Invitati a un’«azione performativa site specific realizzata insieme ad un gruppo di venti cittadini durante un laboratorio incentrato sul rapporto fra arte e esperienza, lavorando fisicamente tra le sale del museo e ponendosi in relazione  prossima e personale con le opere in mostra», ne siamo usciti con alcuni interrogativi. Eccoli.

Tre domande suscitate dalla proposta del collettivo artistico Ateliersi, a partire da un (forse antipatico) assunto: l’esperienza personale di chi abita la scena non riguarda chi vi assiste.

Occorre forse spiegare meglio: a meno che non si creda che un essere umano in quanto convenzionalmente considerato “artista” (o essendogli anche temporaneamente riconosciuta tale funzione sociale) ha diritti diversi da un “non artista”, ciò che alla fin fine conta e rimane -tutta la storia dell’arte lo insegna- è ciò che è dato a vedere.

Detto altrimenti: se si va a mangiare la pizza il fatto che il pizzaiolo sia contento (e trovi beneficio dal fatto) di produrre pizze è del tutto secondario rispetto alla necessità che la pizza che viene venduta sia buona. Tutt’altra cosa, ovviamente, è se un elettricista il sabato sera si diverte a cucinare pizze per gli amici, nel qual caso a) con ogni probabilità non inviterà estranei, b) non farà pagare agli amici la pizza che produrrà, c) l’esperienza condivisa -va da sé- prevarrà sul prodotto gastronomico in quanto tale.

 

 

Tre domande, si diceva. Eccole.

La relazione fra l’estrema complessità di segni presenti nelle opere della Pinacoteca (valga a mo’ di sineddoche: Paradiso e Inferno, di Anonimo bolognese della prima metà del XV secolo)  e la connotazione propriamente elementare del fare dei “performer” quale figura terza intende far emergere?

 

 

L’esperienza incontrata pare ribaltare la nozione settecentesca di bellezza come “imitazione della natura” a favore di una “natura” che imita la propria immagine («il lavoro fisico ha visto i partecipanti incarnare i personaggi delle opere per lavorare sull’adesione agli stati emotivi rappresentati», hanno dichiarato Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi di Ateliersi nei materiali di presentazione). Quale idea di bellezza governa questo fare?

A proposito di rappresentazione: se è vero che ormai da secoli alla sua funzione simbolica si affianca l’acquisizione di un valore per sé stessa, cioè di autonomia formale, con quali occhi guardare le (rappresent)azioni proposte, giacché se da un lato non denotano gli attuanti come depositari di téchne dall’altro si avvicinano a una concezione propriamente romantica di arte come valorizzazione ed espressione del privato sentire, se non addirittura del sentimento?

 

MICHELE PASCARELLA

Di bocca in bocca, visto alla Pinacoteca Nazionale di Bologna il 4 maggio 2018 – info: ateliersi.it/ateliersi/portfolio_page/di-bocca-in-bocca/

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