Il suo esordio discografico è un ep omonimo, Giacomo Toni e la Novecento Band, una produzione indipendente uscita 12 anni fa con il sostegno dell’associazione teatrale Gli Incauti, fondata dal fratello Simone Toni, apprezzato attore professionista. Sono i tempi in cui, nei suoi primi concerti, omaggia Piero Ciampi, dà dei fricchettoni ai suoi fan e racconta, accompagnato dai tasti del suo pianoforte, di un’inedita Seconda venuta di Cristo sulla terra. Poi arrivano il primo e il secondo disco, sempre prodotti da Gli Incauti: in Metropoli canta di Nuovi (maledetti) cantautori e di impiegati frustrati, in Hotel Nord Est improvvisa con furia cinica sul tema dell’immigrazione, per poi lasciarsi cullare, malinconico, sulle note di una Leggenda di un amore. Poi arriva una dimensione di respiro più nazionale e il passaggio alla MarteLabel di Beppe Casa, che produce Canzoni per Autoambulanze. È in questo momento che Giacomo Toni, con il suo Il bevitore longevo, diventa un artista (quasi) mainstream. Nel senso che il suo pezzo, per un paio di estati, è una sorta di tormentone, suonato nei contesti più disparati, nella sua Romagna, ma anche fuori regione. Lui però, con la “nuova” scena cantautorale nazionalpopolare, ha ben poco a che fare (e lo consideriamo un complimento).

Oggi il 34enne cantautore di Forlimpopoli ha pubblicato il suo quarto album di inediti, Nafta, uscito a ottobre per Brutture Moderne. Un disco dove troviamo un nuovo sound, complice anche la produzione artistica curata da Francobeat, al secolo Franco Naddei, musicista e producer forlivese, che in studio è riuscito a portare Toni e la sua Novecento Band (Roberto Villa, Marcello Detti, Alfredo Nuti, Gianni Perinelli e Daniele Marzi sono i musicisti che hanno preso parte al disco) verso una dimensione più estrema, più sporca, a tratti (volutamente) esasperata.

Come nasce l’incontro con Francobeat e che svolta ha dato al tuo progetto?
«Io e Franco ci conoscevamo già da tempo. Un giorno mi disse che discografia italiana “andrebbe denunciata per circonvenzione d’incapace’’.
 È stato in quel momento che ho capito che lo avrebbe prodotto lui, il disco. Gli sono molto grato per il lavoro che ha fatto: ha portato la band agli estremi delle sue potenzialità d’impatto sonoro».

Cos’è cambiato nel tuo percorso artistico, in questi ultimi anni?
«Sono cambiate tante cose, sicuramente si è esaurita la vena swing. Ho iniziato a ricercare una musica che fosse più vicina ai personaggi che volevo raccontare, ho trovato qualcosa scavando nei vecchi amori: il punk-rock e le ballad al pianoforte».

E nel tuo percorso umano?
«Mi considero una persona che ha vissuto fino ad ora per la sua forma d’arte, la sua disciplina, mettendo tutta la sua esperienza al suo servizio, mescolando il caos della vita reale a quello della fantasia, trovando alcune soddisfazioni di forma che ne hanno giustificato lo sforzo».

Da quali suggestioni nasce il nuovo disco?
«L’idea era quella di raccogliere una serie di brani con un’ambientazione paesaggistica ben definita, quella della provincia. Nafta raccoglie nove tracce che parlano di personaggi ‘illegali’, che hanno la mia stima. Rappresentano la Romagna più nebbiosa, non quella degli aperitivi in infradito».

Una dimensione cara, la provincia, o che ti sta stretta?
«Direi che mi è cara, senza troppo entusiasmo».

Ne Il porco veduto che sono c’è qualcosa di autobiografico?
«È l’unica canzone autobiografica del disco, racconta i lavori che ho fatto quand’ero giovanotto, l’idraulico, il pianobarista, nei villaggi turistici e il rappresentante di pentole. È un invito a non prendere troppo sul serio il lavoro».

Dove è andato l’amore, da quando me ne frego? ti chiedi invece nella ballad finale, Inchiodato a un bar. Hai trovato la risposta?
«Il mio amore è per i musicisti della Novecento Band… ma non sono corrisposto».

Parliamo di loro: oggi la band, con i suoi vari cambi di line up, ha trovato una formazione ideale?
«La Novecento Band è un collettivo di musicisti, cambia a seconda dei momenti che ognuno di noi sta vivendo. Nessuno viene “sostituito”. È sano che tutti siano appagati dalla propria ricerca creativa, che non può essere vincolata a un progetto solo».

I tuoi live hanno una componente di teatralità importante: dote di famiglia?
«Mio fratello, che è uno dei migliori attori dell’universo, mi ha sempre dato qualche consiglio, che io puntualmente non riesco a seguire. Non sono particolarmente fiero di me, per questa mia attitudine. Ogni volta che mi capita di rivedere qualche mia esibizione, mi chiedo cosa possa essere passato nella testa di quel giovane idiota. Forse, mi dico, cercavo solo di far passare al pubblico un’ora di tempo libero, senza indurlo alla sonnolenza… e allora mi ringalluzzisco!».

Dieci anni fa indie (forse) significava ancora qualcosa. Oggi vuol dire tutto e non vuole dire niente… Tu, in questo nuovo filone cantautorale che va tanto di moda, come ti vedi collocato?
«Rispetto alla musica indie mi sento un cantautore catacombale.
Il mio modo di scrivere si oppone a una certa estetica contemporanea, che alterna il piagnisteo generazionale all’arrivismo svergognato. Spesso ho l’impressione che la musica sia diventata il bidone della spazzatura della letteratura. E m’abbacchio»

I PROSSIMI CONCERTI DI GIACOMO TONI
sabato 24 febbraio, Gambettola, circolo Treesessanta
mercoledì 28 marzo, Cesena, Magazzino Parallelo

 

 

 

 

 

 

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