La ravennate Francesca Proia ha appena pubblicato La cattura del respiro. Piccola guida yoga del signor Pranayama. L’abbiamo intervistata.

A beneficio di chi è lontano da questo mondo, puoi dare una definizione il più possibile chiara e sintetica del termine yoga?

Lo yoga è una pratica trasformativa che parla al corpo e alla mente, senza distinzioni e senza limiti.

E di pranayama?

Il pranayama è un corpus di tecniche dello yoga che si occupano del respiro. A parte la sensazione fantastica -tipica del dopo pranayama- di essersi idratati di ossigeno, si acquista, nel tempo, una singolare sensibilità per l’aria, che diventa una specie di miele in cui ci si sente immersi.

Perché definisci questa pratica una forma di ricerca poetica?

L’ambito dell’ispirazione è una dimensione per me vitale.  Seguirla significa non darsi limiti nella possibilità di affrontare una materia, un oggetto. Significa seguire un istinto.

Quale tipo di attenzione sottile si affina, attraverso il tipo di yoga che da 25 anni tu frequenti e insegni?

Si diventa, credo, estremamente attenti alle trame e agli impulsi che sono sotto e dentro alle cose. Attraverso costanti esercizi di osservazione, sempre più complessi, vediamo che molte cose di noi che crediamo sorprendenti in realtà seguono sottili collegamenti, cicli, leggi, e dunque aumenta, se mi passi il termine, la capacità di prevedere.

 

Alfred Stieglitz, Georgia O’Keeffe–Hands and Thimble, 1919

 

In che senso nel titolo del tuo libro parli di catturare il respiro?

Studiando il respiro si viene, prima o poi, in contatto con qualcosa di potente e selvaggio che è oltre il respiro: il soffio vitale. È come se il respiro fosse la strada per arrivarci, o meglio, l’animale da cavalcare per arrivarci. In questo senso, va catturato.

Con questa guida si può praticare lo yoga da soli?

Sì, è uno strumento progressivo e pensato per prendere per mano qualcuno che non ne sappia nulla, a patto che si lasci condurre.

A proposito: nel 2016 hai creato Mìnera. Come funziona questa scuola di yoga in absentia, online?

Creando Mìnera avevo in mente qualcuno che, come me, ama approfondire lo yoga nella pace della solitudine, in quello spazio dove le intuizioni possono sgorgare indisturbate. Mìnera è un percorso “dalla a alla zeta” nello yoga tradizionale, attraverso la guida di un maestro invisibile che gradualmente lascia spazio alla voce interiore dell’allievo, al suo sperimentarsi. Si può scegliere il proprio ritmo di studio (le lezioni sono quarantuno, con esame e attestato finale), e così lo yoga si apre man mano che si è pronti ad avanzare.

 

 

Per molti anni sei stata coreografa e danzatrice, anche in prestigiosissimi contesti internazionali. Cosa rimane di quella esperienza, nella tua pratica odierna?

Riconosco, durante le lezioni, particolari momenti in cui il tempo sembra essere dettato dalla presenza dei corpi. È esattamente la stessa sensazione che avevo durante le prove, quando avvertivo che si stava andando nella direzione giusta. Ma là era materia di costruzione di una performance, mentre qui cerco di far sì che questo potenziale di intensità collettiva divenga un’occasione di trasformazione profonda.

La tua quotidiana frequentazione nella scrittura come si intreccia a tutto questo?

La scrittura si intreccia a tutto ed è, allo stesso tempo, indipendente da tutto. Ha una sua vita, imprevedibile. La sua pratica è, personalmente, un campo un po’ magico, dove si aggregano abitudini strane, superstizioni, e una determinazione leggermente ossessiva.

 

MICHELE PASCARELLA

 

Francesca Proia, La cattura del respiro. Piccola guida yoga del signor Pranayama, Edizioni del Girasole, Ravenna, € 15

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