Lindsay – algido eppure tropicale – torna su disco, torna alle canzoni e torna a Bologna. Noi torniamo a parlare di lui. Tutto torna, intanto che ci si trova ancora senso.

A costo di rimanere trincerati dietro poche inviolabili certezze, Arto è dei nostri.

Uno di cui fidarsi.

Chitarra ben oltre la chitarra, Sudamerica ben oltre il Sudamerica, intellettualismo ben oltre il salotto, Nuova York come culla eletta di un Nuovo Tropicalismo senza tropici, voce di melodia sontuosa e sotto a tutto corde ruggenti di ruggine e vetri taglienti.

Il suo ultimo disco Cuidado Madame (letteralmente “Attenzione signora” ispirato a un film di un regista underground brasiliano) è un affare di pulsazioni levigate e di canzoni circolari, con le macchine tutto intorno alle presenze umane. Eppure rimane in qualche misura un disco di folklore, di quel folklore che pesca nella tradizione ma ne rifugge l’abbraccio consolatorio. Di quella musica certo molto pensata che rimane popolare perchè danza al ritmo della strada e non solo a quello delle pagine dei libri di storia. E pure resta disturbante, e morbosa, seppure su un piano diverso dall’Arto di cui ci innamorammo anni addietro. E’ un disco che arriva dopo 14 anni dall’ultimo di inediti ma sembra tuttavia avere cristallizzato il senso ultimo della sua ricerca qualche lustro indietro.

La foto “di scena” stavolta è è perfetta e dice moltissimo: lo si vede seduto in una casa dimessa, di fronte a una finestra aperta su un sole pallido, pallido come lui e come la sua camicia. In mano brandisce una spada fatta di pixel.

Le luci bianco fosforo degli schermi monitor – di fatto – sono quelle che illuminano il disco. Più di qualsiasi sole del Sud, e più dei neon dell’underground. Disco algido, col sangue che scorre più sotto.

Anche in quei progetti in cui Lindsay sembra restare sul perimetro esterno delle sue composizioni, di non concedere la gratificazione di emozionarsi davvero, di non volere ripercorre il sentiero di una canzone “diversamente punk” tagliente e abrasiva, il Senso c’è tutto. Ed è quello – in questo caso – di un disco partito con un percorso di ricerca di ritmi brasiliani. Una base su cui poco per volta si sono innestate liriche dalle ispirazione molteplici, fino a diventare un disco di canzoni. Quando nelle note stampa si legge: “altre coordinate sono state fornite dai racconti di prigionia del New England, dalla bolla speculativa giapponese e dal Golfo di Napoli” viene anche un pò da ridere, e torna in mente come una delle attività preferite di qualsiasi intellettuale passato dalla Grande Mela sia lo sberleffo. Consueta gestione ritmica raffinatissima fra umano e meccanico, sacro e profano, che prende in prestito dall’elettronica la rarefazione e dall’analogico il gusto per certi timbri slabbrati. Una formula che forse in epoca di software-a-portata-di -tutti perde qualche punto di freschezza ma che rimane sempre pregnante e mai scontata.

Suona a Bologna al Locomotiv il 16 novembre, nel cartellone di Express, un festival di contemporaneità classica, e diagonale.

L’ultima volta che Lindsay suonò a Faenza, dopo un concerto ottimo si scusò con i molti fans che volevano foto e autografi, per poi magari disquisire di aneddottica no wave, e se ne andò. Poi disdisse il ristorante prenotato e insistette per andare in pizzeria a vedere la finale dei Mondiali.

Intellettuale sempre, popolare pure.

ANTONIO GRAMENTIERI

 

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