Il suo nome è una serie di caratteri stampati su tanti libri universitari studiati in preparazione di un esame. Il suo viso è una foto su internet, la sua voce l’audio di una videointervista su youtube. Non ho mai avuto il piacere di incontrarlo. Per questo trovare il suo nome tra i miei contatti in rubrica fa uno strano effetto. «Sto andando a prendere un treno. Possiamo parlare mentre lo aspetto», mi dice. Se anche Pupi Avati prende il treno, allora significa che davvero viviamo nello stesso mondo.

«Siamo nel dopoguerra italiano, negli anni ’50. L’Italia vive ancora le ferite aperte della guerra, della paura della miseria, della ricostruzione».  È così che comincia la sua storia. «L’Italia non è bella da vedere, così noi ci rifugiamo nell’altrove rappresentato dalla cultura americana che ci ha colonizzati. La loro cultura ci appare così straordinaria. Fra queste fascinazioni quella della musica è la più forte: non era solo trasgressiva, originale, gioiosa, ma permetteva anche a chi voleva diventare un musicista di assumere un’identità. Inoltre, un jazzista era guardato con attenzione dalle ragazze. Adesso mi sembra di capire che non è più così importante, ma allora il tema della ragazza era fondamentale: l’obiettivo era conquistare la ragazza più bella di Bologna e facendo il jazzista c’era questa possibilità. Poi mi innamorai veramente della musica: entrai in un’ orchestra che suonava in tutta Europa. Un giorno vi entrò anche Lucio Dalla: il suo talento così straordinario mise in discussione la mia scelta e capii, nel confronto, che io quel livello musicale non lo avrei mai raggiunto. Così il mio sogno via via declinò fino a quando non decisi di smettere di suonare. Fu uno dei momenti più dolorosi della mia vita perché rinunciare a un sogno così grande è amaro. Nel frattempo mi occupavo di alimenti surgelati per potermi sposare, avere una famiglia e dei figli. Ero rassegnato all’idea che non avrei più potuto realizzare alcun sogno».

«Un giorno – continua il maestro – casualmente vidi 8 e mezzo di Fellini, che raccontava la storia di un regista in crisi. Attraverso quel film capii le potenzialità del cinema. Così coinvolsi alcuni miei amici per cercare di fare un nostro film a Bologna. Eravamo a ridosso del ’68, un periodo in cui ciò che era immaginabile era anche fattibile, non come ora che i giovani hanno paura di tutto. Allora c’era una sfrontatezza diffusa. A Bologna trovammo il mecenate che ci permise di fare due film: due disastri totali; il gruppo si sciolse, tutti mi abbandonarono, feci perdere a questo signore una cifra consistente e Bologna mi si rivoltò contro. Bologna era una città di provincia, diventai oggetto di derisione e fui costretto a scappare a Roma, dove vissi per quattro anni da disoccupato finché non conobbi Tognazzi che venne a fare un film con me gratuitamente e mi salvò la vita. Siamo nel ’73: da qui  è cominciata la mia carriera».

Perché ha scelto di diventare regista?  «In Italia era nato appena il cinema d’autore: mentre fino a poco tempo prima i film si andavano a vedere in base agli interpreti e alla trama, improvvisamente i registi erano diventati i titolari del film. Il regista era autore del testo, della sceneggiatura, del montaggio, insomma di tutte le fasi. Il film era come un’opera letteraria. Fu una svolta molto gratificante e anche molto rischiosa, perché in caso di insuccesso le responsabilità convergevano su di lui. Però era sicuramente il ruolo più carismatico».

Chi sono stati i suoi punti di riferimento?  «Vengo da un cinema di fine anni ’60 dove i miei colleghi erano i registi più straordinari del cinema italiano. Di sicuro ho subito molto l’influenza di Fellini, di quel suo approccio al cinema da cui io all’inizio ero fortemente condizionato. È stato difficile trovare un mio tono, una mia calligrafia. In un ambito dove c’è una marea di registi non è facile trovare una propria identità, essere alternativi. È stata una delle mie più grandi preoccupazioni. Poi, ad un certo punto ho capito che ci stavo riuscendo soprattutto quando ho cominciato a parlare di me stesso, della mia famiglia, del mio contesto sociale. Quando ho cominciato a parlare di me ho capito che mi stavo liberando da tutte le influenze del cinema degli altri».

Per questo ricorrente nei suoi film è l’ambientazione a Bologna… «Bologna è dove è accaduto tutto. Con Bologna ho un rapporto di grande rimpianto perché le cose più belle le ho vissute certamente lì: ero ragazzo, suonavo, i primi amori, il matrimonio, i figli e i film. Ma anche quelle più brutte: la morte di mio padre e il fallimento musicale. Gli scossoni più violenti li ho subiti e goduti a Bologna quindi non faccio altro che vivere di rendita di quei 30 anni bolognesi».

Qual è stato tra i suoi film quello che ha più amato dirigere? «Storie di ragazzi e di ragazze perché è un film che considero riuscito e rievocava il fidanzamento dei miei genitori nel ’36. Fu un film terapeutico perché io venivo da un infarto molto pesante e c’era chi aveva messo in dubbio che potessi tornare a lavorare. Mettere insieme un gruppo di attori – tutti amici con cui avevo voglia di stare – e raccontare questa storia che riguardava la mia famiglia  mi rassicurò e mi convinse che avrei potuto continuare».

In che direzione sta andando il cinema italiano secondo lei?  «Penso che abbia imboccato una via fortemente rinunciataria. Il cinema che si fa in Italia adesso è finalizzato agli incassi. Mentre quando ho cominciato io la maggior parte dei registi pensavano e si illudevano di poter creare il capolavoro della vita. C’era un’ambizione diversa. Adesso i generi sono scomparsi, si fa praticamente solo commedia, illudendosi che il pubblico la apprezzi. È una società che si va ad accertare attraverso dei dati numerici. Il film che incassa di più è il più bello, ma non è detto che i numeri equivalgano alla qualità. Io sono perplesso da questo. Eppure il mercato ci ha insegnato a valutare le cose attraverso i numeri, che a mio parere è un modo molto sbrigativo per definire la qualità delle cose».

Il suo treno sta per arrivare, così decido che, tra tutte le domande che ancora vorrei fargli, una mi preme più di tutte, forse perché esponente di una generazione che vive la speranza, un giorno, di sentirsi dire che anche noi ce la possiamo fare.

Cosa consiglierebbe ai giovani che intendono intraprendere il suo stesso percorso? «Di coltivare la propria identità, cercare di sottrarsi a tutto quello che i giovani oggi tendono a fare attraverso un’omologazione che li ha spersonalizzati. Questo in parte è dovuto al mercato che ha fatto scomparire le ideologie e che definisce cosa devi mettere, ascoltare, vedere. Ci sono una serie di must molto condizionanti. Solo coloro che hanno l’ardire di allontanarsi da questo sono destinati a lasciare una traccia di loro stessi».

Dobbiamo dunque inseguire i nostri sogni, restando noi stessi. È rassicurante scoprire che al mondo c’è ancora qualcuno che ci crede.

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