ph, Kilowatt_Semino

Il nostro modo di mangiare sta cambiando, la spesa si fa consapevolmente mossi dall’esigenza di nutrirsi in maniera salutare e sulle tavole degli italiani spuntano nuovi alimenti, perlopiù di origine esotica e importati dalle cucine dei “nuovi cittadini”, gli immigrati.
Kilowatt – la società cooperativa con sede all’interno degli spazi rigenerati de Le Serre dei Giardini Margherita – ha intercettato il cambiamento e colto due importanti bisogni facendosene promotrice: l’esigenza di inclusione delle popolazioni migranti e di reperire nel nostro mercato interno i loro prodotti alimentari di origine, una domanda questa attualmente in forte crescita che lo scorso anno, nel 2017, ha dato il via al progetto Semino.

Che cos’è Semino lo chiediamo direttamente a Samanta Musarò – co-founder di Kilowatt – «Semino è un progetto locale – in collaborazione con ResCUE-AB (Centro Studi e Ricerche Agricoltura Urbana e Biodiversità del Dipartimento di Scienza Agrarie dell’Università di Bologna) – di coltivazione biologica e di vendita di prodotti agricoli a chilometro zero presenti nelle diete delle popolazioni migranti ma non nel nostro mercato, in particolare di spezie ed ortaggi con la più alta concentrazione di sostanze benefiche utili per la nostra salute».

Orto collettivo, Serre Giardini Margherita, ©LC Photos

Com’è nato il progetto di coltivare il cosiddetto “super food”?
«Se vuoi è nato in maniera un po’ spontanea all’interno dell’orto delle Serre, un orto collettivo aperto alla città, qui invitiamo i cittadini interessati, di tutte le età, a venire a coltivare in maniera collettiva gli ortaggi e poi in egual maniera ad usufruire del raccolto. Da una parte per noi è stata occasione di socializzazione tra persone che non si conoscevano e dall’altra di formazione sui temi della sostenibilità ambientale, diversità di tipologie di coltivazioni e biodinamica. All’iniziativa hanno partecipato anche due nostri collaboratori di Vetro – il ristorante delle Serre – di diversa nazionalità, uno del Bangladesh e l’altro del Pakistan che ci hanno chiesto di poter coltivare dei semi portati dal loro paese di origine. Da queste prime piante – a noi sconosciute – sono nati dei prodotti che hanno suscitato la nostra curiosità soprattutto dal punto di vista delle proprietà, è stata inoltre l’occasione per cogliere un bisogno della popolazione migrante oggi presente in Italia: di poter disporre di un pezzo di terra da coltivare e di accedere ad alcuni prodotti di uso comune nella loro cucina tradizionale, con un di più, ossia coltivandoli localmente ed in maniera biologica. Da qui, l’anno scorso, la prima coltivazione sperimentale: la patata blu di Bergerac e lo spinacio indiano. E’ andata bene e così abbiamo avviato il progetto, attualmente stiamo coltivando quattro prodotti: l’ocra o gombo, il daikon, il fagiolo dall’occhio e la curcuma. La curcuma è la vera coltura sperimentale non essendo, ad oggi, mai stata coltivata in Italia».

Semino è un progetto che va oltre.
«Esattamente, Semino racchiude tre componenti importanti: uno, sono prodotti che contengono principi tipici delle diete alimentari delle persone migranti oggi presenti in Italia, quindi prodotti di un’alimentazione che non è la nostra ma è tipica di coloro che oggi vengono definiti i “nuovi cittadini italiani”, persone che hanno fatto un processo migratorio e si sono trasferite in Italia e che volendo mantenere le abitudini alimentari del paese di origine fanno fatica a reperirli sul mercato italiano e se li trovano sono prodotti di importazione e la filiera è poco conosciuta; due, sono prodotti che coltivandoli localmente con tecniche di agricoltura biologica si eviterebbe l’importazione da paesi lontani contribuendo così a ridurre l’impatto ambientale delle emissioni di idrocarburi concausa della desertificazione dei territori e dei cambiamenti climatici. Terza componente importante di questi ortaggi è che racchiudono proprietà nutritive ricchissime di vitamine, proteine e sostanze antiossidanti che etichettano questi prodotti come dei super food ossia, tutta quella fascia di cibo che viene impiegata anche per la prevenzione o la cura di certe malattie».

ph, Lorenzo Burlando, Kilowatt_Semino

Con Semino tracciabilità della filiera e cura per l’ambiente sono assicurati?
«Si, se pensi che i prodotti “originali” vengono acquistati al mercato generale ma coltivati ad esempio in Perù o in Etiopia ed importati in Italia, questo processo va senz’altro a discapito dell’ambiente – prosegue Samanta – se immaginiamo il percorso che devono affrontare prima di arrivare sulle nostre tavole, c’è un impatto ambientale fortissimo, tra l’altro, nei paesi di provenienza quali l’Africa, il Sud America e l’Asia, diversamente da quanto si sta diffondendo in Italia, non sono coltivati in maniera biologica. Non c’è questa tendenza. Le nostre coltivazioni invece sono “dietro casa”, a Budrio, nella cooperativa sociale chiamata Pictor; oggi sta coltivando il primo ettaro di terra e più in là farà si attiverà per l’inserimento lavorativo dei giovani immigranti che un domani potrebbero essere interessati ad avviare le proprie aziende agricole».
Considerando il tema “risorse limitate”, avete in programma altre sperimentazioni?
«Un’altra sperimentazione che stiamo facendo è quella di somministrare dosi di acqua diverse alla stessa pianta, ad esempio il gombo, abbiamo pezzi di terra dove somministriamo 25 litri d’acqua, altri dove ne somministriamo 50 e poi 100 e stiamo osservando come reagisce la pianta per testare se la riduzione dell’acqua le permette di svilupparsi allo stesso modo e quindi capire quanto poter stressare questo elemento in maniera tale da impattare il meno possibile sull’ambiente. Tutta la fase di sperimentazione è monitorata dall’Università di agraria. Il nostro obiettivo è quello di arrivare alla chiusura di questo ciclo con dei disciplinari di coltivazione che ci permettano di allargare la rete, coinvolgendo altri coltivatori interessati ad innovare la propria offerta ma anche i potenziali distributori. Ad esempio noi qua abbiamo Pictor che coltiva e Local To You che vende gli ortaggi attraverso la piattaforma e-commerce che promuove l’agricoltura biologica e locale».

ph, Kilowatt_Coltivazioni Semino, Budrio

Semino non è solo un progetto di coltivazione biologica a chilometro zero, porta con sè anche principi etici e di tutela ambientale. Visionari ma con i piedi per terra potremmo pensare a Semino come ad una delle possibili risposte “salvatutti” a quanto sta accadendo al nostro Pianeta. L’inquinamento influisce negativamente sulla salute della Terra, i cambiamenti climatici sono la conseguenza, la tropicalizzazione del clima il risultato.

A livello europeo si stanno promuovendo delle misure atte a limitarne i danni prevedono scelte di coltivazione tese a ridurre le emissioni di idrocarburi e gli sprechi, optando per la coltivazione stagionale o di prodotti che comunque ben si prestino alle mutazioni del suolo quale conseguenza dei cambiamenti climatici, con anche a beneficio della riduzione del rischio di sostegno al reddito degli agricoltori negli ultimi anni sempre più vessati dagli ingenti danni provocati all’agricoltura.

Nel nostro piccolo basterebbe rispettare la stagionalità delle produzioni – le fragole le mangi a giugno non a febbraio! -, ma accettare anche il fatto che il clima sta cambiando e di conseguenza devono cambiare le produzioni.

www.semino.org

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.