Tra le tante testimonianze lasciate in eredità dalla rivoluzione visiva della pop-art, una in particolare sembra destinata a sopravvivere più a lungo delle altre, ossia quella che vuole l’immagine, in quanto surrogato del capitale e oggetto iconico destinato a confondersi con il linguaggio dei manifesti pubblicitari, assumere i connotati dell’artificio retorico, sia esso un quadro, un fotogramma, uno scatto o una decalcomania, destinato a imporsi grazie alla propria consumabilità. L’aveva capito benissimo Keith Haring, l’artista americano dell’arte di strada elevata a connotato neo-pop, con le sue sagome in movimento ispirate ai fumetti e depositarie di un vernacolo urbano pronto a trasformarsi in marchio commerciale istantaneamente riconoscibile. E difatti i suoi personaggi minimali, colorati, nervosi, riproducibili in serie, hanno finito per rappresentare una modernità a suo modo razionalista, senza più miti da dissacrare o simboli da consegnare alla polvere. Nondimeno, le sue opere degli ultimi anni, protagoniste, in particolare, della mostra bolognese allestita presso i locali della Pinacoteca, sottolineano un tratto più cupo e deciso, caratterizzato da un pessimismo quasi pasoliniano, finalmente in grado di restituire la tragedia – il dolore della sessualità aperta della comunità intellettuale newyorchese trent’anni fa decimata dall’AIDS – celata dietro il commercio delle icone e dei quadri devozionali degli ’80. Perché sebbene il consumismo non abbia mai avuto verecondia nel celebrare se stesso, dietro ogni «consumazione» continua a nascondersi, in senso etimologico, una piccola morte.

Fino al 25 febbraio, KEITH HARING – Party Of Life, Pinacoteca Nazionale, Bologna, via delle Belle Arti 56.Apertura al pubblico dalle 11 alle 19 – pinacotecabologna.beniculturali.it

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