Teatro delle Bambole, Se cadere imprigionare amo - foto di Luca Di Bartolo

 

Grazie alla XV edizione di Le Voci dell’Anima, Festival riminese pervicacemente diretto da Maurizio Argan e Alessandro Carli, abbiamo incontrato un gruppo che ci ha fatti uscire… saltellando.

Il bello del non-mestiere del critico teatrale, oggi: se si ha voglia e curiosità di incontrare non solamente i soliti noti e garantiti, si prende l’auto e in un’oretta si arriva al Teatro degli Atti di Rimini, in occasione della XV edizione del Festival Le Voci dell’Anima, a vedere un ensemble (per noi) sconosciuto. E si rimane a bocca aperta.

Che poi il Teatro delle Bambole, questo il nome del gruppo in questione, è nato nel 2003, non ieri: grande è la (nostra) ignoranza sotto al cielo.

Comunque.

Mettono in scena, una donna e due uomini, una vicenda di torbidi legami familiari, un po’ Werner Schwab un po’ Cronaca Vera.

«La storia si fonda su un fatto realmente accaduto qualche anno fa in Italia» si legge nel programma di sala. Rieccoci con la plurisecolare idea di bellezza come imitazione della natura, pensiamo.

E invece.

Appena lo spettacolo inizia vien da pensare a una Merzbau.

Meglio spiegare.

Dal 1923 l’artista visivo tedesco Kurt Schwitters accumula detriti su detriti attorno alla cosiddetta colonna Merz, assemblaggio costituito da oggetti di scarto, secondo il principio schwittersiano di procedere a un riscatto costante degli elementi considerati infami e schifosi, da destinare a qualche discarica.

Cattedrale delle miserie erotiche: il titolo integrale della Merzbau è esattamente questo. Di titolo e di fatto, poiché la colonna iniziale si espande dentro l’abitazione di Schwitters, ad Hannover, occupando prima un piano intero con quintali di oggetti che l’artista deposita a strati creando meandri, pertugi, spazi del tutto irregolari, poi sfondando soffitto e pavimento, su e giù, a invadere altri appartamenti del palazzo.

Se Marcel Duchamp sceglie i suoi investimenti estetici nell’ambito del “già fatto”, Schwitters compie la stessa operazione di prelievo, ma in lui agisce la spinta a cercare tra un ammasso di oggetti, dove in qualche modo il tempo cronologico e atmosferico trasmette alle cianfrusaglie l’alone del “già sfatto”.

Emanazione freudiana: ammasso del rimosso.

Emanazione freudiana: ammasso del rimosso.

Emanazione freudiana: ammasso del rimosso.

 

Teatro delle Bambole, Se cadere imprigionare amo – foto di Luca Di Bartolo

 

Detta così è molto rischiosa: facile sbracare. E di allestimenti di Schwab, per rimanere al micro-cosmo evocato, sguaiati e gratuitamente eccessivi negli anni ne abbiamo patiti più d’uno.

Qui, invece.

Tutto è fuori misura, ma ci sono una sapienza e un’intelligenza teatrali che ci ricordano che tutto è ritmo, come direbbe Friedrich Hölderlin. E che tutto è linguaggio: come tale va trattato.

La regia con sagacia costruisce una serie di espedienti raffreddanti/distanzianti e di concretissime relazioni spaziali fra le Figure: «Poiché i movimenti apparenti delle Figure sono subordinati alle forze invisibili che si esercitano su di esse» si potrebbe dire con Deleuze là dove riflette su Bacon «possiamo risalire dai movimenti alle forze, e redigere empiricamente un elenco di quelle che Bacon rivela e capta. Infatti, sebbene Bacon si paragoni a un “polverizzatore”, a un “frantumatore”, egli agisce piuttosto come un rivelatore». Detto altrimenti: è uno spazio di relazione in cui la percezione dello spettatore non è dominata dalla ricezione di segni e segnali, ma piuttosto da ciò che Jerzy Grotowski chiamava «la prossimità degli organismi viventi».

A proposito (e di conseguenza): la lingua di scena è un intreccio di italiano, dialetto barese e dialetto milanese, di grida e balbettii, di ruggiti e sussurri, di gemiti e borbottii. Entità vocalica, al di qua e al di là del significato, prima (e dopo) l’essere entità semantica, veicolo di significati referenziali, a disegnare una sorta di paesaggio sonoro/testuale. L’esplicito riferimento, per il Teatro delle Bambole, è il lavoro sul suono di Gisela Rhomert (Metodo Funzionale del Lichtenberg® Institut).

Le molte invenzioni di Se cadere imprigionare amo –questo il titolo dello spettacolo- si inscrivono pienamente nel mondo del teatro: al contrario di numerose proposizioni odierne che fanno dell’ibridazione fra discipline e della non definibilità la loro peculiare cifra (a volte con esiti altissimi e di assoluto interesse, ça va sans dire) qui la ridda di impulsi in scena sono segno di un artigianato, di un immaginario e di modus operandi pienamente, anticamente, solidamente teatrale.

 

Teatro delle Bambole, Se cadere imprigionare amo – foto di Luca Di Bartolo

 

Se cadere imprigionare amo, nomen omen, attraversa il tema della caduta. Le Figure, apparentemente tratteggiate con il pennarello a punta grossa ma in realtà portatrici di una raffinata sapienza attorale, sono costruite attraverso un lungo, paziente, monacale, non riconosciuto (siamo a Bari, non a Pontedera) lavorio che ha portato il Teatro delle Bambole, fra l’altro, a elaborare un proprio Nuovo Metodo di Approccio all’Arte Drammatica che non vediamo l’ora di conoscere meglio.

Caratteristica (inusuale) del gruppo guidato con pacata visionarietà da Andrea Cramarossa è quella di concedersi tempi lunghi di indagine scenica: «Dopo esserci costituiti, abbiamo lavorato assieme per cinque anni, prima di produrre il primo spettacolo», ci racconterà il fondatore e ideatore di questo coraggioso e rigoroso progetto.

Siamo usciti dalla sala del Teatro degli Atti decisamente grati. Verso i curatori del Festival Le Voci dell’Anima, che ci ha permesso di incontrare questi artisti misconosciuti e consolanti. E verso «l’antica arte del teatro» potremmo chiudere con l’amatissima Mariangela Gualtieri «quando ancora raduna i vivi e li nutre».

 

MICHELE PASCARELLA

  

Visto al Teatro degli Atti di Rimini il 18 ottobre 2017 – info: teatrodellebambole.it

 

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