Jan Fabre, Belgian Rules/Belgium Rules - foto © Wonge Bergmann

 

Belgian Rules/Belgium Rules, spettacolo tragico e grottesco, gioioso e inquietante, dura quattro ore senza intervallo: una bazzecola, in confronto al giro di sole di Mount Olympus, accaduto a Romaeuropa due anni fa.

Dura quattro ore ma ne potrebbe durare quaranta: la prima cosa di cui Fabre si libera, nella percezione dello spettatore, è la misura del tempo, dilatato ad accogliere un montaggio paratattico di scene che trovano la prima e forse essenziale ragion d’essere nella dismisura delle presenze sceniche, una quindicina di corpi maschili e femminili che, anche grazie a una ridda di efficacissimi cambi-costume e a una profusione energetica senza riserve, immergono lo spettatore in una vera e propria esperienza.

 

Jan Fabre, Belgian Rules/Belgium Rules – foto © Wonge Bergmann

 

Lirico e ironico, coltissimo e pop, folle e precisissimo, Belgian Rules/Belgium Rules fa esperire la dimensione originaria del fatto teatrale, qui inteso come “gioco-rito-festa”, e l’altrettanto aurorale funziona catartica, di purificazione. Come non pensare al «montaggio delle attrazioni» teorizzato da S.M. Ėjzenštejn, al suo lavorare con elementi «che esercitano nello spettatore un effetto sensoriale o psicologico, verificato sperimentalmente e calcolato matematicamente, tale da produrre determinate scosse emotive»?

Per Fabre, ancora una volta, la misura è l’eccesso e il medium è il corpo: corpo osceno, ob-scaena, cioè posto al margine della scena, intesa come luogo d’osservazione.

Che cosa si osserva?

Il Belgio, il mondo e noi stessi: fragili e smisurati.

Chapeau.

 

MICHELE PASCARELLA

  

Visto al Teatro Argentina di Roma il 30 settembre 2017 – info: romaeuropa.net, janfabre.be

 

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