Lo scorso anno – cinematograficamente parlando – La La Land ha riportato sul grande schermo la magia, le musiche e i colori del musical, appropriandosi di uno dei generi forse più amati della cinematografia americana. Forse è azzardato parlare di una possibile nuova età dell’oro per il musical, di certo però il regista Michael Gracey ha accettato la sfida lanciata da Damien Chazelle e ha deciso di esordire alla regia con un musical sorprendente, The Greatest Showman.

Dopo otto anni di duro lavoro e di collaborazione tra il regista e l’attore Hugh Jackman – protagonista del film –, finalmente il progetto ha visto la luce. Dopo l’enorme successo delle musiche di La La Land la scelta non poteva che ricadere sugli autori Benj Pasek e Justin Paul per rendere anche The Greatest Showman un musical incapace di uscire dalla testa di chiunque lo ascolti.

La scelta del genere cinematografico appare assolutamente azzeccata: raccontare la storia di P. T. Barnum, la grande mente dietro il concetto di circo moderno, non poteva essere narrata meglio se non attraverso un vero e proprio spettacolo. La storia può sembrare lineare e scontata, un uomo di umili origini che riesce grazie ai propri sforzi, agli amici e alla famiglia a raggiungere l’apice del successo, incarnando così perfettamente l’ideale americano del selfmade man. Tuttavia nel film non manca l’attenzione per la diversità e l’accettazione, tema in realtà mai passato di moda che negli ultimi anni ha richiesto sempre una maggiore attenzione, date le situazioni politiche e sociali che stiamo vivendo. Ecco così dunque che un amore impossibile diventa possibile, che la bruttezza si trasforma in bellezza e che la vergogna di essere ciò che si è si trasforma in una celebrazione della diversità.

Se la storia si dispiega linearmente, tutto il resto appare semplicemente spettacolare: i colori esplodono in coreografie complicate, in grado di trasmettere sentimenti ed emozioni prima che gli attori possano esprimerli cantando. Questo continuo crescendo di emotività esplode nelle note di  A Million Dream e nel finale From Now On, che da sole incarnano l’impianto principale del film e che nessuno meglio di Hugh Jackman avrebbe potuto interpretare.

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