Qualche pensiero su tradizione e tradimento

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Cinque casi recenti: Chiara Guidi | Socìetas, Teatro delle Albe, Michele Sinisi, Ginevra Panzetti/Enrico Ticconi, Associazione Musicali si cresce.

Riprendendo una modalità che l’amico e collega romano Giulio Sonno pratica da qualche tempo (vedi), senza la pretesa –ça va sans dire– di avere la sua cultura e arguzia vorremmo, in queste poche righe, provare ad agglutinare alcune recenti visioni attorno a un tema, non scelto a priori ma verificato “sul campo”: il protendersi di molti esponenti del panorama performativo contemporaneo verso la (maiuscola non casuale) Tradizione.

Lungi da ogni presunzione di esaustività, il desiderio è quello di restituire alcune osservazioni su cinque proposizioni recentemente incontrate, collocandole del tutto arbitrariamente su un’asse freddo-caldo mutuata da Marshall McLuhan. Vale forse ricordare che per il sociologo e filosofo canadese freddi sono i medium a bassa definizione (che richiedono un’alta partecipazione dell’utente per riempire, completare le informazioni non trasmesse), mentre caldi sono quelli caratterizzati da alta definizione e di conseguenza da una scarsa partecipazione richiesta/necessaria: articolazione che ha caratterizzato gli spettacoli oggetto di queste poche righe.

Procediamo da sinistra verso destra, da freddo a caldo.

 

Harleking – foto di Ettore Spezza

 

All’XI edizione di Osservatorio Màntica, a Cesena, abbiamo incontrato Harleking, performance di e con Ginevra Panzetti e Enrico Ticconi nella quale due figure danno corpo a un algido immaginario nel quale il codice posturale e visivo dell’archetipica maschera bergamasca viene frammentato, rarefatto, ripulito da ogni animalità (affatto caratterizzante la Commedia dell’Arte, da cui origina). Ci si affaccia su un essenziale, materico paesaggio sonoro, opera di Demetrio Castellucci, mediante una serie di risate successivamente trattate elettronicamente a mutare in ghigni, borbottii, rombi, boati, sussulti. I due interpreti riprendono dalla Tradizione a cui alludono un rigoroso lavoro sul corpo, una maestria qui presentata con il correttivo tutto contemporaneo di una distanza ironica da ciò di cui si tratta. Vien da pensare a Riso cinico di Fortunato Depero, osservando le due figure nerovestite, «capaci di muovere il riso pur senza rallegrare», agire nello spazio bianchissimo, in un continuum che a tratti incarna le forme, e la grazia, di una decorazione. I due algidi, talentuosissimi trickster danno vita a un paradosso scenico di solida fattura, sia sul piano concettuale che compositivo.

 

Edipo Re di Sofocle – foto di Eva Castellucci

 

Ancora al Teatro Comandini di Cesena abbiamo assistito all’anteprima di Edipo Re di Sofocle. Esercizio di memoria per 4 voci femminili, nuova produzione di Chiara Guidi, da lei interpretata insieme alle più giovani Angela Burico, Anna Laura Penna e Chiara Savoia. In una scena popolata di praticabili, scale e leggii, quattro dedite figure danno voce a un testo-interrogativo. «Quale è la mia origine?» è la domanda da cui scaturisce questa partitura vocalica e spaziale complessa e affascinante, composta di sincroni e crescendo, parole, sillabe o singole vocali che divengono ritmo, abdicando al quotidiano significato alla ricerca di una consistenza altra, puri significanti smembrati per «indagare ogni parola», foreste di voci in cui le pronunce dal vivo si sovrappongono ad altre registrate, luogo in cui perdersi e perdersi ancora per poi, forse, ritrovarsi. Questo Edipo, nuovo episodio di una ricerca davvero unica al mondo, pare porre con forza una domanda sulla pedagogia, sul tramandare la propria sapienza, sulla téchne come prerequisito indispensabile a un così peculiare modo di abitare la scena. Come non pensare allo storico del teatro Marco De Marinis: «Di una tradizione ci si appropria, non si può non appropriarsi, attivamente, quindi tradendola-tramandandola (anche etimologicamente, tradizione rinvia sia al trasmettere-tramandare che al tradire-falsificare-manipolare)»?

 

fedeli d’Amore – foto di Enrico Fedrigoli

 

Si muove su un piano inclinato dall’espressivo all’espressionista fedeli d’Amore del Teatro delle Albe, «polittico in sette quadri attorno a Dante Alighieri e al nostro presente» nel quale Ermanna Montanari e Simone Marzocchi occupano una selva oscura intrisa di luci di taglio e ombre madornali, suoni stridenti e vocalità di lancinante verità. Il nuovo attraversamento testuale di Marco Martinelli fa della scena, si potrebbe dire con Lorenzo Mango,  «il luogo di scritture simultanee che si incontrano su di un piano superiore di scrittura»: parole che al contempo attingono e danno luogo a una Tradizione. In fedeli d’Amore sembrano emergere, rispetto a precedenti letture-concerto delle Albe, una più materica consistenza del dispositivo scenico complessivo e una fisicità nettamente atta a significare: questo lavoro può forse essere letto come uno degli effetti “a lunga gittata” di quella Körperkultur che ha così profondamente, ed irreversibilmente, modificato la nostra società e cultura tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. È illuminante, in questo senso, ciò che dichiara uno dei Padri Fondatori del teatro Novecentesco, Georg Fuchs, quando scrive che «l’arte drammatica è per sua natura danza, cioè movimento ritmico del corpo umano nello spazio» per suggerire, forse, l’indissolubile triade corpo-parola-materia che costituisce questo solidissimo Teatro di carne.

