foto di Duccio Burberi

 

A tratti la vita è anche gentile.

Torniamo a Castiglioncello, un Festival che unisce piacevolezza e artisti di proteiforme interesse, morbida accoglienza e sorprese teatrali.

Oltre a due prime nazionali apprezzatissime (La morte e la fanciulla della Compagnia Abbondanza Bertoni e Il Cantico dei Cantici di Roberto Latini/Fortebraccio Teatro, alle quali non ci è stato possibile assistere per motivi di calendario e che recupereremo al più presto), uno degli appuntamenti di maggior valore dell’edizione 2017 è certo il più recente spettacolo di Massimiliano Civica.

Un quaderno per l’inverno, sintetizza l’autore Armando Pirozzi, «racconta la storia di un introverso professore di letteratura che, rientrando in casa, vi trova un ladro, armato di coltello, che vuole da lui qualcosa di molto insolito: è una questione di vita o di morte. Durante la notte che segue i due personaggi, in bilico tra speranza e disperazione, si confrontano su idee, sentimenti, interrogativi dolorosi, in un dialogo per entrambi nuovo e inaspettato».

 

foto di Duccio Burberi

 

Questione di vita o di morte, cose nuove e inaspettate. «Mi devi scrivere un’altra poesia, per superare la notte», intima il ladro al professore: sua moglie è in coma, lei pare reagire ai testi poetici contenuti nel piccolo quaderno del titolo.

Il punto di partenza è dunque surreale, misterioso, enigmatico: «Tutte le opere d’arte sono enigmi» si potrebbe dire con Adorno «dicono qualcosa che nascondono, col medesimo flatus vocis».

Precise parole, un tavolo, alcune sedie e arance: il dispositivo è minimale, letteralmente sostenuto dall’esatta leggerezza dei due interpeti, chiamati dalla ritmica regia a dar corpo, voce e molti colori a figure pietose e grottesche, stralunate e dolenti. «Un piccolo pieno in mezzo a un grande vuoto»: è certo utile, Beckett, per sintetizzare la funzione assolta dai due attori. E, forse, dall’intero spettacolo.

 

foto di Duccio Burberi

 

Eccoci al punto: Un quaderno per l’inverno pone al centro «la scrittura e la sua possibilità di incidere direttamente sulla realtà: la forza miracolosa della poesia, non come semplice esercizio di tecnica letteraria, ma per la dirompente carica vitale che suscita, nonostante tutto, nelle persone» (Pirozzi, di nuovo).

La funzione dell’arte, è la smisurata questione su cui Massimiliano Civica si interroga, attraverso Un quaderno per l’inverno.

Si badi bene: non sull’arte in senso generale (da intendersi come convenzione culturale che accetta il valore della mimesis e della produzione d’immagini e per la quale -ci suggeriscono alcuni antropologi- nella maggior parte delle lingue delle società senza scrittura non esiste neppure il termine corrispondente), ma in quanto luogo di un possibile «incontro», come scrive lo stesso Civica nelle note di regia.

Un quaderno per l’inverno è -appunto- forse da incontrare non (solamente) in quanto opera d’arte, ma per l’opera dell’arte: quel che conta è ciò che va a muovere (il suo essere com-movente, appunto), non solo, o non tanto, la sua (impeccabile) forma.

 

foto di Duccio Burberi

 

Cosa muove?

Conoscenza.

Di sé e del mondo.

Di sé attraverso il mondo.

Quale tipo di conoscenza? Vien da pensare a Croce, alle prime righe della sua Estetica: «La conoscenza ha due forme: è conoscenza intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per fantasia o conoscenza per intelletto; conoscenza dell’individuale o conoscenza dell’universale; delle singole cose ovvero delle loro relazioni; è, insomma, o produttrice di immagini, o produttrice di concetti».

Intuizione, fantasia, universalità, relazioni, immagini: termini forse appropriati a evocare questo piccolo -scriviamo questo temine non senza tremore- capolavoro.

Dire grazie, almeno.

 

MICHELE PASCARELLA

 

Visto il 25 giugno 2017 – info: armunia.eu

 

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