Un film di non troppe parole. La macchina da presa indugia sui personaggi quasi a volerli guardare dentro, si ferma sui dettagli di un abito, di un viso, di uno sguardo, suggerendo di vedere oltre ed arrivare al cuore di quel particolare. Questa la grandezza dell’ultimo film di Paul Thomas Anderson, Il filo nascosto.

Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) è un uomo rude, fedele e dedito solamente al suo lavoro, quello dello stilista di grande successo. Le donne per lui sono accessori, ispirazioni del momento che si spengono in fretta, tranne quelle che la famiglia gli ha posto accanto. Questo almeno finché non incontra Alma (Vicky Krieps), la cameriera dalle proporzioni perfette, che diventa sua musa e amante. Alma è immediatamente attratta dall’aria di mistero che aleggia attorno a Reynolds Woodcock e dovrà pagare a caro prezzo questo suo amore. La loro vita di coppia è infatti turbolenta e difficile: Woodcock ha una routine che non può essere spezzata, delle abitudini che solo lui può comprendere e che a nessuno, nemmeno ad Alma, è consentito stravolgere.

La macchina da presa è il filo che unisce tra loro i protagonisti, la casa in cui vivono e gli oggetti di cui si circondano. Tutto è collegato da questo filo invisibile che si fa metafora della tematica più centrale del film, quella del possesso. Il tema è reso esplicito fin dal principio quando il protagonista racconta di aver cucito una ciocca di capelli di sua madre nella sua giacca. Tale atteggiamento rivela un attaccamento quasi morboso per la famiglia, non solo verso la madre ma anche verso la sorella di cui il protagonista chiede continuamente la presenza, anche quando inopportuna. Il desiderio di possedere le persone che ama si riflette anche sugli abiti, ognuno recante una scritta nascosta che testimonia l’appartenenza a Woodcock. Emblematica in questo senso è la scena in cui una delle sue più importanti committenti viene spogliata, perché considerata indegna, per il suo comportamento, di indossare un abito firmato Woodcock.

Il tema del possesso non è però legato solamente al protagonista, ma anche ad Alma che fa di tutto per legare a se quell’uomo cinico, scontroso, per nulla affettuoso e unicamente dedito al lavoro. Lo spettatore è tormentato nel domandarsi se davvero Alma ami quest’uomo, in senso canonico, oppure se quello che più la attrae sia in realtà il suo genio. In ogni caso, quell’uomo – e il suo talento – deve essere suo e di nessun altro, tanto che sarà lei a decidere quando per lui è arrivato il momento di riposare e quando quello di lavorare duramente.

Il risultato finale è la creazione di una sorta di circolo vizioso: Woodcock che tutto possiede è anche posseduto; Alma che è posseduta da Woodcock allo stesso tempo lo possiede. E così gli abiti, posseduti dai lori creatori, in realtà finiscono per possedere le vite di chi li ha creati.

Il film sarà proiettato mercoledì 21 marzo al Cinema San Biagio 

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