Al Salone Snaporaz di Cattolica è in arrivo – dal 13 gennaio al 3 marzo – un ciclo di incontri dal titolo “Potere alla parola”. La manifestazione si pone come obiettivo quello di indagare il panorama musicale odierno e le “culture giovanili” al fine di creare un dialogo con i più giovani. Il Festival, organizzato e condotto da Pierfrancesco Pacoda, vuole raccontare la nuova musica italiana e per farlo ha scelto di chiamare come ospiti una serie di artisti e musicisti contemporanei per narrare la loro esperienza, il loro lavoro, l’importanza della creatività, ma anche del metodo. Ad aprire questo ciclo di incontri sarà il rapper Amir Issaa sabato 13 gennaio che presenterà il suo libro “Vivo per questo”.

In questa occasione ho avuto il piacere di conversare per telefono con il rapper e parlare con lui del rap, della sua musica e della sua missione sociale, nonché del suo libro.

Come è nata la tua passione per la musica e perché hai scelto proprio il rap come genere musicale per esprimerti?

Tutto è iniziato intorno ai 15 anni: ero piccolo ed era un periodo storico, gli anni Novanta, in cui il rap in Italia non era come adesso, conosciuto da tutti. Ho sentito una cassetta dove c’era una canzone rap americana e mi ha colpito il fatto che parlavano. Era una cosa che non avevo mai sentito: avevo sempre sentito la musica cantata e mi piaceva fare musica, però non avevo una bella voce, non conoscevo bene le note e quindi non avevo mai immaginato di poter intraprendere quel percorso. Invece quando ho sentito il rap, mi si è aperto un mondo perché subito ho pensato che per farlo non devo frequentare una scuola di musica, imparare le note, ma che potevo farlo da solo. In effetti è quello che fanno tutti i ragazzi che fanno rap. È una musica rivoluzionaria perché in una cameretta con una semplice base musicale un ragazzo può esprimersi, raccontarsi. La facilità di non avere degli strumenti musicali da suonare rende il rap più immediato. Mi piaceva questa musica diretta, parlata ed efficace per poter veicolare dei messaggi.

Forse è proprio per questa sua efficacia che il rap ha spesso assunto su di sé una missione sociale attraverso testi impegnati

È un genere che viene dal basso, la maggior parte dei rapper raccontano le storie di tanti ragazzi, rappresentano una generazione. Poi ovvio, il messaggio sociale nella musica rap, il testo impegnato, è andato di apri passo con i momenti storici. Se andiamo ad ascoltare il rap degli anni Novanta in Italia era un tipo di musica molto politicizzato. Si trattava di gruppi che facevano un rap prettamente politico ma perché in quel momento in Italia c’era un grande fermento politico, con manifestazioni e occupazioni delle università. Possiamo dire che il rap è quasi una colonna sonora della società, va di apri passo con quel che succede e si adatta al cambiamento. Infatti oggi come oggi parlare di rap e impegno sociale è complicato perché la maggior parte dei rapper non trattano questi argomenti: quelli in classifica o comunque più visibili hanno testi  superficiali. Ma questo fa parte del mondo di oggi: i ragazzi in generale non sono molto interessati alla politica e spesso preferiscono sentire una canzone divertente, che li fa ballare. Nel mondo di oggi, quello dei social network, ha molto più valore l’immagine, il mettersi in mostra, del contenuto, perciò i ragazzi quando cominciano a fare musica sono più impegnati a comparire bene più che a scrivere un testo che possa essere rivoluzionario. La missione oggi è riportare l’attenzione sul contenuto.

Per riuscire a parlare ai ragazzi, dunque, il modo migliore sarebbe quelli di proporre canzoni divertenti ma con tematiche importanti

Hai detto la cosa giusta. Negli anni Novanta e Duemila non si faceva questa cosa: chi rappava o era il rapper da classifica e faceva canzoni frivole oppure era il rapper underground molto incazzato, con un atteggiamento e un’attitudine dura. Invece oggi sono pochi  gli artisti che riescono a mettere insieme divertimento e impegno sociale: ce ne sono alcuni, tipo Ghali, che fanno canzoni frivole ma che ogni tanto inseriscono delle piccole cose che fanno riflettere i ragazzi anche se dette in modo leggero. Oggi la chiave è quella: cercare di far divertire le persone ascoltando la musica e ogni tanto metterci qualche messaggio. Noi negli anni Novanta arrivavamo con una base musicale bella dura, già con un’attitudine arrabbiata ed era un altro modo di farlo. Riuscire a fare canzoni orecchiabili, passabili in radio, che possono avere un bacino d’utenza ampio con dentro dei contenuti. Questa è un po’ la sfida.

