Patton

Patton e l’Italia: storie di famiglia, di passione. E di melodia. Con, sullo sfondo, sempre l’onore e l’onere di guardare le canzoni da una prospettiva laterale, asimmetrica. Celebrando anche il canzoniere di casa nostra, amplificandone tanto la melodia che l’intima bugia di un ottimismo da boom economico, scalando un grattacielo dalle fondamenta fragili preconizzandone il crollo.

Patton (le cui traiettorie artistiche vagano, schizzando, dal rap al metal, al crossover, alla contemporanea, a Zorn) ama trattare la melodia tradizionale cantabile, e già lo si era capito da Mondo Cane – perfetto dal vivo per quanto parzialmente irrisolto su disco – una sorta di canzoniere classico revisited da riscrivere da capo e su cui innestare una qualche alterazione, da classicità geneticamente modificata, da bel canto sull’orlo del precipizio.

Tutte cose, diranno gli esperti, che già erano presenti nelle composizioni originali, nelle partiture con cui i grandi maestri dell’epoca sapevano seminare qualche dubbio, suggerire introspezioni meno ovvie, intorno ai cuoreamore più o meno fortunati delle liriche. Tuttavia ormai le epoche della Bellezza ce le dobbiamo far raccontare dagli altri, e Patton – con la sua vocalità totale, capace tanto della massima dolcezza quanto dello screzio definitivo – è sempre risultato ispirato e credibile, lontano dal mero esercizio di stile, sinceramente dedicato al senso di un canzoniere e di una tradizione a cui si guarda ancora con devozione.

Qua si cimenta nelle Forgotten Songs, non sappiamo se italiane o altro, ed è con Uri Caine, un irrinunciabile delle manifestazioni-bene del Belpaese, ma anche un musicista sempre capace di prendere la tradizione e rimetterla in circolo nel presente. È una produzione originale di Angelica, nell’ambito di un cartellone al solito molto bello, e per questo viene naturale pensare che nessuno farà il compitino, e che ci saranno dei momenti da ricordare.

Patton, che gode (per quel poco che vale) della nostra fiducia incondizionata, nel presentare il progetto parla di «un’aria da pianobar andato storto», e la cosa ci mette già di buon umore.

La musica delle canzoni, in fondo, è nata per intrattenere, e chiunque l’abbia ripresa pensando di prescindere dalla sua apparente leggerezza (pensiamo a decenni di riletture jazz abbastanza terrificanti) ha commesso atti di presunzione imperdonabili.

Patton ha dalla sua il talento, l’umiltà di mettersi dentro un repertorio e mai sopra, e l’ironia giusta per fare un lavoro a fuoco. Nelle tre righe di presentazione parla anche di una cornice in qualche modo jazzata, ma c’è da scommettere che – nonostante la progressiva istituzionalizzazione dei personaggi in gioco – la maniera resterà fuori dal teatro.

Come ci disse una volta Marc Ribot: «Alla musica che guarda avanti non è necessariamente richiesto di assemblare un concerto godibile. È richiesto di mettere in scena un rischio autentico, comprensivo del pericolo di non riuscire. A certi concerti chiedi attimi di illuminazione, non un sistema organizzato».

Quel rischio, Mike Patton lo ha sempre messo in capo. Condividerlo con lui resta uno dei piccoli grandi privilegi della nostra epoca, e tocca esserci.

25 maggio, Angelica Festival, MIKE PATTON+URI CANE, Modena, Teatro Comunale Pavarotti, ore 21, Info: 051240310, www.aaa-angelica.com/aaa/ – replica il 26 maggio

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