Ramin Bahrami

Alcune note, pensando a Raymond Queneau.

Di cosa stiamo parlando.

Le Variazioni Goldberg (BWV 988) sono un’opera per clavicembalo composta da Johann Sebastian Bach fra il 1741 e il 1745.

Sono dedicate al suo allievo Johann Gottlieb Goldberg, a quel tempo in servizio a Dresda come maestro di cappella presso un conte con problemi di insonnia, il quale chiese a Bach di comporre qualche brano riposante che Goldberg potesse suonargli per conciliargli il sonno.

L’opera è stata concepita come un’architettura modulare di 32 brani, disposti seguendo schemi matematici e simmetrie. Si tratta di una successione di 30 variazioni sopra un’aria che apre e chiude l’opera in un unicum circolare.

Insieme a L’arte della Fuga può essere considerata il vertice delle sperimentazioni di Bach nella creazione di musica per strumenti a tastiera, sia dal punto di vista tecnico-esecutivo, sia per lo stile che combina ricerche musicali e matematiche.

Ramin Bahrami, forse il maggior interprete della musica di Bach per tastiera oggi in attività, nell’esecuzione al Teatro Masini di Faenza ha dato spazio e corpo (sonoro) esattamente a questo aspetto delle Variazioni: lontano da ogni idealizzazione propriamente romantica (musica, o per estensione arte, come veicolo ed espressione di emozioni e sentimenti), il celeberrimo pianista iraniano ha posto al centro del fatto musicale la tecnica (dal greco τέχνη [téchne]), secondo una idea di arte come “perizia”, “saper fare”, “saper operare”.

Che è poi, a ben guardare, ciò che in senso classico distingue l’artista dal non artista: il primo è colui che possiede una competenza (ad esempio nel suonare uno strumento, nel danzare, nel dipingere, …) che il secondo non ha.

Ramin Bahrami ha proposto un’esecuzione asciutta e agilissima, a tratti finanche concitata.

Un sopraffino “esercizio di stile”.

 

Raymond Queneau

 

A tal proposito, come non pensare all’omonimo capolavoro di Raymond Queneau, tradotto in italiano –e introdotto– da Umberto Eco nel 1983 per le edizioni Einaudi: il volumetto è divenuto una sorta di vademecum usato negli anni Ottanta in Italia nei laboratori di scrittura creativa.

Gli Esercizi di stile sono 99 variazioni espressive a partire da un unico breve testo: un signore su un autobus litiga con un vicino; più tardi incontra in strada un amico che gli consiglia di farsi mettere un bottone in più al cappotto.

Nell’introduzione, Eco spiega che gli Esercizi contengono prove di figure retoriche, parodie di generi letterari, di segmenti ricorrenti del parlato quotidiano e di gerghi tecnico-scientifici, capaci di stupire un esperto di retorica per il virtuosismo verbale dell’autore e per l’ironia con la quale dimostra la sua bravura in materia.

La traduzione di Eco è a sua volta un gioco creativo: mentre, ad esempio, Queneau in un Esercizio sviluppa la parodia dei versi alessandrini usati da Charles Baudelaire ne L’albatro, il traduttore deve ricorrere alla parodia di un altro autore e di altri versi e sceglie, con risultati esilaranti, il modello della canzone di Giacomo Leopardi intitolata Il passero solitario.

 

Umberto Eco

 

Analogamente a Eco, l’apporto creativo di Bahrami -e questo ci pare il dato più interessante dell’impeccabile esecuzione faentina- non è stata la ricerca di una supposta originalità, bensì la rigorosa fedeltà alle intenzioni, o meglio all’architettura di segni, del compositore di questo sorprendente unicum circolare.

«Un’unità che nasce dal mestiere» direbbe Glenn Gould.

Uno che di Bach se ne intendeva.

 

MICHELE PASCARELLA

 

 

Ascoltato al Teatro Masini di Faenza il 5 novembre 2018 – info: emiliaromagnafestival.it

 

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