E anche con la tua musica dunque ti riproponi questo obiettivo?

Negli anni sono stato uno dei primi ad interessarsi allo ius soli, al razzismo, all’integrazione. Ho iniziato a parlarne in musica dal 2006, quindi molto tempo prima che si accendesse un dibattito in Italia. Ho sempre cercato di veicolare con la musica dei messaggi. Ho iniziato a fare rap proprio perché in questo tipo di musica avevo trovato una chiave per raccontare, per potermi esprimere e poter tirar fuori quello che non riuscivo a dire in altro modo, ad esempio i problemi che avevo in famiglia, mio padre che aveva problemi con la droga e non lo vedevo mai, il carcere e tante cose che non riuscivo a raccontare. Quindi per me il rap è stato questo e ho sempre cercato di essere anche un esempio per gli altri ragazzi. ‘Io ci sono riuscito, sono riuscito ad uscire da alcune situazioni brutte, provaci anche tu, puoi riuscirci anche tu’. Però negli anni ho fatto dieci progetti, quindi se si vanno ad ascoltare tutti i miei dischi c’è di tutto, canzoni impegnate ma anche canzoni più frivole. Però il mio intento è sempre stato quello di creare un racconto, per questo si è poi arrivati al libro.

Il tuo stesso progetto “Potere alle parole” porta avanti questo tipo di racconto

Sì esatto. L’ispirazione per questo titolo mi è venuta da una canzone di Frankie Hi-Nrg Mc che si chiama “Potere alle parole”. Si tratta di un progetto di laboratori nelle scuole con il rap che diventa una forma didattica: costruire le rime insieme ai ragazzi per poter parlare di discriminazioni e tematiche varie. Questa esperienza mi ha portato negli Stati Uniti, in Giappone. Sto girando tantissimo: ora il libro è stato preso come libro di testo da alcuni college degli Stati Uniti. A fine febbraio parto e faccio un tour di una decina di tappe dove andrò nei college a parlare del libro.

Nel tuo  “Vivo per questo” hai appunto deciso di raccontare la sua esperienza. Ma, nel suo complesso il romanzo racconta di una generazione intera

Il libro in realtà è come un collage di tutte le cose che avevo detto e accennato in musica. Quando un anno e mezzo fa è arrivata la proposta di Chiare Lettere ho accettato subito perché sentivo che era arrivato il momento giusto per scrivere un libro, che avevo raggiunto la giusta maturità. In “Vivo per questo” parlo della generazione dei primi anni Novanta, che ha vissuto l’avvento di internet: io e i miei amici ci siamo trovati nel momento in cui è cambiato tutto. Questo lascia spiazzati i ragazzi di oggi che nascono in un contesto in cui avere a portata di mano i social network e il mondo virtuale è la normalità. Per noi non era così: da un anno all’altro c’è stato un cambiamento forte. Ancora oggi è un mondo che accetto ma che a volte fatico a comprendere: per esempio faticherò sempre a capire come alcuni ragazzi siano convinti di avere tanti amici solo perché hanno tanti follower su internet. Questo perché io ho vissuto in un periodo in cui chiamavo a casa dei miei amici con il telefono per darci appuntamento. Ho vissuto quel periodo storico in cui generi musicali come il punk, il rap, il rave hanno intrapreso un percorso in Italia. Nel libro ho cercato di raccontare fedelmente gli anni Novanta, cercando un po’ di riempire quel vuoto che c’era – perché non è un periodo particolarmente raccontato in altri libri o film. Il libro si apre con me da piccolo che cercavo qualcosa di diverso da quello che mi offriva la società e la periferia: io scendevo in strada e c’erano i coatti (così li chiamano a Roma), gli zarri  (come li chiamano a Milano), ovvero i ragazzi che formano comitive con i motorini e vanno allo stadio, in discoteca. Io avevo rifiutato quella situazione che non mi apparteneva, soprattutto per la loro sopraffazione fisica. Non mi piaceva il fatto che per emergere e essere rispettati bisognasse picchiare più forte  o incutere timore attraverso il proprio aspetto. Quando invece ho visto gruppi di ragazzi che si sfidavano sulle note dell’hip hop mi si è aperto un mondo, perché mi piaceva che la competizione per il rispetto fosse basata sulle capacità. E questo valeva sia per l’hip hop che per il rap. Era uno status completamente diverso da quello che vedevo nel mio quartiere, Torpignattara, da cui scappavo per cercare altri ragazzi che avevano le mie stesse passioni e che venivano da ogni parte di Roma. Mi sono trovato ad avere a che fare con figli di ambasciatori io che ero figlio di un delinquente: la passione in comune che avevamo abbatteva tutte le nostre differenze culturali e questo è quello che io cerco di promuovere sempre. Abbattere le barriere, il razzismo, favorire l’integrazione: si può fare attraverso una passione comune tra i ragazzi.

