Non importa se le cose vanno male; tira dritto a vivere, anche se la cosa ti uccide! (Sholem Naumovich Rabinovič)

Giovanni Nadiani è nato nel 1954 a Cassanigo di Cotignola e ha vissuto a Reda di Faenza. È morto il 27 luglio del 2016. Ha scritto tanto, saggi, poesie, traduzioni, racconti, diari… un vero manovale di parole. Questa intervista postuma è fatta di parole sue e mie, un mischione di ricordi, di pezzi di scambi di mail, di discorsi fatti negli ultimi giorni in cui avevamo il privilegio di parlare con uno storyteller che era già spirito. E spiritoso. Pungente, diretto, senza più filtri, realtà allo stato puro. Questo incontro ravvicinato lo considero un suo regalo, costringermi a ricominciare a scrivere, un meraviglioso regalo di GioNa, l’ennesimo ma non l’ultimo (mi regalava libri ogni volta che ci incontravamo, mi ha regalato anche l’incontro con Gagarin!). È una pseudo chiacchierata che accade invel, nel suo luogo non luogo. Molto concreto nonostante l’attuale eterea consistenza del mio unico vero maestro. I suoi silenzi masticati. Parole alla fine sbiascicate nel barlume di un buio dietro l’altro.

Lo sai che stasera quando ho comprato su Amazon il tuo ultimo libro (perdonami ho parzialmente ceduto al digitale) mi ha proposto come consigliati in base all’acquisto Shakespeare, Tolstoj e Salgari?

Ottimo, un poeta di cui non si conosce il volto, un narratore anarchico cristiano pacifista scomunicato e uno squattrinato scrittore suicida non considerato dai circoli letterari. Interessante, ogni cosa è interessante per chi ascolta.

Beh tu sai ascoltare. E raccontare. D’altra parte, sei uno scribacchino periferico campestre…

Sono qui, invel, ingarbugliato nel filo d’erba in cui sono inciampato, avrei potuto non esserci più già da un pezzo. Invece ci sono. E sono a posto, ho avuto tutto, i miei figli stanno bene, io sono già resuscitato per cui sono a posto così. Sono contento di quello che ho avuto, ho già avuto il mio, ho avuto tre anni e mezzo di vita in dono. 

Mi stai dicendo che Dio è stato generoso con te? Io sono un po’ incazzato per la malattia che ti sta mangiando.

Sono in pace. Ho cercato di far fruttare quel mezzo talento che mi sono ritrovato. Ho scritto. Ho raccontato. Cercando di non nasconderlo sotto terra. Magari a qualcuno sarà servito, anche solo a uno studente, quello che ho scritto. Il lavoro sulla traduzione. E le storie. Le non storie.

Linde, tua figlia, sta leggendo ad alta voce un libro per te. È bellissimo ascoltarvi. Non è più un monologo, è un dialogo. Il lettore, il narrare. Quante volte mi sono gustato le tue letture in pubblico. Come cambia la parola scritta quando viene detta, diventa viva.

Scusa ma tu non leggi ad alta voce? Non rileggi quello che scrivi?

No, infatti quando rileggo a qualcuno qualcosa che ho scritto ha un effetto completamente diverso. Non ha l’incisività che aveva nella mia testa.

Ma guarda che è così che devi rileggere e leggere. Il ritmo, il tono, le pause, i silenzi, le parole che si allungano e si accorciano, devi rallentare, darti il tempo di comprendere il senso, il senso del racconto passa dalla lettura all’altro anche se l’altro sei te.

Facciamo due passi. Mentre camminiamo incerti nel prato sull’erba seccata dal sole senti un aereo… alzi la testa e cerchi con lo sguardo la scia.

Mi mancano i viaggi, i voli, le attese in aeroporto. Momenti privilegiati, luoghi pieni di storie quelle sale d’attesa. Mi manca proprio fare un bel viaggio. L’attesa, le sale, il sale, il sugo delle storie.

Il maestro pelle e ossa ha dato tutta la sua carne in pasto alla stilografica per veder nascere parole nuove, meticce, un po’ scritte un po’ dette. Come stai oggi?

Maestro de che? Grazie per l’ennesimo “maestro” nei miei confronti su Gagarin! Come sto? A fegh cvel ch’a pos / a i vegh so drì. Con questa neuropatia non sento più neanche i sapori.

Nel frattempo Linde gli mette in bocca un altro mirtillo. Croccante. Vivo.

Se esco da qui comunque lo vengo a mangiare un hamburger. Piuttosto te. Come va lì soc-mal-network-man?

