“In che anno siamo?” (cit. puntata n.18)

Effettivamente per chi in questi ultimi venticinque anni ha seguito la serie Twin Peaks il senso del tempo potrebbe aver perso di importanza, se non altro perché forse la maggioranza di noi avranno ricominciato a guardarlo mossa principalmente dalla nostalgia. Ed infatti inizialmente c’era un po’ di snobbismo attorno a questo sequel. E a ragione, per carità. D’altronde, gli attori principali sono invecchiati inesorabilmente, basti pensare che la Signora Ceppo ci abbandona verso la fine della serie annunciando la sua morte, reale.

Non so se chi guarda Twin Peaks sia fanatico dei film di David Lynch o di David Lynch in sé, fatto sta che alcuni di noi sono rimasti sicuramente “sorpresi” dalla deriva spirituale che la sua opera ha preso. Sì perché David Lynch si divide tra “guru” e regista, e da diversi anni è diventato esperto internazionale di meditazione trascendentale. Questo ha portato molti fan a pensare “Ok è cotto” (scusate la schiettezza). Quello che penso io è che in realtà l’opera di un artista spesso esula dal suo comportamento o dalla sua vita, anche se certamente la vita personale di un artista ne può influenzare l’opera. Per chi volesse approfondire questo aspetto consiglio la visione del documentario “Meditation, Creativity, Peace”. Per gli altri vado avanti.

Allora dicevamo, frementi abbiamo ripreso la visione di Twin Peaks dopo alcuni anni di pausa (non conosco molte persone che hanno seguito l’uscita della serie nel ’92) e ci aspettavamo di vedere Cooper e i suoi sogni, il nano che balla, e forse nuovi casi di omicidio forse. Non che gli omicidi manchino, ma prendono decisamente un’altra piega. Appena iniziata la serie noto un cambio di estetica, qualcosa di molto più cruento ed horror, un po’ fine a se stesso. Squartamenti, ombre e apparizioni improvvise. Non ero molto speranzosa. Continuando la visione, ho notato che superato questo mio “ostacolo”, ogni puntata si rivela quasi un tributo alla serie stessa, spesso declinato attraverso la musica, quasi a celebrare quello che Twin Peaks ha significato per noi e per le serie tv in generale in questi anni. Dicevamo la musica, sì perché in ogni puntata c’è una piccola apparizione al “Bang Bang Bar” di una band (parliamo di How to Destroy Angels, Eddie Vedder, Chromatics ad esempio) che suonano brani spesso ispirati all’estetica del tradizionale Twin Peaks, per capirci alla Julie Cruise, e lei stessa apparirà sul finale della serie.

Addirittura riconosciamo in una delle ultime puntate “Il ballo di Audrie”, tipico esempio di tributo di cui sto parlando. Il legame di David Lynch con la musica è sempre stato evidente, senza contare che il compositore che lo ha sempre affiancato, Angelo Badalamenti, ha dato un contributo fondante alla serie e che lo stesso David Lynch, oltre ad essere un musicista “part-time”, ha curato come sound-designer questo atteso ritorno. Una delle sorprese più grandi è però celata nella puntata in onore a David Bowie, che prima di morire ha approvato la sua apparizione nella serie. In realtà Bowie doveva prendere parte alla serie in carne ed ossa, ma in seguito alla sua morte Lynch ha deciso di far rivivere Phillip Jeffries, il personaggio da lui interpretato, attraverso le sequenze d’epoca.

 

Ciò che il regista lascia è un’enorme antologia della serie, onorandola come la capostipite di un genere che ha innalzato la fiction ad un livello superiore. All’interno del plot troviamo molti rimandi metatestuali, e riflessioni sui personaggi. A partire da Cooper che nel sequel viene letteralmente scomposto, frazionato (si parla di “doppelganger”) e ridotto ai tratti minimali nell’alias di Douglas Jones, che ne rappresenta le caratteristiche più basilari (amore per il buon caffè, intuito, incredibile prontezza di riflessi, naturale attitudine a risolvere casi), mentre l’alterego che continua a presentarsi come Dale Cooper è l’incarnazione stessa del male, noto altrimenti come Bob. Per alcune puntate abbiamo un Kyle MacLachlan che rappresenta il bene e il male allo stesso tempo, in una visione dualista che spesso ritroviamo nella serie.

Ma come dicevamo in principio, David Lynch non manca di condire con particolari legati alla spiritualità l’interezza della terza serie. Questa volta non si parla più di loggia nera o loggia bianca ma restano i riferimenti ad un universo parallelo, legato al mondo dell’inconscio dove i personaggi, creati da un sognatore (come viene citato da Monica Bellucci nell’apparizione al 14esimo episodio),  vengono definiti tulpa. I tulpa, entità ineffabili riconducibili alla cultura buddista, sono proiezioni della mente che riescono ad avere una propria forza e personalità, traendola dal proprio creatore.

Un applauso a questo bellissimo e terribile sogno, David.

Caterina Cardinali 

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