Parlando di generazioni, nel film “Scialla” al quale hai collaborato per le musiche si parla invece della generazione di oggi

Sì, qui parlo della generazione odierna. Grazie a mio figlio ho avuto una lente di ingrandimento sui ragazzi più giovani di me. Ho sempre frequentato ragazzi più giovani, anche per la musica, per sentirmi stimolato, ed è normale: la maggior parte dei rapper di Roma di oggi hanno 17-20 anni. Mi sento quasi fuori dall’estetica, ho quarant’anni e non mi ci sento: il pomeriggio vado a fare i graffiti sui muri e poi vado a registrare in studio. Sono riuscito a raggiungere una stabilità economica e famigliare, ma penso che la mia passione per la musica mi abbia tenuto più giovane, per questo trovo una bella sfida quella di confrontarmi con le generazioni di oggi. In realtà non mi sento così diverso da loro: uso i social network come loro, faccio quello che fanno loro. Sicuramente hanno un punto di vista diverso però mi piace il confronto. Non sono di quelli che pensano che i ragazzi di oggi non valgano niente, che non abbiano voglia di impegnarsi. Penso che ci sia bisogno di confrontarsi e penso che ognuno possa imparare qualcosa di nuovo. Anche con i ragazzi che hanno l’età di mio figlio che fanno rap: ci sediamo e io do il mio punto di vista che è quello dell’esperienza, che a loro manca, mentre hanno più dimestichezza di me con i mezzi. Fin da piccolo ho sempre ascoltato gli anziani e li ho sempre visti come una fonte di saggezza. Oggi mi piace essere visto dai giovani non come un vecchio rompipalle ma come un uomo che ha vissuto una certa esperienza, in un periodo storico in cui era anche più difficile per quanto riguarda il rap emergere perché non cerano i mezzi: dovevamo fisicamente partire e andare in un’altra città. Mi piace però allo stesso tempo imparare da loro che hanno tutto a disposizione, che possono nello stesso giorno scrivere una canzone, registrare un videoclip anche a casa e avere un feedback immediato da tutto il mondo.

Tornando a “Scialla”, come è stato lavorare per il cinema?

È stato molto diverso dal lavorare nel mondo della musica, soprattutto perché si tratta di un lavoro su commissione. I testi sono stati veicolati dal regista e dalla sceneggiatura, ma è qualcosa in cui mi sono ritrovato perché il film racconta una vicenda familiare, di un padre e un figlio . Quando il regista mi ha detto “scrivi una canzone dal punto di vista del padre che mette in guardia il figlio” mi sono trovato molto bene. “Scialla” è un film che comunque ha una tematica dietro molto importante, trattata in modo leggero, come è giusto che sia in una commedia. Tecnicamente ho scritto le canzoni non sulle basi musicali ma guardando le immagini nella sala di montaggio: andavo sul set a respirare l’aria per sentirmi ispirato e per scrivere. È stato un lavoro nuovo e diverso da cui ho imparato tantissimo e che mi ha permesso di crescere confrontandomi con una nuova esperienza.

A un ragazzo o ragazza che ti dicesse che vuole intraprendere la tua carriera, cosa risponderesti?

Oggi quello che gli dico è di non seguire agenzie, manager, produttori. Oggi devi prendere il telefono, comprarti magari un cavalletto per telefonini e fare quello che vuoi. Poi mettilo istantaneamente su youtube, su internet e fallo girare. È il massimo. Oggi viviamo in un momento in cui possiamo fare a meno di tutto quel macchinoso lavoro che c’era prima. Prima di arrivare a una radio dovevi andare da un manager, il manager doveva mandare il tuo singolo all’editore e l’editore decideva se era un pezzo radiofonico. C’erano in mezzo tante dinamiche, ovviamente anche economiche. Mi piace invece pensare che oggi ci sono dei ragazzi che hanno successo e lo hanno fatto da soli: mettono i loro video su youtube, i ragazzi li vedono e poi vanno ai concerti. Tutto questo è direttamente dal produttore al consumatore. Quindi non credo molto nei talent, credo invece che oggi sia un momento storico in cui tutti possiamo dire quello pensiamo. Questo ha dei lati positivi e negativi. Il lato positivo è che tu sei selfmade, fai tutto da solo, con dei mezzi a volte anche economici. Oggi, se alla gente piaci, viene ad ascoltarti al concerto senza dover arrivare per forza alle radio o alla televisione.

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