Ho appena accettato di provare questo gioco e già me ne sono pentita. Solo il nome, Escape Room, mette i brividi. In più non mi è mai piaciuto il buio. Da bambina dormivo con una lucina sempre accesa; ora la lucina non c’è più da un pezzo, ma il senso di inquietudine e insicurezza è rimasto. Crescendo sono anche diventata leggermente claustrofobica. E ansiolitica. Detesto fare le cose di corsa, non riesco a ragionare quando sono di fretta. Forse sono semplicemente una paranoica cagasotto rompiscatole. Sia quel che sia. In ogni caso mi son pentita di aver ceduto alle suppliche.

Poco dopo aver effettuato la prenotazione sul sito, mi arriva la mail di conferma. «All’interno della stanza troverai molti oggetti, alcuni utili, altri assolutamente no. Tutto ciò che ti serve è a portata di mano, o meglio a portata di testa; il cervello sarà l’organo che più ti aiuterà nell’impresa». Già qui comincio ad immaginarmi, mentre mi arrovello per cercare di capire una maledetta sequenza numerica che tanto non capirò mai. «Sappi che la stanza è video sorvegliata; lo staff controllerà ciò che fai. Ricorda che gli aiuti sono limitati, quindi usali solo in caso di vera necessità». Questa parte fa salire alle stelle la mia ansia: improvvisamente mi sento come catapultata tra le pagine del 1984 di George Orwell con Il Grande Fratello che mi osserva. «Ricordati che il codice per entrare sarà valido solo allo scoccare dell’ora della tua prenotazione (non un minuto prima). Quindi sii puntuale. Ogni minuto perso è un minuto in meno per riuscire ad uscire». Panico. Non sono mai stata in orario in tutta la mia vita. Sotto compare già il primo indovinello che dovrebbe svelarci il codice per aprire la porta di ingresso. Lo condivido con le mie compagne d’avventura. Teorema di Pitagora. Facile dai, fin qui ce la possiamo fare.

Passa qualche giorno. Io e mia sorella arriviamo con quindici minuti di anticipo. Prima e ultima volta nella nostra vita. Siamo entrambe agitate. Io per l’ansia di dover fare le cose di fretta e fare la figura della ritardata. Lei per i numeri: ha sempre odiato i numeri. Se non ci vieni tu, non ci vado neanche io, le avevo detto. È sempre stata troppo buona con me.

Quando arrivano le nostre compagne mancano cinque minuti all’ora X. Aspettiamo, un po’ trepidanti, e allo scoccare del fantomatico minuto inseriamo il codice a quattro cifre che abbiamo ricavato, pregando che sia quello giusto. Chissà cosa succede se uno sbaglia codice. Per mia fortuna, non dovrò mai scoprirlo.

Dentro è buio pesto, non si vede nulla. Improvvisamente una voce, piuttosto inquietante, irrompe nella stanza da un microfono e ci intima di lasciare giubbotti e borse sulla nostra sinistra. Gli occhi cominciano ad abituarsi, scorgendo il perimetro della sala e uno schermo davanti a noi si illumina: 60 minuti. In sottofondo parte una musica a dir poco angosciante e, con inquietudine crescente, vedo davanti a me partire il countdown.

59 minuti e 59 secondi. Passiamo in rassegna la stanza nella penombra: c’è una sorta di scrivania da un lato; in fondo una specie di mobiletto. Poi un rumore improvviso, quello di un faro che si accende ed inonda di luce un baule sulla nostra destra. Sussultiamo un po’ e ci lanciamo alla ricerca.

50 minuti e 30 secondi. È una corsa contro il tempo. Cerchiamo di fare gioco di squadra, ma non è facile. Mi butto sulla scrivania, guardo attentamente ogni singolo dettaglio alla ricerca di un qualsiasi tipo di codice. Apro il cassetto: una tovaglietta e delle posate. Non c’è scritto niente sopra. È un inganno? O c’è qualcosa che non sto guardando? Con la coda dell’occhio vedo che una mia compagna si è avvicinata al mobiletto sul fondo. È un archivio in ferro battuto con non so quanti cassettini minuscoli tutti numerati e inesorabilmente chiusi. Probabilmente ognuno di essi conterrà un indizio.

40 minuti e 10 secondi. Qualcuna dice di aver trovato delle lettere, qualcuna delle boccette colorate. Ognuna cerca di capire qualcosa. Qualcosa scatta e una chiave appare sul fondo di un contenitore pieno d’acqua. Bisogna trovare il modo di farla uscire. Ma come? Siamo tutte disposte a semicerchio davanti al congegno, ognuna tenta di dare una soluzione, qualcuna ci prova.

35 minuti e 40 secondi. Abbiamo risolto l’enigma. La chiave schizza via dall’acqua, dritta tra le nostre mani. Ma ora che farci? La appoggiamo sulla scrivania e continuiamo a cercare, prima o poi ci tornerà utile.

30 minuti e 00 secondi. Improvvisamente una luce si accende. Dietro una grata chiusa compare un’altra stanza, minuscola. Dentro c’è una scacchiera e poco altro. Non c’è una serratura, quindi la chiave non apre quella porta. Accanto c’è un tastierino. Tentiamo inserendo varie combinazioni che abbiamo trovato. Non succede nulla.

20 minuti e 10 secondi. Se il quoziente intellettivo si calcola sulla base di questi giochetti, allora il mio deve essere molto basso. Abbiamo trovato uno strano oggetto. Qualcuno dalla telecamera deve aver decifrato bene le nostre facce perché dopo quelli che sembrano minuti interminabili sullo schermo appare una scritta «Hai trovato un rilevatore di temperatura». E che me ne faccio?

18 minuti e 13 secondi. Prendo in mano il rilevatore di temperatura e comincio a spararlo contro ogni superficie. Qualcosa deve comparire.

15 minuti e 2 secondi. La seconda stanza è troppo piccola per entrarci tutte. Due di noi prendono l’iniziativa e si mettono all’opera. Qualcosa scatta, siamo sulla giusta strada. Vediamo una chiave scendere lungo un tubo. Bisogna riuscire a prenderla.

10 minuti e 50 secondi. Hanno recuperato la chiave ma non è quella per uscire. Un altro indizio a vuoto. Cominciamo a ispezionare l’archivio. Riusciamo ad aprire qualche cassettino: codici numerici, colori e lettere. Non troveremo mai la chiave per uscire qui dentro: lo spazio è troppo piccolo rispetto alle dimensioni che ci servono.

«Cinque minuti al termine»: lo schermo e l’altoparlante sono spietati nel ricordacelo. Continuiamo a seguire gli indizi dei cassetti, finché non ci troviamo a un punto morto. E ora? Mancano due minuti. Non ce la faremo mai. Respiriamo. Cerchiamo di mettere insieme gli indizi che già abbiamo.

Prese dalla fretta e dall’angoscia dei secondi che scorrono sullo schermo cominciamo a cercare in ogni dove alla ricerca di qualcosa che deve esserci sfuggito. 60 secondi. Solo altri indizi che non riusciamo a concatenare. 40 secondi. Ormai è finita. 10 secondi. Ancora nessuna traccia di una chiave. 5 secondi. Un secondo. Abbiamo fallito.

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