Futuri Maestri - foto di Luciano Paselli

 

È certo vero che ogni proposizione performativa non è che la manifestazione visibile di un percorso altro, più o meno nascosto e articolato.

La stessa cosa si potrebbe dire del pane che abbiamo in tavola: frutto del grano, delle ore di lavoro notturno del fornaio e di tanto altro che non sappiamo.

Nulla di nuovo, dunque.

Ma in alcuni casi, come in Futuri Maestri, pare che il processo che ha portato alla realizzazione dell’opera sia in maniera intenzionale del tutto consustanziale a ciò che è dato vedere: è il percorso svolto, ciò che viene condiviso con il pubblico.

Due anni di laboratori, incontri, seminari con persone di ogni età e provenienza per arrivare a mille ragazzini entusiasti in maglietta colorata che invadono l’Arena del Sole, la platea sgomberata dalle sedute e il pubblico tutto attorno.

Occupano lo spazio con figurazioni e partiture coreografiche molto semplici: linee rette e cerchi, pieni e vuoti.

Molte variazioni di ritmo e atmosfera, proposte con andamento netto, chiarissimo.

I ragazzini declamano e reclamano, protestano e pretendono, predicano e supplicano.

Una focosa volontà di espressione sottende a questo agitarsi: «Se siamo arrivati fin qui è perché adesso vogliamo parlare».

 

Futuri Maestri – foto di Luciano Paselli

 

Gli artisti del Teatro dell’Argine in maglietta, pantaloni e cappellino neri fanno da servi di scena e macchinisti, spostando microfoni e praticabili, al servizio di questa orda festosa e festante. «Ci sono atti d’umiltà che ingrandiscono un uomo», direbbe Erri De Luca.

I ragazzini trasudano tutta la gratuita voglia d’esser lì, il benedetto sperpero, la pura e semplice gioia che solo quella età, se alimentata da guida attenta e amorevole, può avere e dare.

Come non pensare alla non-scuola del Teatro delle Albe, alle migliaia di adolescenti in giro per il mondo, al frammento del Noboalfabeto di Martinelli-Montanari in cui si legge: «La felicità del corpo vivo, la corsa, le cadute, la terra sotto i piedi, il sole, i corpi accaldati dei compagni, l’essere insieme, orda, squadra, coro, comunità, la sfera-mondo che volteggia e per magia finisce dentro la rete. La non-scuola è il campo da calcio dove si gioca per puro, eterno piacere, ignorando il denaro e la gloria».

Futuri Maestri, dal punto di vista stilistico, ricorda il mélodrame francese di inizio Ottocento: gesti esasperati, psicologia per nulla sfumata dei personaggi-coro, vicende intense, forte tensione emotiva rappresentata con il supporto della musica, effetti di luce.

 

Futuri Maestri – foto di Lucio Summa

 

La composizione finale patisce forse un eccesso di enfasi e fa sorgere alcune domande (qual è il rapporto che si istituisce fra modalità imitativa e finalità espressiva? quale la relazione fra l’inclusione dei molti e la valorizzazione dell’abilità di alcuni?). Ma Futuri Maestri, appunto, guarda altrove: si inscrive in una tradizione, la cui origine può essere individuata nel decennio d’oro delle Avanguardie storiche, nella quale le opere sono da intendersi prioritariamente come occasioni di attivazione di pensiero altro e di azione (sia per chi le fa che per chi le incontra), non certo (o almeno non solamente) come cose da guardare e non toccare (o, peggio, da ammirare: siamo lontani anni luce dalla pièce bien faite ottocentesca).

Come non pensare alle Tavole tattili fatte passare fra il pubblico durante le spiazzanti serate futuriste mentre un furioso Filippo Tommaso Marinetti gridava dal palco «Lanciatemi un’idea e non solo pomodori, cretini!»? Come non ricordare, circa mezzo secolo dopo, le proteiformi proposizioni zen di Yoko Ono (due fra tante: il dipinto su cui piantare chiodi e, con coinvolgimento più smaterializzato ma non meno ficcante, la celebre Half A Room, da completare con la propria immaginazione)?

 

Yoko Ono, Half A Room, 1967 (part)

 

Muoversi, insomma. Muoversi assieme. Letteralmente: com-muoversi. È commovente in questa precisa accezione, Futuri Maestri: in un senso, potremmo dire, politico.

Teatro e Politica, l’arte che si occupa della comunità. Eccoci al punto.

Tutto il teatro è sempre politico, che lo voglia o meno. Per la posizione che occupa in un dato spazio sociale, per gli effetti che produce nella polis. Ma nel caso di Futuri Maestri (come, del resto, in molte azioni del vivissimo ensemble di base a San Lazzaro di Savena alle porte di Bologna, a quanto ci è dato sapere) esso lo è in maniera intenzionale ed esplicita.

Il gesto politico di Futuri Maestri si muove fra due polarità che il Novecento teatrale ha espresso con forza (per la cui teorizzazione occorre ringraziare lo storico del teatro Marco De Marinis): teatro con contenuti politici – con finalità pedagogiche esplicite (da Piscator, a Brecht, a L’Istruttoria di Peter Weiss, a US di Peter Brook) e uso politico del teatro, quello che incarna in prima persona il cambiamento della relazione teatrale, l’attivazione dello spettatore e dell’attore, la dilatazione del fatto scenico oltre i suoi confini tradizionali (come ad esempio il teatro a partecipazione di Giuliano Scabia).

Evviva, dunque, Futuri Maestri. Non in quanto opera d’arte, ma per l’opera dell’arte: quel che conta è l’effetto (com-movente, appunto), non tanto (o non solo) la sua forma.

Dire grazie, almeno.

 

MICHELE PASCARELLA

  

Visto all’Arena del Sole di Bologna il 6 giugno 2017 – info: teatrodellargine.org, arenadelsole.it

 

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