Laminarie, Dentro le cose - foto di Mario Carlini

 

Partiamo dall’inizio: perché questo nome, Ampio raggio?

La rivista Ampio Raggio nasce con il DOM. Fin dal primo numero la rivista ha accompagnato il lavoro di Laminarie al DOM e la realizzazione dei progetti internazionali. Avevamo la chiara consapevolezza che la nostra modalità di stare nel mondo del teatro non poteva prescindere da un confronto con le teorie e le pratiche che sentivamo prossime, seppur provenienti da altre discipline artistiche o scientifiche. E che aprire un teatro al Pilastro per noi significava anche metterci in relazione con un territorio complesso che inizialmente non ci conosceva e che noi non conoscevamo: la rivista è sempre stata anche uno strumento di dialogo.

Puoi darci le tue sintetiche e concrete definizioni di tre parole, ci rendiamo conto, smisurate: esperienza, arte, politica?

Sono tre belle parole intimamente connesse tra loro. Ogni vera relazione con l’arte non può che passare attraverso l’esperienza, il contatto con la materia con i corpi. Quando si pensa un progetto che ha l’ambizione di sfidare consolidate consuetudini per avviare un confronto con il territorio si mette in campo un pensiero politico, perché si agisce nella città.

 

DOM la cupola del Pilastro, Bologna

 

Il nuovo numero della rivista abbandona il consueto formato (“tascabile” e prioritariamente testuale) per dare spazio a poche parole e a numerose fotografie a colori. Necessità di sintesi, di semplificazione della comunicazione, o cosa?

Questo numero si differenzia da quelli precedenti perché risponde a una necessità precisa: era importante dar conto del lungo lavoro che ha portato alla realizzazione dell’Archivio digitale di comunità (una sintesi è riportata in http://www.laminarie.com/index.php/raccogliere-storie) e del progetto speciale Vocazione al contatto, che abbiamo realizzato in collaborazione con il Comune di Bologna, con varie associazioni e con molti cittadini in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione del Pilastro.

È stata un’esperienza straordinariamente ricca, quasi impossibile da documentare: certamente le immagini, in questo caso, potevano significare più delle parole.

Il grande formato cartaceo si addiceva meglio al racconto per immagini che abbiamo tentato di fare. Riteniamo che sia importante stampare su carta la rivista ma ovviamente, nonostante l’interesse che suscita a livello nazionale e internazionale, la sua distribuzione è limitata. Per questo motivo pubblichiamo sempre i numeri anche sui nostri siti web.

Non è consueto, oggi, per dei teatranti, pubblicare riviste, storicamente luogo di elaborazione di pensiero oltre che testimonianza di quanto realizzato. In quale misura il vostro fare scenico si nutre e si problematizza nelle e delle pagine di Ampio raggio?

Non saprei indicare in quale misura il nostro teatro si nutre della rivista e viceversa: noi viviamo nelle pratiche che mettiamo in atto, sulle quali a posteriori riflettiamo e discutiamo con persone interessate a porsi domande, tentando di elaborare teorie che vengono spesso rimesse in discussione. A volte le pratiche discendono da teorie, o meglio da incontri con autori di cui vogliamo seguire l’esempio…

Una cosa è certa: a un certo punto bisogna permettersi il “lusso” di fermarsi a pensare, altrimenti le continue difficoltà quotidiane e l’operatività rischiano di asciugare pensieri e progetti che invece sono articolati e complessi e tali devono rimanere. Il nostro teatro, fin dalle origini, ha cercato luoghi di riflessione sia organizzando incontri e convegni che scrivendo testi: la rivista si pone in continuità con una scelta compiuta molti anni fa nella convinzione che il confronto critico sia indispensabile al teatro. Nella premessa al volume Ravvicinamento. Il teatro di Laminarie 2009 -2013 abbiamo voluto discutere di questa questione con Renata Molinari: è nata una bella conversazione che abbiamo pubblicato in apertura del libro.

