Anche quest’anno la città di Bologna ci offre un programma artistico degno del suo
nome. Quattro giorni di intensissime e ricchissime attività deputate al bello ed alle novità.

C’è l’imbarazzo della scelta tra le esposizioni di quadri, installazioni ed opere d’arte
all’interno del complesso fieristico e ArtCity, il programma di eventi e vernissage
fuori salone, dislocati lungo la città ed ospitati nei musei, nelle gallerie d’arte, negli
spazi privati e nei palazzi storici.

Sveglia presto, ordunque. Borsa in spalla e via. Si fa la corsa per visitare e non perdersi il minimo particolare, ingordi e bramosi quasi come se non ci fosse un domani.

Ad Artefiera si sa, è difficile scegliere tra le tante meraviglie esposte e le originali creazioni ma, alcune di esse ci hanno colpito maggiormente e ve le raccontiamo. Abbaglianti le radiose opere di Antonella Zazzera, installazioni di fili di rame sovrapposti quasi a ricordarci l’antico mestiere dell’intelaiatura. Imponenti e sorprendenti i ritratti ad olio del pittore brasiliano Harding Meyer. Caldi, vivi, simbolici e fatti di materia i quadri, che sembrano sculture, di Luigi Mainolfi. Ricercate, multiformi ed intercambiabili le opere di Riccardo Baruzzi, pittura, disegno, performance e interventi installativi vengono sovrapposti per “mettere in crisi l’univocità dell’arte”, creando oggetti come strumenti/opere che affiancano alla pratica visiva la ricerca del suono compenetrandosi.

Il nostro stupore non si ferma qui, prosegue con ArtCity. Si entra in “casa” dei galleristi e nei palazzi d’epoca per vivere in prima persona gli artisti e le loro opere, insolite e tutt’altro che convenzionali, in alcuni casi tese al “riordino” della pianeta, come Scart, dove i rifiuti diventano arte e disign o, come le opere di Andreco, frutto di ricerca ingegneristica ambientale e vocate alla sostenibilità.

In questa cornice ci rapisce l’esposizione in Galleria Farini. Roberto Dudine, ospite affabile, ci accoglie presentando gli artisti e le loro creazioni. Tra questi, Valeria Cerutti, ritrattista bolognese, con il suo “le rane salveranno il mondo” spiega come in natura tutto cresce e si trasforma evolvendosi in perfezione, mentre dalle pennellate energiche e astratte e dai toni sgargianti di Rosie Longhi De Bouard, pittrice italo-francese, traspare il sentimento più intimo dell’artista.

A metà pomeriggio in Galleria, ecco, arriva lui, Vittorio Sgarbi che fa del nostro sabato un sabato differente, e ci pregia con la lectio magistralis dando al contempo una panoramica “dell’essere artisti oggi”. Sottolinea l’importanza di riconoscere l’artista dal nome che, da “apprendisti” espositori in una galleria di rilievo, nei casi più fortunati, possono giungere ad esporre nei musei, così da raggiungere oltre alla fama anche un riconoscimento economico di tutto rispetto. Ironizza, inoltre, sul consiglio dato ai vari artisti incontrati nel tempo, di abbandonare la strada dell’arte. Ribadendo che è più facile aprire un ristorante e fare il buon chef e muoversi in un mondo che offre più opportunità che muoversi nel campo artistico oramai saturo. Sottolinea il ruolo delle donne nell’arte che, oggigiorno vanno al passo con gli uomini, così conquistandosi il diritto alla creatività che a sua volta dev’essere
riconosciuto formalmente in un mercato che consenta di fare di quel talento anche un lavoro pur mantenendo la capacità di esprimersi. Ci lascia rendendo un consiglio schietto agli artisti presenti «andate avanti dunque, studiate e concentratevi» e con una metafora culinaria aggiunge «non fate spaghetti scotti, non fate opere scotte. Dovete fare opere al dente, che siano commestibili. Non siate troppo indulgenti verso voi stessi, l’ambito in cui vi muovete è concorrenziale perché vi sono più cattivi pittori che buoni cuochi. L’arte contemporanea, purtroppo, porta con sé questo equivoco “il potevo farlo anche io” ossia, per fare un Michelangelo ci vuole Michelangelo, mentre per fare molti quadri contemporanei è facile, chiunque sarebbe in grado di farli. E questo è grave, vuol dire avere rinunciato al mestiere, all’accademia, all’impegno, ad una concentrazione forte per poter dire “io faccio
qualcosa che stupisce o che per lo meno altri non sono in grado di fare“».
Infrante, dunque, le nostre velleità artistiche del “potevo farlo anche io” ci godiamo,
condividendolo, il ricordo delle opere che più ci hanno emozionato. Perchè alla fine
dei conti quel che rimane è il sentimento del bello “secondo io”.

di Lara Congiu

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