Myelin Zone, Soliloquio a due - foto di Barbara Calí

 

Del tutto appropriato il luogo che ha ospitato la performance di Francesca Pedullà e Sabrina Marzagalli (i laboratori del DAMS dell’Università di Bologna) per un progetto che si pone e propone come soggetto e oggetto di studio. Alcune note, ascoltando Bach.

Innanzitutto vale accennare, a favore del lettore, di chi e di cosa stiamo parlando.

Chi.
Francesca Pedullà e Sabrina Marzagalli si incontrano nel 1998 all’Accademia di Belle Arti di Genova, dove una è modella per le lezioni di Rappresentazione del corpo dal vero seguite dall’altra. Nel 2015 iniziano un percorso di ricerca e creazione comune, da cui nasce Soliloquio a due (2016). Nello stesso anno fondano il collettivo Myelin Zone, in collaborazione con le fotografe Federica Guglieri e Beatrice Testa e con il musicista Alessandro Bartolena.

Cosa.

Lo spettacolo Soliloquio a due è un duo che intreccia le esperienze di una danzatrice, Francesca Pedullà, e di un’illustratrice, Sabrina Marzagalli, di un corpo in scena e delle sue rappresentazioni, in un ambiente sonoro ideato da Alessandro Bartolena. Trae nutrimento anche dalle teorie e dalle pratiche messe a punto dall’Axis Syllabus, di cui Francesca Pedullà è insegnante certificata.

 

Myelin Zone, Soliloquio a due – foto di Federica Guglieri

 

Detto questo.

Vien da pensare a certe esperienze della musica post-dodecafonica del secondo Novecento, nelle quali la realizzazione performativa era solamente “metà dell’opera”: strumento atto a spiegare/dimostrare teorie, indagini, moti dell’intelletto (che ne costituivano non solo mera premessa, ma parte integrante).

Che poi a ben guardare, restando in ambito musicale, è ciò che ha fatto anche Johann Sebastian Bach con L’arte della Fuga, un paio di secoli prima. Monumentali saggi son stati scritti su questa mitologica composizione e sul suo ancor più mitologico autore, certo non vogliamo né possiamo aggiungerci al coro. Fuga, vale forse ripeterlo per i non addetti ai lavori, non è termine qui da intendersi in senso comunemente romantico (fuga d’amore, fuga da un luogo di costrizione, fuga verso un destino diverso, …). Nel caso del Kantor tedesco, il riferimento alla fuga è alla forma musicale polifonica basata sull’elaborazione contrappuntistica di un’idea tematica (a volte due o tre), che viene esposta e più volte riaffermata ricercando tutte le possibilità tecnicamente da essa offerte. Massimo splendore di questa forma: seconda metà del Seicento e prima metà del Settecento, in concomitanza con l’esistenza in vita di Bach, appunto, che ne è stato (forse) il maggior interprete. A ciò si aggiunga che nel 1747 Bach entrò a far parte di una Società delle Scienze Musicali riservata a musicisti che fossero contemporaneamente esperti di filosofia e matematica, nella più pura tradizione pitagorico-medievale. I componenti della Società si erano dati il compito, con cadenza annuale, di scambiarsi dissertazioni scientifiche su argomenti matematico-musicali: è in questo contesto che il Nostro concepì L’arte della Fuga, come partitura utile a dimostrare una speculazione tra scienza, filosofia ed esoterismo. È peraltro noto come questa composizione sia in parte stata scritta in modo cifrato, con la firma dell’autore inserita nell’ultima delle fughe ovvero, nella denominazione tedesca, le note B, A, C, H (che corrispondono ai “nostri” si bemolle, la, do e si bequadro).

Senza indugiare oltre in tale direzione, quanto accennato può forse bastare a proporre un dubbio: un impianto così razionale, ai limiti del cervellotico si potrebbe osar di dire, cosa ha a che fare con l’arte?

E, soprattutto, in che modo tutto questo può essere accostato a Soliloquio a due?

 

Myelin Zone, Soliloquio a due – foto di Beatrice Testa

 

Per cercare una risposta è forse sufficiente partire dal libretto appunti di lavorazione distribuito agli spettatori del suddetto progetto performativo.

Una ridda disegni e fotografie evocanti anatomie, termine che nell’etimologia latina significa dissezione: l’esatta attitudine analitica con cui le due autrici guardano a questo smisurato e al contempo misurabile oggetto di studio, il corpo, secondo una idea di arte lontanissima da quella, storicamente romantica, di espressione di un sentire, se non di un sentimento.

È un modo di intendere il fatto artistico che mette l’accento sull’analisi, sulla struttura, sulla lingua: sul significante più che sul significato.

Ecco allora, nel già citato libretto, il metalinguistico One and three chairs di Joseph Kosuth del ’65 e la celeberrima raffigurazione di Magritte con la scritta «Ceci n’est pas une pipe»: non è una pipa in effetti, è la sua rappresentazione.

Segue Eadweard Muybridge con le sue analitiche, cinetiche nudità.

 

Joseph Kosuth, One and three chairs, 1965

 

Presentazione (corpo in carne e ossa) vs rappresentazione (corpo fotografato o disegnato): è lo scontro-incontro che informa di sé tutto lo spettacolo.

Presentazione vs rappresentazione, tema caro alle Avanguardie un secolo or sono e alle Neoavanguardie cinquant’anni dopo: come non pensare ai cavalli di Kounellis in galleria, per ricordare solo uno fra i mille luminosi esempi di tale pensiero in azione?

Il dispositivo scenico di Soliloquio a due pare tutto teso (nella composizione di pieni e vuoti, di luci calde e fredde, di azione e requie, di silenzio e rumore, linee rette e curve, elementi organici e inorganici) a porsi come vero e proprio atto di pensiero.

Didascalico.

Dunque di spiegazione, di insegnamento.

MICHELE PASCARELLA

 

Lo spettacolo è stato presentato nell’ambito della prima edizione del piccolo, prezioso Scie Festival, che si è tenuta a Bologna dal 31 ottobre al 4 novembre 2018.

Scie Festival, diretto da Nuvola Vandini, è nato in seno al Network Internazionale di Ricerca Axis Syllabus, fondato dal danzatore californiano Frey Faust.

Visto a DAMSLab, Bologna l’1 novembre 2018 – info: myelinzone@gmail.com, www.sciefestival.com, www.axissyllabus.org.

 

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