L’Arpeggiata, tra maestria e captatio benevolentiae

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Alcune brevi note sul concerto che il mitico ensemble ha tenuto al Teatro Ristori di Verona. E una scivolosa domanda finale.

È giusto chiarirlo subito, per i non addetti ai lavori: stiamo parlando di musicisti coi fiocchi.

I componenti de L’Arpeggiata, ensemble vocale e strumentale dall’organico internazionale e variabile specializzato nel repertorio del Seicento e Settecento fondato da Christina Pluhar nel 2000 e da lei guidato con sorridente fermezza, sono professionisti che con il proprio strumento possono fare, più o meno, ciò che vogliono.

Tour in tutto il mondo sempre stracolmi di spettatori plaudenti, una ben nutrita serie di incisioni discografiche, premi e collaborazioni di prim’ordine: a Verona, per dire, tra gli ospiti c’era Gianluigi Trovesi, il più importante clarinettista italiano.

Il concerto a cui abbiamo assistito, inserito nell’autorevole cartellone barocco del Teatro Ristori di Verona (che si è aperto lo scorso ottobre con il mitologico Jordi Savall, sia detto tanto per chiarire il livello della programmazione) è stato dedicato quasi interamente a Henry Purcell, compositore inglese del Seicento vissuto a malapena 36 anni riscoperto, dopo un plurisecolare oblio, nel corso del XX secolo: gli appassionati di danza ben conoscono  When I am laid in earth, struggente aria tratta dall’opera Dido and Aeneas, che Pina Bausch nel 1978 utilizzò per il suo celeberrimo assolo nello spettacolo Café Müller, da lei creato interamente su musiche di Purcell per la sua Compagnia Tanztheater Wuppertal, divenuto una delle icone dell’arte coreutica del XX secolo.

Gli artisti in azione a Verona (oltre all’immancabile tiorba della direttrice e al già citato clarinetto, l’ensemble per l’occasione era composto da cornetto, violino barocco, liuto, chitarra barocca, percussioni, contrabbasso pianoforte, clavicembalo, organo e due voci: soprano e alto) hanno proposto una serie di composizioni che, come su un piano inclinato, fluttuavano tra sonorità e stilemi propriamente barocchi ad altri più marcatamente jazz: un accostamento di mondi sonori affatto singolare.

Un esempio su tutti: caldi fraseggi, con cascate di note al pianoforte e piatti suonati con spazzole di metallo, hanno introdotto e accompagnato la già nominata When I am laid in earth, dando corpo (sonoro) a ciò che il musicologo americano Peter Kivy definisce il meccanismo del «nascondi e cerca» (che costituisce, a suo avviso, uno dei piaceri della fruizione musicale): l’inserire, da parte del compositore e/o dell’esecutore, la melodia o il tema in una struttura più o meno rarefatta, complicata (o semplicemente altra), permettendo gradualmente al pubblico, di ri-conoscerle. Di conoscerle di nuovo. In questa dinamica il compito degli artisti è quello di variare queste melodie, nasconderle, alterarle, smembrarle offrendo agli ascoltatori “rebus sonori” da risolvere. Da parte dell’ascoltatore il massimo piacere si colloca in una strada intermedia fra l’atteso e l’inatteso: se gli eventi musicali di un’opera o di un concerto sono tutti completamente conosciuti l’esperienza sarà prevedibile, dunque noiosa. D’altra parte se essi sono tutti sorprendenti la performance risulterà caotica e l’ascoltatore sarà frustrato in quanto non avrà alcuna possibilità di costruire una propria strada all’interno dell’esecuzione esperita. Anche da questo punto di vista Christina Pluhar dimostra indubbia lucidità.

Molti brani sono stati cantati, alternativamente, dal soprano e dall’alto: lei più soave, lui ostentatamente istrionico (quanta  nostalgia dei concerti in cui la maestria sonora de L’Arpeggiata si è incontrata con la garbata signorilità del controtenore Philippe Jaroussky o con la solida eleganza di Lucilla Galeazzi… davvero un’altra musica).

Sul finale il programma ha bruscamente virato verso un Hallelujah di Leonard Cohen, con il pubblico incitato a fare il coretto, per poi approdare a un ibrido di tarantella e rap con tanto di occhiali scuri e corredo di mossette simil-televisive.

Una davvero-troppo-facile captatio benevolentiae che fa sorgere una domanda, giacché questi son musicisti che dal punto di vista tecnico e interpretativo possono -tutti o quasi- essere considerati Maestri: tra l’essere seriosamente compresi nella parte dei rigorosi filologi e questo florilegio di ammiccamenti esiste una via intermedia? Detto altrimenti: tra l’auspicabile, salvifica autoironia e mettere il naso da clown alla Gioconda non c’è una sacrosanta, lampante differenza?

MICHELE PASCARELLA

 

Visto al Teatro Ristori di Verona il 14 febbraio 2019 – info: arpeggiata.com, teatroristori.org

 

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