Morozzi Gianluca - foto di Donata Cucchi

Bologna, questa è la città dove si consumano i gialli più emozionanti. Proprio Bologna è anche la protagonista del nuovo libro di Gianluca Morozzi, Gli Annientatori, edito dalla casa editrice TEA, che arriverà nelle librerie a partire dal primo marzo. La città emiliana si fa teatro di un mistero intrigante che tiene il lettore incollato alle pagine.

Giulio Maspero è uno scrittore, o meglio un uomo che desidera diventare un giorno uno scrittore famoso. La famiglia non è esattamente dalla sua parte: il padre non fa che criticarlo, mentre la madre accetta le sue aspirazioni non mancando però di un tetro realismo in grado di spezzare i giovani sogni di un ragazzo. Giulio però non demorde ed è proprio grazie alla sua tenacia che arriva alla pubblicazione del suo primo romanzo. Dopo quello però, il nulla. Tormentato dalla spietata pagina bianca e dal bisogno di denaro, è spinto a cercare un posto tranquillo dove ritrovare l’ispirazione perduta. Ma il condominio dove andrà ad abitare è ricco di misteri che lo avvolgeranno fino al punto di non ritorno.

In vista dell’uscita del romanzo, ho avuto l’occasione di parlare con l’autore, Gianluca Morozzi, che mi ha così svelato alcune caratteristiche del suo romanzo, nonché le premesse della storia e dei suoi personaggi.

Da dove è nata l’ispirazione per il suo libro Gli Annientatori?

«Qualche anno fa, io e la mia ex fidanzata abbiamo affittato una graziosa mansarda in una palazzina di tre piani. Avevamo conosciuto solo il padrone di casa, che abitava al primo, e sembrava un gentile signore molto disponibile. Poi, al momento di collocare la targhetta con i nostri nomi nel campanello, ci eravamo accorti di essere gli unici inquilini: gli altri cinque appartamenti erano occupati da parenti del padrone di casa, a giudicare dai cognomi. E nel tempo avevamo scoperto che, in situazioni come queste, la figlia del padrone di casa può far giocare il suo piccolo con il karaoke alle sette del mattino senza che le si possa dire niente, ma se la tua ragazza fa due metri con i tacchi a mezzanotte il giorno dopo si finisce per essere pubblicamente rimproverati. In questo romanzo ho estremizzato la situazione.»

Perché ha scelto proprio questo titolo per il romanzo?

«I titoli, per me, nascono quasi sempre mentre sto guidando. Non so quale collegamento si crei tra il mio cervello e il volante quando parto da via Gagarin, dove abito, per andare in qualunque posto. Però, come Cicatrici è nato all’uscita 5 della tangenziale e L’era del porco tra la nebbia vicino a Baricella, una notte, di rientro da Modena, col romanzo quasi finito, si è aperto lo sportellino mentale che conteneva il titolo Gli annientatori. Mi è sembrato perfetto. Ho aggiunto alcune parti per giustificare il titolo, e ho ringraziato questo strano congegno cerebrale che da sempre mi aiuta nel settore.»

Come è nato e chi o cosa ha ispirato il personaggio maschile protagonista?

«Ho pensato alla serie Californication, e l’ho resa quasi neorealista: Giulio Maspero è un Hank Moody che non ce l’ha fatta. O un Kennedy Marr di John Niven senza soldi. Non ha mai avuto denaro e successo per il suo primo romanzo, anziché girare in auto scoperta per Los Angeles ha dovuto vendere la macchina e arrangiarsi sperando in una svolta. Ma per il resto, a parte questo particolare, si comporta esattamente come loro, specialmente per la bulimia sessuale.»

Attraverso la figura del protagonista si delinea una sorta di stereotipo dello scrittore la cui aspirazione non è troppo ben vista dalla famiglia, che combatte per riuscire a farsi pubblicare e che, raggiunto l’apice del successo, si imbatte da un lato contro il mercato e le case editrici che chiedono qualcosa di “leggibile” (simile a quanto pubblicato in precedenza) e dall’altro con la ricerca di una nuova ispirazione. Quanto di vero esiste in questo stereotipo?