 

Laminarie, Ecuba – Marsiglia – azione VII – foto di Valeria La Corte

 

Nel nuovo numero si trova traccia del progetto Midollo da voi realizzato al Virgolone, nella zona del Pilastro a Bologna. Ci racconti, in sintesi, cosa sono Midollo, il Virgolone e il Pilastro?

Il Pilastro è un rione situato nel quartiere San Donato di Bologna, realizzato cinquanta anni fa per rispondere alla grande necessità di alloggi che si era manifestata negli anni Sessanta e Settanta. La maggior parte delle abitazioni sono di edilizia popolare, il rione ha sempre rappresentato il primo approdo per le varie ondate migratorie che si sono susseguite da allora ad oggi. L’intera zona è separata dal centro della città dalla tangenziale, che divide nettamente il Pilastro dal resto di Bologna. Il Pilastro è indubbiamente una delle aree più complesse della città a causa di problematiche sociali, culturali ed economiche che persistono in questa area dalla fondazione ad oggi. Sono presenti attualmente molti servizi realizzati nel corso degli anni su pressante richiesta dei cittadini: il desiderio di riscatto innescato dai residenti è ancora molto presente al Pilastro.

Il Virgolone è l’edificio simbolo del Pilastro, lungo circa 900 metri, diviso in 14 blocchi, costituito da 552 appartamenti, abitato probabilmente da più di 3.000 persone.

Midollo è una rappresentazione itinerante che si è realizzata grazie alla grande collaborazione con i cittadini residenti al Virgolone: il pubblico è entrato nella spina dorsale del Virgolone, ha conosciuto gli ambienti e le storie degli abitanti. Per questa produzione abbiamo messo insieme professionisti di lunga esperienza con i cittadini, il risultato è andato al di là delle nostre aspettative. Per realizzare la produzione, la Compagnia si è letteralmente trasferita per un lungo periodo in una delle moltissime sale condominiali dell’edificio. Credo che questa temporanea residenza e la quotidianità del lavoro abbiano determinato un risultato veramente inaspettato.

A settembre Midollo rinascerà a Roma, al Corviale, smisurato edificio che gli abitanti chiamano “il Serpentone”. Cosa ti aspetti da questa esperienza?

Naturalmente Midollo sarà modificato assecondando la struttura architettonica e mettendosi in ascolto sia delle persone che risiedono nell’edificio che delle associazioni che operano in quel territorio. La sfida è grande: “Il Serpentone” o “Nuovo Corviale”, progettato nello stesso periodo del “Virgolone”, è veramente impressionante. Dopo aver fatto diversi sopralluoghi stiamo elaborando il progetto e i percorsi, ma in fondo non so cosa aspettarmi: forse è proprio l’impossibilità di definire tutto a priori che risulta interessante.

Il progetto dedicato al “Serpentone” inizierà i primi giorni di settembre. Le repliche sono previste dal 20 al 24 settembre nell’ambito dell’Estate Romana. Il “combattimento” tra il rigore che viene richiesto dall’opera e l’indeterminatezza dei luoghi e delle condizioni con cui dovremo per forza confrontarci mi pone continue questioni, nuove domande. Questo tipo di lavoro mi interessa molto, spero di riuscire a portarlo avanti anche in altre città europee.

 

Laminarie, Dentro le cose – foto di Mario Carlini

 

Tu sei innanzi tutto un artista, non un assistente sociale né un educatore. In che modo la tua arte si nutre di questi incontri complicati?

Innanzi tutto affinché ci sia una vera relazione occorre tenere distinti i campi disciplinari: la trasversalità dei linguaggi e la multidisciplinarietà possono avvenire solo quando sono definite e rispettate le specifiche competenze. Abbiamo discusso di questo tema con educatori e pedagogisti nel primo numero della rivista: si tratta di un punto centrale per noi. La prospettiva dalla quale operiamo e alla quale ritorniamo è il teatro. Gli incontri non sono così complicati, la difficoltà sta solo nel tenere sempre al centro, in ogni caso e anche di fronte a situazioni complesse, l’opera.

Dal tuo punto di vista le persone che partecipano ai vostri progetti cosa riportano nel loro quotidiano, delle esperienze letteralmente eccezionali che vivono con voi?

