foto di Alessandra Dragoni

 

Da un po’ di tempo sperimento, per una parte dei lavori che incontro, una modalità di restituzione che funziona così: durante gli spettacoli prendo alcuni appunti sul mio taccuino. Inevitabilmente (anzi: intenzionalmente) frammentari.

A seguire li ricopio qui.

Nessun approfondimento.

Alcuni lampi.

Qualche artista vanitoso ogni tanto si offende, perché la sua ricerca «richiederebbe ben altra attenzione» rispetto a queste poche righe.

Pazienza.

Mi consolo in anticipo con Ennio Flaiano: «Il segreto è raggiungere da professionisti la disinvoltura dei dilettanti, non prevalere, far credere che la cosa sia estremamente facile, un divertimento che trova la sua ragione di esistere nel fatto di essere più leggero dell’aria».

Buona lettura.

 

foto di Nicola Baldazzi

 

Inferno

Tomba di Dante. Uomo con zaino da camminatore, pantaloni e camicia marroni, pancetta e panciotto. Ermanna dice versi danteschi, in puro stile «non scuola» il coro ripete, energico. L’uomo con zaino, appoggiato al muro, dice i versi con Ermanna. Li sa tutti a memoria: qui Dante è cosa viva.

Camminiamo verso il Rasi. Megafono e cori. Frammenti raddoppiati. Una processione: nel cristianesimo e in altre religioni, già dell’antichità, «rito liturgico con funzione espiatoria o propiziatoria». Quale bene si invoca, qui? Forse l’essere insieme. Forse l’essere altrove.

I versi della Commedia si mescolano alle scritte in strada: «Stop fermare qui il veicolo grazie», «Casa Vignuzzi già Grossi», «Ex orfanotrofio femminile», «Forte come l’acciaio», «Studio 4 vendesi», «Mo.Da café».

Signore della Ravenna-bene fotografano Marco e Ermanna a ripetizione: il gioco delle parti.

Silvia Pagliano e Serena Cenerelli con giubbotto giallo fosforescente e palettona tonda bifronte rossa e verde bloccano il traffico, mentre passiamo.

Marco e Ermanna molto sorridenti, musica di tromba avvolgente, imbrunire mielato: l’inferno dov’è?

 

foto Cesare Fabbri

 

Per me si va, inciso sulla facciata del Rasi.

Poi entriamo.

Subito aggrediti da voci e afrori di una ridda urlante di guerriglieri con fucili e vestiti mimetici: si è nel regno della rappresentazione. O meglio: si sta sulla linea che separa, o unisce, l’esperienza concreta (l’andare) alla sospensione dell’incredulità, pre-requisito necessario a ogni fruizione propriamente teatrale (affinché il gioco funzioni devo credere che i fucili che i giovani urlanti davanti a me imbracciano siano veri?).

Poi, di colpo.

Parate, bandiere, mucchi di scale di legno accatastate, uomini con facce annerite, percussioni battenti, donne urlanti.

Barocco. Organizzare la meraviglia. Che qui pare essere direttamente proporzionale all’uso degli smartphone: foto e video pubblicati in diretta su Facebook e inviati via WhatsApp, con punti esclamativi, cuori e wow. Il pubblico «vero» è anche questo.

Azioni a coppie: alternanza di immobilità e tensioni muscolari, testi detti sfalsati, tappeto di voci.

Lotta energica: avari vs scialacquatori.

Donne urlanti e noi in mezzo. Sorta di luna park infernale.

Spettacolo-contenitore, sequenza di tappe, montaggio delle attrazioni: Sergej Michajlovič Ėjzenštejn corretto ad usum populi.

«Forza!», «Muovetevi!», «Attenzione allo scalino!».

La saletta dedicata a Mandiaye N’Diaye è dipinta di bianco, materassi ai muri e figure esagitate in camicia di forza si muovono fra il pubblico, che divertito fotografa e filma.

 

foto Cesare Fabbri

 

Come nel mélodrame francese di inizio Ottocento: gesti esasperati, psicologia per nulla sfumata dei personaggi-coro, vicende intense, forte tensione emotiva rappresentata con il supporto della musica, macchinari per far volare le figure, effetti di luce. Rasi-wunderkammer.

Dubbio: quale rapporto fra questo eccedere di segni e l’Inferno? Per l’horror vacui dell’uomo contemporaneo, e per l’odierna predominanza del visivo, non sarebbe più “infernale” un inesorabile svuotamento?

Tutto il Rasi è rivoltato: «spazio drammaturgicamente attivo», si diceva all’università.

Il punto di vista dello spettatore è costantemente variato, la prospettiva resa mobile.

 

foto Nicola Baldazzi

 

Il pubblico si diverte, termine che, vale ricordarlo, nell’etimo rimanda al deviare, al distogliersi.

Sul finale Ermanna nel vuoto, finalmente, dice il Canto XXXIII come lei sa fare. Su un tappeto sonoro minimale solo quelle parole, solo quella voce.

«E se non piangi, di che pianger suoli?».

Si esce passando dal palco.

Nell’abside un gigantesco carillon sul quale due figure nuziali con maschera sorridente si puntano reciprocamente un coltello alla schiena: immagine misteriosa e potente che richiama e moltiplica coloro che hanno guidato questo attraversamento, la loro apparente affabilità.

Sporgersi, finalmente, verso qualcosa di sconosciuto. Di non riconciliato, non ricomposto.

Poi Marco e Ermanna fanno uscire il pubblico, una persona alla volta.

Sarebbe stato bello, e terribile, essere sparati da soli nel mondo, in mezzo a una strada qualsiasi, messi lì e basta, con gli occhi pieni di quell’ultima immagine perturbante. Invece ci si ritrova tutti in cerchio, e subito partono i cori: «Mar-co! Mar-co!», «Er-man-na! Er-man-na!».

Quell’epilogo, al di là dei nostri personali, opinabilissimi gusti, forse riassume uno dei meriti di Inferno, imponente esempio di «teatro di comunità» che da mesi coinvolge centinaia di cittadini di ogni età attorno a un lungimirante progetto culturale e artistico.

 

André Adolphe Eugène Disdéri, Les jambes de l’Opera, 1870

 

Un Inferno capace, un po’ come le cartes-de-visite del fotografo francese André Adolphe Eugène Disdéri a metà Ottocento, di certificare -a beneficio delle persone comuni- il sogno e l’illusione.

 

MICHELE PASCARELLA

 

Visto il 30 maggio 2017 a Ravenna, dalla Tomba di Dante al Teatro Rasi – in scena fino al 3 luglio – info e prenotazioni: 0544 249244, ravennafestival.org 

 

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