Progetto Demoni, Come va a pezzi il tempo - foto di Luca Del Pia

 

È una precisissima macchina della nostalgia, la nuova opera di e con Alessandra Crocco e Alessandro Miele presentata in prima assoluta a San Sepolcro all’interno di una vecchia abitazione privata. Alcune note, pensando a Gesualdo Bufalino.

«“Perduta per timidezza l’occasione di morire, uno scrittore infelice decide di curarsi scrivendo un libro felice. Ne chiede l’argomento, secondo l’uso, ai cento occhi della memoria e ai solluccheri di gioventù. Sennonché, più il racconto va avanti, e si trucca di fiabe, e formicola di luminarie, più lascia varchi fra le righe al soffio del nero presente. Non resta allo scrittore che differire sine die la salute, pago d’aver cavato dall’avventura qualche momentanea lusinga ad amare l’inverosimile vita…”. Partire da questa ipotesi. Poi si vedrà che succede»: sembrano aver tenuto affianco la Locandina delle intenzioni posta in apertura di Argo il cieco di Gesualdo Bufalino, i fondatori e anime di Progetto Demoni Alessandra Crocco e Alessandro Miele nel concepire Come va a pezzi il tempo, spettacolo presentato a soli 4 spettatori alla volta all’interno di un’abitazione privata di San Sepolcro in prima assoluta per l’edizione 2018 di Kilowatt Festival.

Lui e lei, una casa.

Temi: la coppia. La casa. Il disfacimento della coppia. Il disfacimento della casa.

Detta così, ingredienti buoni per qualunque Harmony, non varrebbe parlarne.

Quel che fa la differenza, qui, è il teatro.

Un sacco di buone idee, un gusto per l’invenzione dal sapore enigmistico, spostamenti millimetrici che cambiano il senso di tutta la storia (come poi accade nella vita, anche se ogni tanto ce ne scordiamo). E poi precisione e tecnica: un serio, artigianale, rispettoso e rispettabile lavoro d’attore. Merce rara, di cui si sente ogni giorno di più la mancanza. In Come va a pezzi il tempo, in sintesi, c’è in abbondanza ciò che in teoria dovrebbe esserci sempre, quando si va a teatro: il teatro.

Due figure dialogano. Raccontano. Mugugnano. Si commuovono. Sembrano senza posa domandarsi, e domandarci, come direbbe Woody Allen «se un ricordo è qualche cosa che abbiamo o che abbiamo perduto».

Sono due ossimori: vivi e fantasmatici, desideranti e rassegnati, vicini e discosti.

Interagiscono in e con uno spazio (l’appartamento al centro di Sansepolcro, appunto) che lungi dall’essere neutro contenitore di parole e azioni diviene elemento pienamente significante. Non ci si potrebbe immaginare lo spettacolo in un luogo altro: ecco la magia del teatro, ecco la maestria di chi lo sa fare.

La fabula oscilla, con precisa destrezza, tra l’ineludibile “qui e ora” della (rap)presentazione e la condizione, propriamente surreale, nella quale ciò di cui resta traccia nella memoria non si sa se sia o meno un prodotto dell’immaginazione, o del ricordo.

Non si pensi a fumosi concettualismi: Come va a pezzi il tempo è uno spettacolo di robusto teatro d’attore, con un impianto tradizionalmente testocentrico e un copione costruito anche a partire da autori e stimoli letterari diversi, a cui il Progetto Demoni (nomen omen) attinge fin dalla propria fondazione, avvenuta nel 2012.

 

Progetto Demoni, Come va a pezzi il tempo – foto di Luca Del Pia

 

Come va a pezzi il tempo è macchina della nostalgia, che come si sa nell’etimo è dolore del ritorno.

A proposito: a noi ha fatto venire in mente il nostro canuto, ironico e affatto pingue professore di Estetica all’Università di Bologna. State a sentire: Alexander Gottlieb Baumgarten, nel 1735, in un suo breve trattato ragiona sulle idee, distinguendole tra noetà (quelle “pensate”) e aisthetà (quelle “sentite”), a loro volta suddivise in sensualia (le sensazioni percepite col corpo, qui e ora) e phantasmata (le “sensazioni assenti”, di cui resta traccia nella memoria o che sono prodotte dall’immaginazione). Ed è proprio lì nel mezzo, nello iato tra sensualia e phantasmata (tra il qui e l’altrove, potremmo dire), che si colloca Come va a pezzi il tempo, uno spettacolo che fa del confondere (nel senso etimologico di “versare” un elemento nell’altro) spinte opposte la sua cifra più preziosa: presentazione e rappresentazione, tempo presente e tempo passato. Qui e ora e qui e allora, appunto.

Come va a pezzi il tempo è commovente, nel senso etimologico che fa muovere insieme, nelle diverse stanze della casa, al suono della struggente Serenata cantata da Beniamino Gigli nel ’26, chi fa e chi guarda lo spettacolo, o meglio: lo testimonia.

Solo a tratti, e con grazia, siamo chiamati ad essere interlocutori diretti del dire, o piuttosto del vivere, dei due personaggi: «maschere alterne, in altalena perpetua fra abbandono e impostura, sfogo ingenuo e farnetico astuto» si potrebbe sintetizzare per stare ancore un attimo in compagnia del Maestro Bufalino.

Un chiarimento: ciò che risulta maggiormente toccante, finanche commovente, in questo spettacolo, non è il facile rispecchiamento dal sapore autobiografico-psicologico che i temi trattati potrebbero provocare (si piange perché si è vissuta una storia d’amore e convivenza poi terminata, e lo spettacolo la fa ricordare) quanto, almeno per noi, la solidamente visionaria precisione del dispositivo teatrale, cioè della lingua scenica che è posta in essere.

Il minuscolo spostamento di una sedia o della direzione verso cui una figura agisce. Il bianco di una camicia. Una mano sul giradischi. La consistenza materica di un teatro che torna ad essere, come nell’etimo, luogo dello sguardo. E della visione.

 

MICHELE PASCARELLA

 

PS _ Grazie di cuore a Lucia Franchi, Luca Ricci ed Elena Lamberti per averci ancora una volta invitato a Kilowatt Festival, per un’edizione sfolgorante che purtroppo non siamo riusciti a vivere quanto avremmo voluto.

 

Visto a Kilowatt Festival, Sansepolcro (AR) il 15 luglio 2018 – info: kilowattfestival.it, progettodemoni.it

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.