organizzare un festival permette di incontrare tante persone nuove, conoscere i progetti altrui e far convergere diversità; fonte di grande arricchimento. Si può forse dire che le motivazioni che ci hanno portato a concepire Fahrenheit 39 possono essere definite un po’ egoistiche. Ma dopo una prima, acerba ma molto partecipata edizione che consisteva solo nella mostra dei libri, abbiamo capito che c’era il terreno per continuare e far crescere un vero e proprio appuntamento annuale di ricerca e approfondimento.

Questa crescita continua tutt’ora e di anno in anno la proposta si è ampliata fino ad arrivare al programma di questa settima edizione che, come ogni anno, ci sembra la più speciale. Quest’anno c’è la novità di un triangolo curatoriale (Emilio Macchia, Stefano Faoro, Erica Preli), due workshop per studenti, operatori o ricercatori; sei conferenze di grafici e grafiche, editori e editrici, artisti e artiste, mostra dei libri, mostra degli editori/editrici, un’installazione e una mostra sul tema del libro in una sede distaccata nel centro della città.

Fin dalla prima edizione avete lavorato a Ravenna, allargandovi da una prima location più piccola (Ninapì Nesting Art Gallery) fino agli spazi dell’Artificerie Almagià. In questo percorso siete riusciti a far coesistere un’attenzione per il locale con ospiti internazionali, come, per citare solo l’ultima edizione, Joachim Schmid e gli Experimental Jetset. In che modo Fahrenheit 39 si inserisce nella vita della città? Cosa significa per voi lavorare a Ravenna?

Lavorare a Ravenna rappresenta per noi una fortuna e uno stimolo. Questo perché, da un lato, Fahrenheit 39 si inserisce nel ricco contesto culturale cittadino, affiancando le numerose iniziative presenti; dall’altro perché rappresenta un’occasione per la città di aprirsi e accogliere un pubblico inedito, internazionale. Sia gli ospiti che i visitatori della fiera appartengono a una scena abbastanza precisa, quella dell’editoria indipendente. Una rete di relazioni puntuali che negli ultimi quindici anni si ritrova, ciclicamente, per condividere esperienze e conoscenza. A Fahrenheit 39 abbiamo sempre cercato di trovare un punto comune tra amatori, studenti, professionisti e curiosi. Considerando il mondo dell’editoria come un luogo ideale per la condivisione dei saperi, per il dibattito interno ma anche per la divulgazione e per affrontare, assieme a tutta la città e agli ospiti della fiera, tematiche rilevanti al contemporaneo.

– Ogni anno individuate un tema attorno a cui sviluppare Fahrenheit e le sue attività, stratificate in workshop, incontri, mostre e una sezione per gli espositori. Quest’anno al centro del vostro lavoro c’è il rapporto tra l’editoria e le pratiche performative. In che modo intendete questo rapporto e in che modo sarà sviluppato?

La volontà di indagare il rapporto tra editoria e pratiche performative viene da un’osservazione attenta di alcuni grafici e artisti che ci interessano, nostri coetanei e non. Ci siamo accorti che sempre più spesso i grafici collaboravano e producevano performance; quali danza, teatro, recitazione. E, viceversa, tanti artisti della performance lavoravano con artefatti comunicativi; tipografia, immagini, editoria. Abbiamo deciso di affrontare questo tema. Abbiamo invitato una curatrice, Barbara Casavecchia, che parlerà dell’uso che negli anni 60-70 un gruppo di artiste italiane faceva del libro in relazione a pratiche artistiche legate alla ricerca sul linguaggio, in tutte le sue coniugazioni. Ci sarà Astrid Seme che fa del rapporto tipografia/parola parlata uno dei punti della sua ricerca e produzione. Il duo svizzero Maximage terrà un workshop sull’uso dei processi di stampa come territorio per la sperimentazione. Ospite d’onore sarà Karel Martens, un importantissimo graphic designer olandese che ha fatto della pratica della stampa e della costruzione di sequenze visive un inesauribile fonte di materiale con cui trasformare il linguaggio visivo. Abbiamo allestito una mostra, Substitutes, alla galleria MyCamera, qui a Ravenna. Una mostra di immagini di libri, mandate da artisti e designer di tutto il mondo. Una mostra in cui ci siamo chiesti quali sono le forme del corpo, in tutte le sue accezioni, quando si trova tra le pagine di un libro. Corpi immobili o in movimento; fotografati, disegnati raccontati, accennati; corpi che diventano strumenti e strumenti che sorreggono i corpi; corpi che si trasformano, eccedono se stessi. Ci accorgiamo sempre di più come la stampa sia il luogo luogo in cui tutti i linguaggi inevitabilmente coincidono.

Anche per quest’edizione avete attivato un open call aperta alle pubblicazioni uscite durante l’ultimo anno, che sembra voler fotografare lo stato delle pratiche artistiche legate alla forma-libro. Quale direzione, nella vostra esperienza, stanno prendendo queste pratiche, pensando, ad esempio, ad una presenza sempre più pervasiva del digitale? E che posizione ha un festival come Fahrenheit al loro interno? 

Il festival nasce con l’intento di rispondere proprio a questa domanda. O meglio, di avere ogni anno una risposta nuova! È sempre stato il nostro obiettivo, provare a seguire le dinamiche di una disciplina in continuo divenire. Una delle variabili più importanti è stato proprio l’avvento del digitale. Se pensiamo alla professione del graphic designer, lavoro ontologicamente legato alla stampa, il digitale ha permesso non solo la possibilità di lavorare con nuovi supporti e nuove tecnologie, ma ha anche facilitato aspetti del lavoro che rimanevano fino ad allora preclusi perché costosi, complicati, puntuali. Basta pensare all’accesso ai mezzi di produzione quali software o caratteri tipografici, alla distribuzione, alla reperibilità delle informazione, allo studio e alla ricerca; e, per concludere, a ciò che, bene o male che sia, il digitale ha portato nelle esistenze di tutti: la condivisione della vita, in tutti i suoi aspetti.

Intervista a cura di IRENE ROSSINI

Per tutte le Info su Fahrenheit e sul programma di questa edizione: fahrenheit39.com, fb: Fahrenheit 39

L’immagine della settima edizione di Fahrenheit 39 è stata realizzata da Michele Papetti

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