Mariangela Gualtieri, 1967 - foto di Guido Guidi

 

Il vostro nuovo spettacolo, al debutto l’11 maggio 2018, è presentato come: «un dittico composto da un introito e da un parlamento, ambientati tra platea e palcoscenico del Teatro A. Bonci». Perché questa dislocazione?

Cesare: Sia Rilke che Baudelaire parlano dell’incanto suscitato dalla visione di un teatro vuoto. Entrambi sentono la potenza quasi sepolcrale di una platea di assenti – o di presenti che non si vedono. Ho pensato che per questa piéce, che fondamentalmente è un requiem, la suggestione sepolcrale fosse importantissima. Da Porpora in poi, a costo di ripetermi, non sono più riuscito ad abbandonare questa visione. Lo spazio vuoto diventa un immediato appello a chi non c’è più, a chi è stato, anche a chi è stato seduto qui, nei decenni, a chi ha recitato qui. Insomma, in questo modo tutto si carica di un sovrappiù di mistero che molto giova a ciò che stiamo tentando di fare.

Si rinnova la vostra collaborazione con il percussionista Enrico Malatesta. Quali scoperte ha portato, l’ennesimo progetto assieme?

Cesare: Enrico Malatesta, come ogni artista che sia tale, è dentro un cammino di rinnovamento continuo. È dunque bello ritrovarsi cresciuti, temprati dai casi della vita, maturati nel sentire e nel pensare e, in un certo senso specchiarsi nella crescita dell’altro.

La tua voce, Mariangela, sarà accompagnata da musiche di Silvia Colasanti eseguite al violoncello da Stefano Aiolli. Secondo quali principi ti accordi ad esse?

Mariangela: Silvia ha scritto le musiche appositamente per questi versi e dunque, musica e parole nascono già nella tensione verso questo accordo. La sua scrittura era per coro e orchestra, mentre qui è limitata al solo violoncello e ad una situazione più teatrale. Stefano Aiolli farà anche varie improvvisazioni ed eseguirà anche brani della tradizione. Per me l’accordo con la musica è sempre un’impresa difficilissima, come camminare a due su un filo teso a mezz’aria. Non ci sono principi a priori, se non un reciproco ascolto teso e il patto di lasciar respirare anche il silenzio fra le parole, il silenzio dentro le parole.

 

Cesare Ronconi – foto di Rolando Paolo Guerzoni

 

E secondo quale disegno registico esse sono state intrecciate ai testi detti a voce alta?

Cesare: La mia regia non è mai razionale, non parte mai dalle certezze di un disegno, di un progetto. È piuttosto uno sperdimento, il tentativo di ritrovare uno sguardo infante e da lì ridisegnare il mondo, quel piccolo pezzo di mondo e di arte che è il nostro teatro.

Non se ne vadano docili in quella buona notte avrà un complesso impianto visuale. È possibile descriverlo?

Cesare: Tutto nasce da una particolare tecnica di ripresa e proiezione di immagini. Monterò un ‘banco ottico’ per riprendere dal vivo alcuni piccoli movimenti di Mariangela. È una tecnica arcaica, potremmo dire, che dà all’immagine quell’alone, quell’ombra alla quale l’impeccabile tecnologia attuale ci ha disabituati.

Negli anni le tue esortazioni poetiche, Mariangela, hanno trovato nella progressiva semplificazione (non solo) formale la loro cifra e la loro forza. Perché questo periodico ritorno del Teatro Valdoca a dispositivi scenici più elaborati, finanche barocchi?

Mariangela: Sarebbe bello chiacchierare un po’ su quest’idea di barocco nel nostro lavoro. A me sembra di una essenzialità quasi francescana e dunque mi incuriosisce molto uno sguardo che invece ne coglie la ridondanza. La poesia non è mai semplice. Mi sembra perfetto citare qui Borges: “È curiosa la sorte dello scrittore. Agli inizi è barocco, vanitosamente barocco, ma dopo molti anni può raggiungere, con il favore degli astri, non la semplicità, che non è niente, ma la modesta e segreta complessità”.  Penso che questa modesta e segreta complessità ad un certo punto abbia bisogno di un più complesso rito teatrale, e per questo mi butto volentieri in queste pericolose imprese.

 

 

Il titolo dello spettacolo è tratto da Dylan Thomas. Il finale pare evocare Wisława Szymborska. Quale rapporto con la tradizione si instaura, qui?

Mariangela: Il rapporto diretto è col testo latino del Requiem, un testo che acusticamente è una formula magica, carico di evocazioni potenti. Ma un testo per noi inaccettabile nel contenuto, nell’immagine che propone della morte – come eterno riposo – e della divinità, giudicatrice e punitrice. Per quanto riguarda i poeti il mio desiderio è di continuarli, di farli durare in me, per amore, ovviamente, perché credo tradizione significhi questo: proseguire un ardore, una passione amorosa, una devozione che altri hanno provato ed espresso.

Ancora una volta sembra trapelare l’anelito a un teatro che agisca efficacemente sullo spettatore, a un’arte che trasformi. Versi commoventi, nel senso etimologico del “fare muovere assieme” chi dice e chi ascolta. È così?

Mariangela e Cesare: Sì, potremmo dire che è sempre così, è quello l’anelito che muove il nostro teatro, quello il fine di ciò che consideriamo ancora un rito: fare cuore comune, fare esperienza di più intensa umanità. E allo stesso tempo, essendo un’arte, aprire a qualcosa che non sappiamo.

Mariangela, hai mai desiderato essere un’altra persona? 

“Mi esercito continuamente, mi esercito al niente, fino al mio colore puro”. Sono parole di Antenata che vengono recitate anche in Giuramenti. Ho sempre desiderato essere pienamente, questo sì, secondo la lezione di Dante, vincere la paura, perdere zavorra, arrivare ad un amore impavido, lo stesso che “move il sole e l’altre stelle”. Non ho invece mai desiderato essere un’altra secondo i dettami violenti della pubblicità e della moda.

 

MICHELE PASCARELLA e MONICA RABÀ

 

11 e 12 maggio, ore 21 – Cesena, Teatro A. Bonci – info: teatrovaldoca.org, teatrobonci.it

 

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