Teatro delle Albe, Va pensiero - foto di Silvia Lelli

 

Brevi note sul nuovo spettacolo corale di Marco Martinelli e Ermanna Montanari, «storici immediati del reale» che raccontano di mafia e ‘ndrangheta in Emilia Romagna.

Arriva forte e chiaro, il Va pensiero del Teatro delle Albe: dieci attori più un coro lirico per un’opera brechtianamente epica e didattica, solidamente efficace.

«Vogliamo dar vita a una scena che ponga delle domande» ebbe a dire il drammaturgo e regista del celebrato ensemble ravennate alcuni anni or sono nel corso di una tavola rotonda curata all’Università degli Studi di Bologna da Gerardo Guccini «consapevole della necessità di una relazione viva con la società, con gli spettatori, con il mondo».

Quale relazione costruisce, questo spettacolo? Va pensiero, si potrebbe forse sintetizzare con uno slogan, è un’opera d’arte che guarda all’opera dell’arte.

Detto altrimenti: attraverso la lucida maestria con cui sono realizzati i diversi elementi che lo compongono (tra i quali un testo denso e leggiadro, feroce e raffinato; una recitazione –in primis di Montanari, ma non solo- asciutta e vitalissima, leggibile e stratificata; una regia attenta a chiarire i rapporti fra le figure così come l’articolarsi della fabula; una ridda di citazioni verdiane -da La Traviata a Rigoletto, dal Requiem a La forza del destino, ecc- suggerite con generosa sapienza da Gerardo Guccini), lo spettacolo pare porre prioritaria attenzione all’efficacia -civile, dunque politica- del proprio esistere.

Etica attraverso l’estetica.

Se è vero che nell’origine della disciplina filosofica (Alexander Gottlieb Baumgarten, 1750) l’estetica ha a che fare con la «conoscenza sensibile», è sulla percezione dello spettatore che Va pensiero agisce, per proporre nuova comprensione.

Dell’attualità nuda e cruda, certo: con attitudine da «storici immediati del reale», per dirla con Jean La Couture, Martinelli e Montanari traducono fatti di cronaca in realtà altra, selezionata e scontornata a favore di una limpida chiarezza comunicativa.

Al contempo, per scongiurare il rischio di diventare «solo un comparto periferico, uno dei tanti, della grande società dell’informazione e dei mass-media», lo spettacolo problematizza la ricezione dello spettatore.

E lo fa attraverso una peculiare idea di cinema.

«Va pensiero» ha dichiarato Ermanna Montanari «è stato scritto pensando a un film. È la prima volta che capita e non è un caso che sia immediatamente successivo al lavoro svolto per il film Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi, che però era nato come spettacolo teatrale. È un’osmosi fra i due linguaggi, un rincorrersi: per tanti anni il cinema è stato sottotraccia nei nostri lavori, anche in quanto divoratori di cinema. Poi, a un certo punto, le proiezioni hanno cominciato a entrare in maniera massiccia nei nostri spettacoli, a partire dal Pantani».

Dal punto di vista dello spettatore, in Va Pensiero il medium cinematografico è colto, pare di poter affermare, per la capacità di favorire l’emergere di uno sguardo al contempo personale e complesso, nel quale realtà e immaginazione si intrecciano.

Un occhio acuto, che si serve di una macchina da presa (qui: di un dispositivo scenico) per incrementare ed evidenziare la percezione del fruitore: così come il cinema, anche questo spettacolo suggerisce cosa guardare e come guardarlo, con valenza sia esplicativa che regolativa, dunque.

 

Teatro delle Albe, Va pensiero – foto di Silvia Lelli

 

Occorre forse tornare per un attimo a Walter Benjamin, secondo il quale ogni fase della storia dell’uomo ha una sua particolare maniera di cogliere il reale: «Nel giro di lunghi periodi storici, insieme coi modi complessivi di esistenza delle collettività umane, si modificano anche i modi e i generi della loro percezione». L’intellettuale tedesco ragiona sull’esigenza di «rendere le cose, spazialmente e umanamente, più vicine», dunque di vincere la lontananza per accostarsi ancora di più al mondo e, al contempo, di riconoscere «ciò che nel mondo è nello stesso genere», anche se si presenta con facce diverse: ha forse in mente questo, Martinelli, quando fa affermare in merito al vigile urbano, pro-motore della vicenda di Va pensiero, che «aveva ritrovato i tortelli e la ciambella, di cui andava matto»? 

In una conferenza tenuta a Parigi nel ’21, il regista e critico cinematografico Louis Delluc suggerì che «il cinema ha lo stesso carattere di popolarità della tragedia greca, a cui l’intero corpo dei cittadini aveva accesso, da cui traeva comune diletto e a cui partecipava con il senso della collettività».

Traslato: teatro luogo «dell’assemblea reale», si potrebbe affermare con Hans-Thies Lehmann. Dei «molti», per stare ancora un po’ con Martinelli – il quale, non certo a caso, dissemina il copione di cori e corifei, a dialogare con sindaci e uffici stampa. 

Tanto il cinema quanto il teatro -greco et ultra– sono occasioni in cui vengono messi in campo gesti e immagini che un intero popolo può considerare come propri, pratiche da riconoscere e in cui riconoscersi: esperienze estetiche, dunque conoscitive, in cui l’opera è, al contempo, specchio del proprio tempo e fonte di proposte che intervengono sul terreno che pure l’ha nutrita.

Per conclusione e sintesi (ma si potrebbe a lungo continuare) viene in mente Ennio Flaiano quando nel 1963, per commentare uno spettacolo di Mario Prosperi e Renzo Giovampietro, scrisse: «Tutti infine hanno avuto grandi applausi. Pubblico attentissimo […] Infine, soddisfazione generale. Com’è confortante accorgersi che non si chiede al teatro ciò che la vita di tutti i giorni ci dà in abbondanza, sopraffazione del gusto, stupidaggine e pornografia». Perfetto Flaiano, anche questa volta.

 

MICHELE PASCARELLA

  

Visto al Teatro Alighieri di Ravenna l’8 dicembre 2017 – info: teatrodellealbe.com

 

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