Mi lamento, come al solito. Della vita e del resto.

L’uomo si trova in condizione di comica discrepanza rispetto all’ordine dell’universo. Vedi? Io sono un poeta triste con un doppio comico. Tu? Sei ancora fermo? Non hai ancora deciso? Devi tagliare amico. L’empasse ti uccide. Taglia tutto senza trascinare. Sarà un gesto forse eclatante, che ti farà male. Tu sarai ostracizzato ma…. Hai una storia da vivere può anche partire male ma poi può evolversi, svilupparsi, non si sa. E andrai incontro forse a qualcun altro. 

Sono venuti a trovarti dei tuoi amici, quelli dell’università, il regista e il libraio, che facevano teatro già allora, il clown urbano che la notte faceva graffiti inneggianti alla vita e alla libertà. Vi osservo, vi ascolto, sento tante parole nei vostri silenzi. E tu sei un narratore così grande che ti fai da parte e mi chiedi di raccontare a loro il mio lavoro.

Hai camminato oggi?

Ho fatto 267 micro passi. Poi mi sono seduto al pianoforte. Ho improvvisato una melodia. Aveva un senso. Vorrei suonare un po’ il mio organetto. Ma con sta neuropatia non becco più i tasti, non li sento…

Accidenti non ti ho mai fatto il CD che ti avevo promesso con la mia selezione preferita di canzoni di Vinicio…

È una giornata perfetta / passeggio nella strada senza fretta / e sempre mi dico: aspetta / martinez che ti fa la compilation perfetta / aspetta, Giona, aspetta / non aver fretta che poi arriva ciò che t’alletta…

Lo sai che mi manchi amico? Ho tanto da raccontarti, malefatte, scoperte, speranze e paure, e voglio riascoltare la tua voce e il tuo racconto cui tanto devo.

Magari riusciamo a vederci una volta, una sera, col giusto tempo a disposizione, senza però rubarlo a nessuno che ce lo chiede.

Ma non puoi star qui ancora un po’? Non puoi proprio? Te lo dico con parole tue… quel dialetto che accetto solo detto da te.

’do vet? sta d’astêr un étar pô / ch’u s’finesa la fuiaza / sta incóra a cvè ins e’ rivel de’ fiôn a gvardêr e’ fôn / ch’u s’perd tra cvèl d’un aparec / e’ sól che va zò sóra e’ runzê dl’autostrê…

a j a pensat? par tânt ch’a sren a e’ mond  / par tânt ch’e’ mond e’ zirarà in tond / st’l’armor u n’l’amurtarà mai piò incion…

(Stôria, Giovanni Nadiani – dove vai? Aspetta ancora un po’ / che il toscano finisca di bruciare / stai ancora qui sulla riva del fiume / a guardare il fumo / che si perde tra quello di un aereo / il sole che tramonta sul ronzio d’autostrada…/ ma ci pensi? Per quanto saremo al mondo / per quanto il mondo girerà in tondo / questo rumore non lo spegnerà ma più nessuno…)

Mi guardi dal letto. Ti sollevi una gamba con le mani e l’accavalli con l’altra. Sorridendo dici in un sospiro.

Cheppalle…

Non voglio interpretare troppo, ma ci ho sentito: So che sto morendo, sono in pace perché ho avuto tanto, ma a morire son comunque cazzi…

Stasera non parli, hai dormito tutto il giorno. Ti hanno sedato. Mi scrivo su whatsapp con Linde. Sei lì con lui? Si. Puoi dargli una carezza da parte mia? Certo. Accarezzo la tua fronte. Vorrei abbracciarti ma ho paura di romperti. Lo so che questa è l’ultima carezza, e io non sono nemmeno il protagonista, sono il mezzo, il narratore. Ay, ay, ay, que se va la vida. / Mas la cultura se queda aquí. (La Cultura Es la Sonrisa, Leon Gieco)

A Dio amico caro e paterno maestro, il dolore è grande ma lo è anche la gioia di averti incontrato. La tua pazienza, i tuoi rabbinici consigli, le letture che mi hai regalato… Bichsel, Branciardi, Flaiano, Walser, i tuoi taccuini… Negli ultimi giorni hai trovato la forza di condividere ancora un pezzo della tua vita con me e di farmi una bellissima lezione che non scorderò mai.

te e ste pöst ch’è a cvè / cs a i stasiv a fê a che? (Indurmintes, Giovanni Nadiani)

Non lo so, ma grazie a te avrò la curiosità di scoprirlo, e raccontarlo.

MARTINO CHIEFFO

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