Il batterista di Fela Kuti, e non solo, torna col suo Film of Life, a Russi. La parabola senza tempo di un incredibile uomo di ritmo. L’Africa e il mondo, in ogni battito.

C’è ancora bisogno dei Maestri? Di andarli a vedere, di capire come fanno le cose, di cogliere da uno sguardo o da un movimento specifico, magari, anche il “perché” le fanno? Abbiamo ancora bisogno dei Maestri, oggi che farsi una collezione di dischi non significa più nulla, che qualsiasi corrente o tradizione musicale la si può risalire all’istante, senza spostarsi dal divano, che qualsiasi concerto è riprodotto in numeri infiniti di volte, a costo zero, e vivisezionabile in ogni fotogramma a colpi di click?

Anche nella terra di nessuno della musica liquida, l’Africa sta dando la sua risposta. Non c’è musica senza un corpo a suonare, pare dire. E senza qualcuno da far danzare. E non è un caso se proprio tante esperienze riconducibili alla tradizione africana siano fra quelle che muovono ancora gente e interesse, e che stabiliscono ancora una distanza fra il concerto come evento-sociale e il concerto come esperienza fisica, e relazione. Relazione fra le persone, certo, che la musica africana nasce rituale, collettiva e condivisa. Ma anche, ancor prima, esperienza di relazione al suono nella sua fisicità, aria che si sposta, terra che palpita, darsi e prendersi al tempo di una vibrazione condivisa.

I Maestri, appunto.

Di questa Africa che nasce orgogliosa al centro delle proprie radici, ma che poi va al mondo, e dal mondo prende altri stimoli, e li riconverte nella propria lingua, Tony Allen è uno dei simboli più alti e luminosi.

Bastano gli anni con Fela Kuti a consegnarlo alla storia. Anni in prima linea in una Nigeria complicata, a disegnare la grammatica dell’Afrobeat. Con i suoi Africa 70 che sin dal nome suonano come un collettivo di arte contemporanea, e in qualche misura lo sono. E – al  centro di una musica che è anche conquista politica e rivendicazione identitaria – il messaggio-nel-messaggio: un sentire ritmico africano da decostruire, e ricomporre intatto e amplificato all’interno di altri suoni e altre sensibilità. Che non è più solo afrobeat, ma sempre e comunque african beat.

Molti ascoltatori occidentali lo (ri)scoprono, già maturo – Allen è del 40 – chiamato da Damon Albarn in The Good, the Bad and The Queen, un paio di lustri fa. Di recente, a chiudere un cerchio con altre grandi tradizioni ritmiche, Allen omaggia anche Art Blakey, in un disco-omaggio ai Jazz Messengers.

Pauroso uomo di ritmo, Allen, capace di riconvertire le poliritmie africane in groove che sono funk, jazz, new orleans insieme, e sempre assolutamente africane. Capace di riprendere le suggestioni colte della musica europea ed americana, e rimetterle in circolo con quell’idea dionisiaca da popolo del blues di cui parlava Amiri Baraka, nel suo tracciare la distinizione primaria fra “musica bianca” e “musica nera”.

Tony Allen arriva a Russi, e porta ancora una volta il suo Film of Life. Bellissimo titolo per un disco altrettanto bello, e molto celebrato, di qualche anno fa, in cui Allen guida la banda lungo i perimetri più ampi della sua sensibilità e della sua esperienza sonora. Disco e concerto godibilissimi, profondi e vibranti, in cui Allen mostra una modernità come pochi. Una modernità che non è quella di rileggere l’ultima tendenza con il piglio del Grande Saggio, ma quella di avere in mano le chiavi di qualsiasi modernità. Imperdibile, come minimo.

ANTONIO GRAMENTIERI

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