Il Nullafacente - foto di Guido Mencari

 

Alcune note sullo spettacolo diretto da Roberto Bacci, andato in scena nei giorni scorsi all’Arena del Sole di Bologna.

Vien da pensare all’usanza giapponese dei tanzaku, foglietti di poesie dettate dalla passione umana lasciate a penzolare al vento finché l’acqua e le intemperie non arrivano a cancellare la pressione calligrafica e a riportare le lettere a puro ammasso di graffiti su una carta in procinto di macerare e tornare materia cosmica.

Viene in mente Yves Klein, quando con Il vuoto alla Galleria Iris Clert di Parigi nel 1958 espone una stanza vuota, neutralizzata con un bianco intenso che contrasta con la scenografia in blu preparata all’esterno tra luci e cocktail, mentre due guardie in uniforme sorvegliano la soglia per conferire ufficialità al trapasso dimensionale racchiuso dalle quattro pareti.

E come non ricordare 4’33’’ di John Cage del ’52: tacet per tutta la durata indicata dal titolo, a suggerire che il silenzio è, di fatto, impossibile.

Si potrebbe a lungo (e con sommo gusto) continuare, ma questi tre esempi possono forse bastare per indicare l’attitudine del Nullafacente, persona -e dunque maschera- impegnata in una strenua resistenza passiva agli incessanti, fastidiosi stimoli del mondo esterno.

Michele Santeramo, autore del testo e protagonista dello spettacolo insieme alla straordinaria Silvia Pasello, abita il minimale, rigoroso spazio scenico ideato da Roberto Bacci con sorniona, amara, ironia. Lo fa, direbbe Ennio Flaiano, «con quella pacata amara indifferenza dell’attore che conosce i polli della sua platea». Un piccolo bonsai dalla chioma tondeggiante, la cui sagoma richiama la capigliatura del protagonista, funziona da correlativo oggettivo del sentire del Nostro, a evocare una pervicace attitudine all’immobilità, all’essere e basta, a porre attenzione -direbbe l’autore- a cosa «NON fare» per stare bene.

La regia imprime alla minimale vicenda, nella quale «il Nullafacente e sua moglie, gravemente malata, sono immobili. Intorno a loro agiscono i personaggi del Fratello, del Medico, del Proprietario», un andamento asciutto, regolare.

In un sistema di segni scenici di impianto naturalistico appare curiosa la scelta di marcare con intenzioni e ritmi serrati, finanche affannati (teatralmente certo efficaci), la figura che nella fabula dichiara ripetutamente e a gran voce di (voler) vivere, all’opposto, semplicemente e inesorabilmente «senza fare nulla».

Il Nullafacente, si potrebbe sintetizzare e concludere, pare caratterizzato da un’indole quasi zen.

A proposito: lo zen (vale forse la pena ricordarlo, giacché si tratta di uno dei molti termini consumati negli anni dalla melassa new-age) prevede l’azzeramento di nozioni e saperi allo scopo di liberare mente e corpo dai condizionamenti. Invece di rimandare a qualche entità ultraterrena si avvolge alle cose di questa terra, intendendo la vita qualcosa da assaporare nell’irripetibilità inestimabile di ogni istante.

Il più possibile, sembra ricordarci Il Nullafacente, senza scocciature.

 

MICHELE PASCARELLA

 

Visto all’Arena del Sole di Bologna il 17 novembre 2017 – info: arenadelsole.it

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