Foto Mark Stephan

 

Oggi mi muovo presto da casa, mi aspetta l’ultimo lavoro di un regista di cui ho sentito parlare molto bene: Milo Rau. Appuntamento alle 15 nel foyer del KVS, un grande teatro non molto distante dalla zona del canale di Bruxelles.

Milo Rau nasce a Berna nel 1977 studia sociologia a Parigi, a Zurigo e a Berlino sotto la guida di Todorov e Bordieu. Nel 2007 fonda la compagnia di produzione di teatro e di film International Institute of political murder, che ancora dirige.  Le sue produzioni hanno girato più di 30 paesi nel mondo e sono state ospitate in alcuni dei festival di teatro più importanti d’Europa. Il suo lavoro teatrale intitolato Civil wars è stato selezionato come uno dei 5 migliori lavori del 2014 dagli esperti della Commissione della Suisse State Television.

Quest’anno il Kunst Festival des arts propone Empire, il terzo episodio della sua Trilogia europea. Il suo lavoro parte da alcune domande essenziali per il nostro tempo: cosa significano le parole fuga e patria? Come si può raccontare sulla scena la sofferenza, la perdita e un nuovo inizio? Empire presenta diversi piani biografici di individui venuti in Europa come rifugiati, i loro paesi natali si situano alla sua periferia. Attori originari della Grecia, della Siria, della Romania parlano di tragedia in senso artistico e reale, di tortura, fuga, tristezza, morte e rinascita.

Sulla scena è ricostruita la facciata di una casa fatiscente, caduta in rovina come per effetto di un bombardamento. La scenografia gira su se stessa e ci ritroviamo all’interno della casa e più precisamente nella cucina. Una cucina povera, intorno al vecchio tavolo di legno sono seduti alcuni personaggi che cominciano a raccontare. Il loro racconto è ripreso dagli altri attori-testimoni per mezzo di una telecamera e proiettato sopra le loro teste. Le immagini riprese sono in bianco e nero come a richiamare il mondo interiore di chi parla. Gli attori parlano nella loro lingua madre, aspetto che dona un’intonazione ancora più autentica alle loro parole. La scena dunque si divide tra attori-narratori e attori-testimoni.

Cosa diventano coloro che hanno perduto tutti i loro beni o la loro patria a causa di una crisi o di una guerra? Questi gli interrogativi da cui prendono abbrivio i racconti dei quattro protagonisti di questa pièce.  Sulla scena infatti abbiamo due attori che rappresentano la vecchia Europa così ricca di tradizioni, ma anche di eventi drammatici e al loro fianco due attori siriani che si sono rifugiati in Francia e in Germania negli ultimi anni. I loro racconti tirano fili tra il passato e il presente della storia europea. Fuggito in Germania, all’epoca della dittatura dei colonnelli, il greco Achilleas scopre la vita hippie, il ballo dei cuori solitari e il teatro. Maia Morgenstern, attrice rumena di origine ebraica, divenuta celebre grazie ai film di Anghelopulos e alla sua interpretazione della Vergine Maria nella Passione di Cristo di Mel Gibson, racconta la biografia della sua famiglia. Fuggito dalla Siria con un falso passaporto rumeno, l’attore Rami Khalaf arriva a Parigi, dove lavora per una radio siriana. Per trovare il fratello scomparso consulta migliaia di fotografie di vittime assassinate per mano del regime siriano. Il curdo siriano Ramo Ali racconta di aver trascorso diversi mesi nelle prigioni di Assad, dove gli interrogatori erano sinonimo di tortura, ma anche di autocoscienza.

In Empire vengono mostrate senza ipocrisia le radici violente dell’Europa. Tanto per cominciare gli accordi Sykes-Picot del 1916 attraverso i quali la Francia e la Gran Bretagna hanno stabilito le loro sfere di influenza sull’impero ottomano ormai decaduto. Accordi che hanno generato il problema curdo, queste frontiere artificiali hanno fatto in modo che i curdi siano diventati minoritari in tre paesi in una volta sola: in Iraq, in Siria e in Turchia. Questo vocazione imperialista dell’Europa si ripete nelle biografie degli altri due attori. In seguito alla rivoluzione russa e all’espulsione dei Greci dall’Asia Minore, la famiglia di Achilleas è arrivata in Grecia, mentre la famiglia di Maya Morgenstern racconta indirettamente la storia degli ebrei bielorussi e l’assassinio degli ebrei nel tempo dell’ultima grande esperienza imperialista europea: il Nazismo. Empire sembra negare il tempo esteriore per concentrarsi sul tempo interiore. La verità storica traspare dai racconti soggettivi di questi splendidi attori che accettano di mettersi a nudo, raccontando la loro storia, ricordi dolorosi come spine e lievi come farfalle.

L’attore in fin dei conti è un narratore come afferma Achilleas, qualcuno capace di innalzare le proprie vicende particolari alla sfera dell’universalità. Ciò che è accaduto a questi attori riguarda tutti noi, l’intera collettività del genere umano. Siamo posti di fronte alla necessità storica, al suo accadere, ma guardandoci allo specchio forse possiamo diventare più consapevoli e non cedere all’indifferenza.

Anche la musica gioca un ruolo importante in Empire, sottolineando i momenti drammatici e lo stacco tra una scena e l’altra. La decisione di Milo Rau è stata quella di lavorare con la compositrice Eleni Karaindrou, divenuta celebre per aver lavorato con Theo Angelopoulos. La sua musica riunisce elementi tradizionali e classici, elementi di musica antica e popolare con principi di composizione moderna. Composizioni musicali, dove gli strumenti e le sonorità di differenti popoli sono preservate nella loro singolarità.  Una sintesi delle tradizioni europee.

In Empire emerge un’idea piuttosto pessimista dell’umanità, descrive gli ambiti collettivi, compresa la famiglia, come infestati dalla violenza, dalla perversione o ancora da stupidi malintesi, ma c’è una piccola luce in fondo al tunnel. L’attore è un narratore dice a un certo punto Achilleas, raccontando la propria biografia, e lo spettatore, se il miracolo avviene, può ascoltare le sue vicende con attenta partecipazione o come dicevano gli antichi greci con ‘simpatia’ ovvero com-patendo, provando lo stesso dolore, vivendo per un attimo la stessa vita di chi la sta raccontando. Da questo incontro, che avviene in nome di un’autenticità più alta, depurata da tutto ciò che non è necessario, ci si può attendere una più alta redenzione in questo mondo.

Intimo e allo stesso tempo epico, Empire commuove e cattura per la bellezza e la nudità, la mirabile bravura e naturalezza dei suoi interpreti. Le loro quattro biografie finiscono per comporre la tavolozza di un continente. La conclusione di un viaggio quello della Trilogia europea, di una riflessione sulle radici culturali e la realtà politica contemporanea dell’Europa, un continente situato tra il mito antico di una civiltà evoluta e il suo presente imperialista.

 

VANESSA SORRENTINO

 

Empire di Milo Rau International Institute of Political Murder, visto domenica 21 maggio 2017 al KVS di Bruxelles – info: kfda.be

 

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