Chiude con il colpo del KO il Verucchio festival 2017, anzi, con uno strike da asso del bowling, che sul palco del sagrato della Collegiata prende forme e sembianze di Vinicio Capossela; insieme a lui il chitarrista Marc Ribot, sua grande spalla e guida musicale, dai tempi de Il ballo di San Vito fino a Canzoni a manovella e Ovunque proteggi.

Sarebbe però riduttivo e ingiusto intestare solo ai due frontman la paternità di un concerto che vede in Glauco Zuppiroli al contrabbasso e Mirco Mariani alla batteria una sezione ritmica di altri tempi, compatta e di stile, con metriche davvero originali e di grande effetto, come se ne sentono poche.

“Per accettare la sfida del ritorno sul palco con Ribot è meglio avere le spalle coperte, e io me le sono coperte a dovere”, non a caso aveva introdotto così i due groover lo stesso Capossela a inizio serata.

Se il contrabbasso di Zuppiroli è una presenza costante nelle band di Capossela, quello di Mariani è un ritorno all’antico (il drummer romagnolo lascia un segno profondo, come stile e sonorità, marchiando un periodo importante del repertorio di Capossela, in particolare con le takes di Canzoni a manovella, ma non solo). Mariani, tra i tanti grandi batteristi che Vinicio ha avuto la fortuna di avere con lui, è forse il più “Caposseliano” di tutti, e si sente. Per li amanti del Capossela prima maniera è un Luna park, un ritorno al brodo primordiale. Ribot e Mariani sono inoltre collaboratori di lunga data, dai tempi di quel miracolo musicale e artistico della valle del Savio che rispondeva al nome dei Mazapegul, e si sente.

Sull’intesa ritmica si innestano le incursioni di un Ribot che sembra più riservato e timido del solito, ma comunque sempre evocativo e mai scontato; “lui non si stupisce mai di niente”, ricorda Capossela riferendosi a Ribot “ma riesce sempre a sorprendere tutti”, parole sante.

“La notte se n’è andata”, “Notte Newyorkese”, “Scatafascio” e “Body guard” sono un poker di avvio da colpo secco, un vero strike; un mix ancestrale di groove, poesia, intensità, ritmi serrati e strutture aperte all’improvvisazione.

Gli innesti poetici del fido amico e poeta Vincenzo Costantino “Cinaski” alleggeriscono la tensione musicale ma caricano quella poetica.

Qualche incidente tecnico rende difficoltosa la parte seguente del live, interrompendo un po’ il ritmo.

Vinicio, da grande banditore di live qual’è tira fuori allora il “colpo pesante”, e parte “Maraja”, è la svolta verso la parte più intensa e ben riuscita dello show con una bellissima versione di “Contrada Chiavicone”. “Contratto per Karelias” e l’ingresso nella zona del Minotauro, con “Brucia Troia” e “Non trattare”: sono i due brani della sua discografia che lo consacrano definitivamente come il “Waits del mediterraneo”, dove le atmosfere metropolitane di Ribot si innestano perfettamente sui richiami ancestrali dei popoli antichi del mediterraneo coagulati intorno ai testi e alle melodie quasi esoteriche di Capossela. Gradualmente la chitarra elettrica lascia spazio al banjo, l’elettrico all’acustico.

Il meglio è già passato e il concerto arriva un po stanco all’ultima parte, forse anche perchè si tratta in parte di un work – ancora – in progress. Il pubblico comunque si alza e balla tributando il giusto applauso “Al veglione” e al “Ballo di San Vito” dove Vinicio si arma di una fisarmonica da musicante di strada.

Gli amanti del primo Capossela si ritroveranno a loro agio con questa formazione scarna ed essenziale, che arriva al sodo senza tanti tatticismi, senza troppe orchestrazioni. Un mood che negli ultimi tour si era un poco affievolito e disperso, che qui ritrova invece intimità e semplice ma forte efficacia sonora. Il bersaglio è centrato…strike! Un plauso infine al Verucchio festival che anche per il 2017 ha messo in campo un programma coraggioso e di grande qualità sonora, dando continuità ad una offerta artistica che lo colloca stabilmente in un posto di assoluto rilievo nel panorama musicale nazionale.

Paolo Angelini

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