«Dopo diciassette anni in questo ambiente, mi sono accorto che gli stereotipi a volte sono stereotipi, a volte sono pura verità. Mio padre mi ha sempre incoraggiato nelle mie aspirazioni (a differenza del padre di Giulio), mia madre si è comportata con supporto ma realismo (come la madre di Giulio), tutto il resto riguarda scrittori che ho conosciuto e che mi hanno raccontato le loro storie. Che poi il grande romanzo-mondo rifiutato dagli editori e tanto amato dal mio protagonista sia effettivamente un capolavoro incompreso, beh, è difficile dirlo… Giulio è un po’ di parte, sull’argomento.»

La musica assume all’interno del romanzo una grande importanza, come colonna sonora che ne guida e ne rende possibile la stesura. Che importanza assume per lei la musica nel processo creativo e in che modo si interseca con la scrittura?

«Nel processo creativo, a volte mi è utilissima per dare un’atmosfera o un ritmo. Despero, che era un romanzo agrodolce, è nato con gli Eels e i Belle & Sebastian. La parte più trattenuta di Blackout, prima dell’esplosione di violenza, con i Black Heart Procession. A volte invece la uso solo per caratterizzare i personaggi tramite i loro gusti musicali, come in questo caso con Giulio Maspero e i suoi gusti classic rock.»

Il romanzo sembra spesso mettere in scena una sorta di paradosso, vale a dire la capacità dello scrittore di immaginare e raccontare storie e la difficoltà però incontrata nel metterle per iscritto. Quanto di vero esiste in questo?

«Credo che questa sia la cosa più vicina all’impotenza sessuale che si possa immaginare: un desiderio bruciante al quale non corrisponde una reazione fisica. Qualunque scrittore ha sperimentato questa strana mancanza di collegamento tra il cervello e le dita, chi per un’ora, chi per un giorno, chi, purtroppo, per lunghi periodi. Quei momenti in cui sai benissimo cosa vuoi scrivere, hai presente la successione degli eventi, i dialoghi, tutto, ma le parole si concatenano tra loro con difficoltà e in modo ridicolo. C’è gente che impazzisce per questi blocchi. Come per l’impotenza. E io spero di non sperimentare mai nessuna delle due cose appena nominate.»

Nel romanzo emergono una figura maschile e una figura femminile particolari, che usano l’altro (sessualmente e non solo) ma che si lasciano anche usare. Perché la scelta di mettere in scena questo lato della dimensione umana e quale significato assume nel contesto del romanzo?

«La seduzione e il sesso (oltre a essere cose molto belle) possono rivelarsi le più semplici e irresistibili forme di manipolazione, o di autogratificazione, o di rivalsa. Senza svelare troppo: un personaggio maschile usa il sesso come rivalsa sul suo passato, un personaggio femminile come manipolazione, e alla fine sarà quella che ho chiamato all’inizio “bulimia sessuale” a determinare la svolta degli eventi.»

Dopo aver letto Gli annientatori ho realizzato che nel corso della lettura non appare immediatamente chiaro di essere dentro a un racconto giallo: troppo presi dalle vicende di quest’uomo, dalle sue relazioni amorose, dalle sue difficoltà con la famiglia e con il lavoro, non si riesce a percepisce la traccia di quel mistero che si cela dietro a tutto questo, eppure si è comunque consci del fatto che qualcosa sta per accadere. Quando, rimasto senza abitazione, improvvisamente un uomo appena conosciuto gli offre la sua casa in un condominio per prendersi cura delle sue piante mentre lui è via, la prima cosa che viene da pensare è semplicemente “Che fortuna!”. La stessa cosa pensa anche il protagonista che si reca così pieno di entusiasmo nel suo nuovo spazio, dove, è sicuro, riuscirà a mettere per iscritto la storia che continua a raccontare. Il mistero arriva così all’improvviso, quando Giulio scopre che il palazzo è abitato interamente da un’unica famiglia, quando sente dei rumori provenire da un appartamento ma non vi vede mai uscire nessuno. E così come è arrivato, improvvisamente il mistero si consuma. Il lettore, così come il protagonista, è trascinato in un vortice di informazioni che non ha ancora finito di mettere insieme quando il libro già gli svela l’oscura verità che si nasconde dietro a quei personaggi e a quel luogo.

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