foto di Luca Nicoli

 

È una delicata, etimologicamente commovente esperienza quella a cui abbiamo partecipato a Fienile Fluò, sui colli bolognesi.

“Giuro per i miei denti di latte” giuro per il
correre e per il sudare giuro per l’acqua e
per la sete giuro per tutti per i baci d’amore
giuro per quando si parla piano la notte
giuro per quando si ride forte giuro per la parola no
e giuro per la parola mai e per l’ebrezza
giuro, per la contentezza lo giuro.

Giuro che io salverò la delicatezza mia
la delicatezza del poco e del niente
del poco poco, salverò il poco e il niente
il colore sfumato, l’ombra piccola
l’impercettibile che viene alla luce
il seme dentro il seme, il niente dentro
quel seme. Perché da quel niente
nasce ogni frutto. Da quel niente
tutto viene.

Paiono risuonare fra le colline bolognesi, i versi di Mariangela Gualtieri.

Anche se in realtà Angelica Zanardi, accompagnata dalla violinista Erica Scherl, queste parole non le pronuncia mai.

Ne dice altre, e tante, nella versione walk di uno spettacolo nato qualche anno fa ed ora ripreso in forma itinerante e da noi incontrato a Fienile Fluò, luogo di vita e di lavoro dell’attrice bolognese: dando corpo e voce a un teatro che forse non è azzardato definire romantico, in quanto pone al centro l’espressione dei vissuti emotivi e il culto del bello, con precisione e trasporto accompagna il pubblico in una sorta di visita guidata tra gli alberi (nomen omen) attorno alla grande casa, fornendo precise informazioni botaniche intrecciate a racconti mitologici e frammenti autobiografici, proponendo ai partecipanti un tempo lento di contemplazione del paesaggio e una serie di minuscole esperienze olfattive.

Tra gli alberi, che fa della delicatezza la propria principale qualità, è commovente nel senso etimologico di un qualcosa che fa muovere insieme su almeno quattro livelli di percezione: cinetico e cognitivo, sensoriale e immaginativo.

Siamo tornati a valle con le tasche piene degli oggetti ricevuti durante la passeggiata: piccoli rami tenuti assieme da un filo rosso, un minuscolo cono di carta profumata, una mela. Con alcuni colori negli occhi: il miele del sole sulle foglie di vite, il cielo azzurrino. Con il fastidio lancinante, finanche fisico, causato dalla brutale disattenzione di tre spettatrici che per tutto il tempo non hanno fatto che parlare e ridere sguaiatamente (ah, quant’è lunga e in salita la strada verso l’attenzione sottile). Con la rinnovata consapevolezza che il teatro, arte viva tra i vivi, è davvero -come ci insegna la parola- luogo dello sguardo, della visione.

Dire grazie, almeno.

 

MICHELE PASCARELLA

 

Visto a Fienile Fluò, Bologna, il 5 agosto 2018 – info: crexida.it, fienilefluo.it

 

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