Rimaniamo in contatto con chi ha partecipato alle nostre produzioni con cui a volte condividiamo i progetti futuri, raramente si sente la necessità di entrare nel quotidiano  delle persone, piuttosto si valutano insieme gli esiti del lavoro.

Le produzioni, sebbene realizzate anche con non professionisti, richiedono lo stesso rigore: chi decide di partecipare evidentemente desidera confrontarsi con una pratica che riconosce affine.

Il racconto di un vostro grande progetto dedicato a Ecuba occupa la seconda parte della rivista. Quali sorprese ha portato quella esperienza? E quali delusioni?

Abbiamo creato varie azioni in luoghi molto diversi tra loro: la prima si è realizzata a Bologna, le altre sono state realizzate a Barcellona, Marsiglia, Liserna, Palermo. Nel 2017 sono previste azioni a Tirana, Malaga, Nicosia.

Si tratta di costruire una produzione attraverso gli esiti che scaturiscono da attività laboratoriali intensive, che mettiamo in campo dopo aver montato un dispositivo scenico complesso che rimane lo stesso in ogni tappa mentre si accolgono molte altre variabili, fino a comporre per ogni azione esiti differenti. È al contempo sia una produzione teatrale che una vera e propria ricerca che si attua in città portuali o luoghi periferici. Ogni spazio e ogni persona incontrati in questo lungo viaggio teatrale modificano e danno linfa al lavoro stesso.

Non parlerei di delusioni, ma piuttosto di difficoltà: è ancora molto complesso far comprendere il nostro processo di creazione, che procede per successivi avvicinamenti all’opera. In questa fase noi crediamo fondamentale che il teatro si interroghi sulle modalità di produzione e metta in discussione le proprie attuali consuetudini. Ogni trasformazione, in teatro, è passata attraverso la modifica delle modalità di produzione, adesso riteniamo importante riflettere su come, dove e con chi produrre un’opera che vuole confrontarsi con i territori.

 

Laminarie, Ecuba – Bologna – azione IV – foto di Mario Carlini

 

Marginalità, periferie e situazioni sociali complesse sono da tempo oggetto dell’indagine di molti artisti. Perché, secondo te?

Ognuno compie le sue scelte mosso, credo, da motivi diversi.

Alcuni hanno la necessità di porsi direttamente e senza mediazioni in contesti che rasentino i limiti, per incontrare la stessa radicalità che provano a mettere in atto nelle loro scelte artistiche quotidiane. D’altra parte, per capire una forma bisogna indagarne i confini, i margini e il perimetro senza per questo volersi trasformare in operatori sociali: come abbiamo più volte ribadito, l’opera deve stare al centro delle nostre azioni, altrimenti tutto cambia segno.

Quali realtà, in Italia o altrove, senti affini a questa vostra ricerca? E quali letture la nutrono?

In Italia abbiamo difficoltà a trovare realtà teatrali che mettano in atto la stessa ricerca: mi piacerebbe “scovarle” e avviare nuove relazioni. In Europa abbiamo conosciuto artisti e Compagnie che si muovono su binari simili, basando la loro ricerca su esperienze di autogestione, come quelle presenti nella rete Trans Europe Hall. Il teatro di Marsiglia Les Argonautes, in cui abbiamo realizzato un’azione di Ecuba, è indubbiamente una piccola realtà molto interessante.

 

Laminarie, Midollo – foto di Mario Carlini

 

Per concludere: c’è un progetto a lungo termine, o un sogno, di Laminarie che vuoi condividere con i lettori di Gagarin Orbite Culturali?

Vorrei che il progetto Ecuba avesse un esito pubblico nel quale rivedere in scena tutte le interpreti che abbiamo incontrato in questi tre anni di lavoro.

Vorrei inoltre che la comunità teatrale riconoscesse maggiormente le proprie grandi potenzialità. Che si liberasse dal dominio dei “grandi nomi” per rifondare un teatro d’arte che ponga al centro il progetto, la ricerca e i cittadini.

 

MICHELE PASCARELLA

 

info: laminarie.com, domlacupoladelpilastro.it 

 

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