Tango Glaciale Reloaded - foto di Alberto Calcinai

 

A pochi giorni di distanza dalla prima nazionale, avvenuta nell’ambito del prestigioso Ravenna Festival, alcune note sul più recente spettacolo “rinato” grazie al progetto RIC.CI – Reconstruction Italian Contemporary Choreography Anni ‘80/’90.

Buone pratiche di memoria e di futuro: a partire dal 2010 Marinella Guatterini, una delle più autorevoli critiche e storiche della danza italiane, tramite il progetto RIC.CI da lei ideato e curato offre al pubblico di oggi la possibilità di incontrare dal vivo spettacoli nati tra gli anni Ottanta e Novanta: un arco temporale e creativo che da Calore (1982/2012) di Enzo Cosimi giunge oggi a Tango Glaciale Reloaded (1982/2018), passando tra gli altri per l’indimenticato e-ink (1999/2015) di Michele Di Stefano.

 

Tango Glaciale Reloaded – foto di Alberto Calcinai

 

Ai molteplici meriti del progetto, difficili da riassumere qui, con Tango Glaciale Reloaded si aggiunge quello di validare anche istituzionalmente l’ibridazione in atto fra due discipline artistiche (il teatro e la danza) certo attigue ma che nella nostra cultura restano percettivamente, nonché ministerialmente, distinte.

Forse può sembrar poca cosa, non lo è: perché ha a che fare, volendo per un attimo allargare il discorso, con il modo in cui guardiamo le cose.

Per capire cosa accade quando parliamo di cani, gatti, mele o sedie abbiamo bisogno di categorie (Umberto Eco docet), che gli schemi cognitivi ci aiutano a creare: per attribuire un significato a qualcosa bisogna riuscire a inquadrarlo, a metterlo in una cornice, a dargli un’etichetta. Uno dei modi, nel mondo dell’arte, per definire un’opera è collocarla in un determinato genere: è una nozione da tutti noi continuamente utilizzata, anche se spesso in maniera inconsapevole, come strumento per individuare caratteristiche testuali a cui riferire significati. Quando andiamo al cinema, ad esempio, sappiamo che stiamo vedendo un melodramma, un western, un horror, un classico, un moderno, un postmoderno, un action movie o chissà che altro e, a partire da questa etichetta, possiamo ad esempio valorizzare o criticare il film individuando una variazione, uno scarto, rispetto al genere in cui lo abbiamo incasellato. La stessa cosa accade, se ci pensiamo, negli universi dello spettacolo dal vivo (il plurale non è casuale). Cartina di tornasole di questa separatezza sono i pubblici (ancora, plurale non casuale): solitamente chi vede teatro non segue la danza, e viceversa. In questo desolante panorama che il gotha della danza italiana accolga, sostenga e produca uno spettacolo che danza, propriamente, non è (a partire dal dato incontrovertibile che Mario Martone non può in alcun modo essere considerato un coreografo) rappresenta un fatto a suo modo eccezionale: una scelta coraggiosa, una piccola, salvifica rivoluzione dello sguardo e dunque del pensiero.

 

Tango Glaciale Reloaded – foto di Alberto Calcinai

 

Spiega la stessa Guatterini nel programma di sala dello spettacolo: «Secondo Mario Martone, Tango Glaciale da lui creato, nel 1982, a 22 anni, con il gruppo Falso Movimento nato a Napoli nel 1979, è tutt’altro che un’operazione nostalgica, bensì “una macchina del tempo” reloaded, ovvero “ricaricata” da Anna Redi e Raffaele Di Florio su tre giovani danzattori nel 1982 non ancora nati. Per RIC.CI – Reconstruction Italian Contemporary Choreography Anni ‘80/’90, la pièce del regista napoletano è un tassello necessario. Da conto di quanto negli anni della nostra “tradizione coreografica del nuovo”, anche il teatro sperimentale si muovesse in una direzione fisica, “alla Artaud”, refrattaria a testi e parole come unici veicoli espressivi. Qui, in sessanta minuti, una cascata di immagini, musiche non solo pop e jazz, danze e azioni/citazioni crea un universo di ritmica freschezza. A sorpresa, questo postmoderno anni ‘80 ci catapulta ancora nel futuro. Come? Simulando un percorso narrativo incentrato sull’attraversamento di una casa da parte di tre personaggi: due uomini e una donna in un rapporto tra loro non ben definito».

Tra le molte letture che si potrebbero dare di questo spettacolo epocale (nel senso che ha segnato l’immaginario di una generazione d’artisti e, con esso, un’epoca), si vorrebbe ora nominare l’approccio propriamente, salvificamente elementare in base al quale esso ci par essere stato prima costruito e oggi, a distanza di trentasei anni, fatto rivivere.

In Tango Glaciale Reloaded i materiali linguistici sembrano essere estratti, isolati ed esposti con intento tassonomico: tutti gli elementi messi in campo (i tre talentuosi “danzattori”, le luci, i costumi, le video-proiezioni, le musiche, …) paiono giustapposti, tanto quanto le diverse scene, più per fenomenologica attenzione alla forza dei materiali in sé che al servizio di un’articolazione diegetica inizio-sviluppo-fine la quale, seppur persiste, è in tutta evidenza accessoria.

 

Tango Glaciale Reloaded – foto di Alberto Calcinai

 

La scena di Tango Glaciale Reloaded non fa riferimento a un codice altro, di matrice letteraria, esterno a sé, nei cui confronti agire in una logica di traduzione. Sineddoche di tale attitudine è il trattamento dei materiali testuali, valorizzati come puri significanti vocalici, o tutt’al più evocativi (piuttosto che descrittivi o narrativi) di ambienti e atmosfere, a comporre un colorato testo spettacolare, di sapore smaccatamente pop, in cui non si simulano gli accadimenti, li si citano come eventi del linguaggio prima che come frammenti della fabula.

In questo senso il principale merito dei “danzattori” in scena pare essere quella di “assottigliarsi” fino a divenire figurine bidimensionali al servizio del sistema di segni che il regista ha creato, in una relazione fra persona e maschera (si permetta il gioco di parola) che senza posa si esplica su un piano formale e scenico, mai psicologico.

Dei molti giochi e colori, suoni e invenzioni di Tango Glaciale Reloaded non si intende svelare nulla, ora, perché chi lo desidera avrà nei prossimi mesi molte occasioni per vederlo (ad oggi già fissate repliche a Cagliari, Moncalieri, Roma, Reggio Emilia e Ferrara): non si può rovinare la sorpresa. O, forse è più appropriato dire in questo caso, le sorprese.

 

MICHELE PASCARELLA

 

PS Per alcune nozioni qui utilizzate sono debitore a Lorenzo Mango e al suo saggio La scrittura scenica (Roma, Bulzoni, 2003), della cui visionaria sapienza da tempo mi nutro.

 

Tango Glaciale Reloaded – visto al Teatro Alighieri di Ravenna l’1 luglio 2018 – info: ravennafestival.org

 

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