Tornano i bei tempi del Dream Syndicate, o quasi. Di certo torna musica pensata e suonata – dal vivo e in studio – con un passo che hanno in pochi. E col vecchio nome di battaglia, si riaccendono anche i riflettori. Sarà la nostalgia? Non solo.

Partiamo da lontano. Jason Lytle, deus ex machina dei Grandaddy, Officina 49 di Cesena, qualche anno fa. In platea siamo forse in trenta. I Grandaddy sono sciolti o quasi, l’onda è passata. Certo: le canzoni sono sempre meravigliose, le ha scritte lui, e le canta sempre lui. Però ci sono trenta persone e l’aria dimessa del concerto a cui è facoltativo essere. Roba da reduci della tendenza prima.

Tre anni dopo, all’End of The Road Festival – uno di quei festival inglesi miracolosi, dai cartelloni pazzeschi, dove sono tutti bagnati, contenti, non accalcati – Jason è ora headliner con i Grandaddy con Patti Smith che apre. Di fronte ci sono forse ventimila persone che saltano e cantano in coro le stesse medesime canzoni che cantavamo in trenta nostalgici all’Officina.

Non c’è un disco nuovo in mezzo, niente. Solo il nome Grandaddy, basta, nient’altro. Quella è la sola differenza. Fine della premessa.

Di concerti di Steve Wynn – una delle persone con la più incrollabile fede nel rock and roll che abbia mai conosciuto – ne ho visti molti e sono sempre tornato a casa con molta speranza in più nella forza eterna di quei quattro accordi. Le attenzioni e i numeri che Steve ha mosso in questi anni, come solista, anche a fronte di dischi bellissimi, come la trilogia dopo Here Come the Miracles sono numeri onesti, intimi, da amanti del genere, da cult artist. Nella mitologia del rock lui resta sempre quello dei Dream Syndicate, brillante gruppo-esperimento di canzoni a cavallo fra la psichedelia acida, la bella scrittura e lo spirito indie allora in culla, trenta e passa anni fa.

A questo punto la morale dovrebbe essere chiara.

Nel rock del 2017 un po’ lo fa la musica, e un po’ la nostalgia. E allora se per ritornare dentro l’attualità, nei discorsi di chi se ne intende, nelle copertine delle riviste e dentro una grossa etichetta come la Anti può avere senso fare un altro disco valido e semplicemente riattivare il marchio storico, nessuno ruba nulla a nessuno, no? Anzi: tutto meritato.

Benvenuti al «ritorno del Dream Syndicate», su disco e su palco. Certo: manca il tris d’assi asimmetrico di Kendra, Precoda e Cutler – forse le uniche personalità avvicinabili come peso a quelle di Steve nel gruppo – ma del resto è anche vero che non sono mai stati tutti insieme, che la ritmica è quella di più lungo servizio nella storia del gruppo, e che l’asse dell’elettricità è lo stesso, solidissimo, della band solista di Steve.

I concerti degli scorsi anni sono stati la celebrazione gioiosa di un grande repertorio, di una bella formazione e di un performer fra i più generosi e onesti in circolazione. Il disco è bello, specie se non si fanno paragoni con tempi che non tornano comunque. Si ritrovano amici, le canzoni di un momento magico e un modo di suonarle che sta diventando merce sempre più rara. Saremo anche nostalgici, ma solo delle cose belle, e pertanto consigliamo.

ANTONIO GRAMENTIERI

27 ottobre, THE DREAM SYNDICATE, Bologna, Locomotiv, via Serlio 24/2, ore 22 – Info: 3480833345, locomotivclub.it

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