foto di Nicolò Puppo

 

«Accade che il cuore tremi: si vede con il corpo, con tutto il corpo, ovvero con l’anima»: viene da pensare a Kazuo Ōno, apprestandosi a scrivere alcune brevi note sull’ineffabile Mangiare e bere letame e morte di Davide Iodice e Alessandra Fabbri.

Si torna al Maestro-maieuta giapponese (che, sia detto per i non addetti ai lavori, a fine degli anni Cinquanta insieme a Tatsumi Hijikata inventò la danza chiamata butō) per un’analoga tensione a «non smettere di costruire con rigore, attraverso l’ascolto di sé, un proprio percorso di libertà».

Mangiare e bere letame e morte pone al centro, tematicamente, chi l’ha creata: «Alessandra vive in campagna: nella sua casa prima di lei ci abitava un cavallo e ora le anatre e i polli vi hanno libero accesso, alcuni pappagallini vivono nel bagno. Qui lei immagina la sua morte distesa nel fogliame come pasto per le volpi», racconta Davide Iodice. «Prima di approdare al teatro io volevo fare l’etologo: in ognuno dei miei spettacoli ci sono presenze animali, vive o figurate […] In un certo senso questo lavoro è per me un ritorno all’etologia».

Il drammaturgo e regista napoletano traccia, con intenzionale ingenuità, un semplice parallelo fra il mondo animale e quello del teatro: una limpida parabola a cui la dedita Alessandra Fabbri dà sostanza attraverso minuscoli racconti autobiografici intrecciati a una danza espressiva e materica, lirica e ludica, smisurata e invocante.

Il risultato è uno straripante flusso comunicativo, puntellato da reiterazioni, gesti didascalici e piccole ridondanze che, se forse possono far storcere il naso a qualche critico «che ha già visto tutto», certo hanno il merito di risultare grandemente efficaci per il «pubblico vero», che ad Albenga ha affollato con soddisfazione la serra in cui Mangiare e bere letame e morte è andato in scena.

Mutatis mutandis, lo spettacolo funziona come Imponderabilia, la celeberrima performance di Marina Abramović e Ulay proposta alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna nel giugno 1977, nella quale il punctum, per dirla con Barthes, era il possibile incontro fra chi l’opera la fa e chi la fruisce.

 

Marina Abramović e Ulay, Imponderabilia, 1977

 

«Quanto rimane misterioso se mi riferisco solo a me stesso» si potrebbe concludere, come si è iniziato, con Kazuo Ōno «si svela a contatto con l’altro».

Da ricordare.

 

MICHELE PASCARELLA

  

Visto il 6 agosto 2017 – info: terrenicreativi.it, davideiodice-teatro.it, facebook.com/maclurapomifera

 

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