 

I promessi sposi

 

Tutt’altra atmosfera intride I promessi sposi di Michele Sinisi, in scena assieme a un ensemble numerosissimo (evento oltremodo raro, nel panorama teatrale contemporaneo): Diletta Acquaviva, Stefano Braschi, Gianni D’Addario, Giulia Eugeni, Michele De Paola, Francesca Gabucci, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci e Donato Paternoster (produzione Elsinor). Sinisi affronta il romanzo di Alessandro Manzoni, croce e delizia di generazioni di studenti, «con quella pacata amara indifferenza dell’attore che conosce i polli della sua platea», direbbe Ennio Flaiano: lo fa, intelligentemente, per gradi. I due atti rappresentano, infatti, una progressiva immersione nel buio -pienamente contemporaneo- dell’arcinota vicenda, nel suo interrogarsi tra etica, religione e filosofia attraverso le cose del mondo. Se la prima metà dell’allestimento propone stilemi e modalità convenzionali, finanche rassicuranti, la seconda approda a una costruzione esplosa (forse assimilabile a ciò che ormai vent’anni or sono Hans-Thies Lehmann, uno dei principali teorici di estetica teatrale in ambito contemporaneo, definì Teatro post-drammatico), dando corpo allo smottamento dei capisaldi della messa in scena tradizionale: compiutezza e unitarietà diegetica (la fabula), personaggio, finzione. Sinisi (dis)ordina con artigianale sapienza ciò che Lehmann definisce “dispositivi post-drammatici”: frammentazione, incompiutezza, discontinuità, simultaneità, sospensione del senso, opacizzazione dei segni. Tutto ciò raggiunge il non irrilevante risultato, anche grazie a una salvifica ironia e a un’attenta composizione ritmica delle  relazioni fra gli attori, di rendere le “stramberie” del contemporaneo grandemente fruibili anche dal pubblico principalmente avvezzo alle forme della Tradizione. Tutte le opere hanno trame: non (solo) in senso narrativo, bensì formale, strutturale. Eventi che accadono e che giocano con ipotesi, sorprese e conferme, valutati nei termini del grado in cui sono attesi o inattesi. Il guardante, consapevolmente o meno, si crea aspettative: parte della tecnica dell’artista è giocare con esse, così come parte del piacere del pubblico consiste nel farsi coinvolgere in questo gioco. L’arte che solitamente si apprezza si pone in una strada intermedia fra l’atteso e l’inatteso, egualmente distante dalla prevedibilità (e dunque dalla noia) e dal caos (e dunque dall’inintelligibilità). Michele Sinisi costruisce senza posa, e subito smonta, le aspettative rispetto all’arcinoto romanzo, mettendo in tutta evidenza lo scheletro di questa proposta scenica, il suo esistere unicamente nel qui e ora: la magia del teatro sta nel suo continuo svanire, pare affermare questo allestimento.

 

Piccolo canto di resurrezione – foto di Simone Serughetti

 

Alla Casa del Teatro di Faenza abbiamo incontrato lo spettacolo più caldo (nel senso detto in apertura) di questo attraversamento: Piccolo canto di resurrezione, «un concerto, uno spettacolo, o forse semplicemente un rito» dell’Associazione Musicali si cresce di e con Francesca Cecala, Miriam Gotti, Barbara Menegardo, Ilaria Pezzera, Swewa Schneider (produzione I Teatri del Sacro). La Tradizione di riferimento, in questo caso, è prioritariamente orale: canti, fiabe e vicende sacre e profane sono messi in scena da cinque dedite attrici-cantanti. Lo spettacolo pur patendo una drammaturgia a tratti non molto coesa nell’intreccio tra favole tradizionali, miti antichi, frammenti autobiografici (reali o immaginari che siano) e temi sociali contemporanei (esempio: l’adozione da parte di coppie omosessuali), nonché di alcuni cliché terzoteatristi nella composizione coreografica e nella prossemica, ha certo il merito di dar nuova linfa, vita e (letteralmente) voce a un patrimonio culturale spesso sotterraneo. È un modo di intendere il fatto teatrale, quello di Piccolo canto di resurrezione, molto partecipe ed espressivo, che fa della diretta ed esplicita relazione con il pubblico uno dei capisaldi del proprio esistere.

«Tradizione è custodia del fuoco, non culto delle ceneri», direbbe Gustav Mahler.
E noi con lui.

 

MICHELE PASCARELLA

Info: panzettiticconi.com, societas.es, teatrodellealbe.com, elsinor.net, iteatridelsacro.it

 

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