Musica come terapia, per curare quel malessere interiore che ti fa odiare il mondo intero. I «vecchi di m… da» (cit.), i bambini, questi «subumani», ma soprattutto quegli anni Ottanta che sono al centro di un revival sonoro che sta diventando la cifra stilista delle nuove produzioni mainstream. E che, a dirla con le sue parole, «hanno davvero rotto il ca…o». Non ha peli sulla lingua Giancarlo Barbati, in arte Giancane, 37enne romano, membro della band Il Muro del Canto, in tour a presentare l’ultimo disco da solista, che si intitola, non a caso, Ansia e disagio. È stato lanciato dal singolo Limone, il cui video è prodotto da un altro capitolino doc: Chef Rubio. Ora il tour in Italia, tra cui anche Cesena e Bologna.

Come sta andando? «Molto bene. Fino ad oggi, dove abbiamo suonato, il pubblico era folto. Speriamo anche dalle vostre parti! Parma l’avevamo già conquistata tempo fa, ora confidiamo nella risposta del pubblico di Rimini e di Bologna».

«Gli amori al mare e le feste sulla spiaggia. La spada nella roccia e quelle nelle braccia»: se non fosse il testo del suo nuovo singolo, avremmo pensato a un meme di Tommaso Paradigma, il profilo fake del frontman dei The Giornalisti, ha presente? «Diciamo che lo spunto viene da lì! Io però ho portato il tema degli anni Ottanta su altri lidi, mostrando anche il lato oscuro di quel decennio in cui io sono cresciuto. Purtroppo questo revival oggi così in voga sta avendo a che fare anche con l’eroina, che tutto era tranne che una cosa da replicare».

È anche cresciuto senza smartphone e social network. Non crede che un po’ di disagio, oggi, ce lo portino anche queste tecnologie? «Già, credo sia proprio così. Oggi è cambiato anche il modo di crescere, sono cambiati i riferimenti. Noi avevamo Ken il Guerriero, i ragazzini di oggi hanno chissà quali diavolerie. Se ai tempi anche io avessi avuto un telefono ‘da ricco’, forse oggi non sarei quello che sono».

Per questo odia i bambini, come canta in un pezzo del nuovo disco? «Esatto (ride, ndr)! In realtà il riferimento è ai genitori, che li educano in un certo modo, o non li educano affatto».

Nel suo precedente disco, invece, prendeva di mira gli anziani. E lei come si vede, da vecchio?  «Mi vedo esattamente come sono oggi. Mi immagino giusto di poter avere quelle due o tre menzioni in più, a livello artistico… ma le vedo dura!».

Cosa le crea davvero disagio? «Ce ne sono tanti, di spunti, nel mio nuovo disco. L’ipocondria, ad esempio (ne parla in ben due pezzi, ndr)».

È un problema reale? «Le dico solo che il testo di Ipocondria l’ho scritto in una camera d’albergo, durante un attacco di panico. Anche questo, in un certo modo, ha a che fare con le nuove tecnologie. Se fai ricerche su Google, sei morto, lo sappiamo tutti. La cosa meno grave che ti può succedere, se ti fa male un braccio, è l’infarto! Cosa fare allora? Io ho imbracciato la chitarra, e ho iniziato a suonare».

Come si vede collocato nella nuova scena musicale capitolina? «Io sono catalogato nel calderone romano solo perché vengo dalla capitale, ma sono un outsider in questo senso».

Calcutta, Tommaso Paradiso… «Facciamo generi completamente differenti. Io, di cose soft, ne dico ben poche. I miei colleghi però li conosco e li stimo, per il percorso che stanno facendo. Voglio dire, funziona. Anche se di indie ormai c’è ben poco. L’unico vero indipendente (a parte me) è Coez. E mi piace molto la ‘deriva’ sonora che sta prendendo».

Venerdì 6 aprile, Bologna, Covo club, viale Zagabria 1, ore 21.30 – Info: covoclub.it

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