Foto di Max Cavallari

 

L’attore e regista cesenate è tornato nel più importante teatro della sua città con lo spettacolo Per la ragione degli altri. Un tradimento di Pirandello. L’abbiamo intervistato.

Il verbo tradire conserva la medesima radice di tradurre. Dal punto di vista testuale cosa avete dovuto abbandonare, della lingua del Maestro siciliano?

Abbiamo abbandonato il costrutto e parte del lessico usato da Pirandello, che ci faceva sentire quella lingua un po’ distante, antica. I nostri personaggi parlano la lingua dell’oggi. Ma il grande abbandono è stato quello dell’apparato filosofico pirandelliano. Spesso i personaggi si perdevano in lunghe disamine che, a mio avviso, sono un’impalcatura che giustifica e nasconde, come se Pirandello temesse di rendere esplicito quello di cui parla. Qua la parola resta cruda, chirurgica e spietata e la parte filosofica (Io, gli altri, le maschere) è stata introiettata nella struttura registica.

Avete ridotto a tre i personaggi in scena (il testo originale ne prevedere il triplo): quali difficoltà e quali scoperte ha comportato, tale scelta?

La scelta è stata inizialmente istintuale. Tutto girava attorno ai tre personaggi e quindi, nella riduzione, abbiamo deciso di avere in scena solo tre attori. Questo ci ha fatto capire che alcune sotto-trame del testo originali erano superflue e che altri personaggi invece erano essenziali perché la trama andasse avanti. Come risolvere la cosa? Ci abbiamo pensato, poi ci siamo accorti che più che personaggi questi “altri” erano funzionali. Così li abbiamo resi funzioni: una voce al microfono e nomi su uno schermo (“direttore” e “padre di Lei”).

 

Foto di Max Cavallari

 

Hai impostato una regia che forse non è del tutto azzardato definire strutturalista, con la messa in evidenza della lingua scenica e degli artifici teatrali utilizzati, in una costante dialettica tra naturalismo e istanze post-drammatiche. Perché, in questa specifica circostanza, hai lavorato in questa direzione?

Mi piace e mi convince molto la definizione: regia strutturalista. Ho cercato di andare all’essenza del teatro di Pirandello. Al centro ho messo il testo, la parola. Una parola che crea tutto, quindi niente scenografie, pochi oggetti. La scena è una grande scatola nera che è sia prigione dei personaggi che spazio dove tutto si può ricreare con le parole e con i meccanismi del teatro (come Villa Scalogna nei Giganti della Montagna). La parola è per me anche l’autore, una figura non esplicitata ma sempre presente che compare negli schermi che dettano gli atti, i luoghi e i personaggi (così come c’è ma non si vede nei Sei personaggi in cerca d’autore). Altro tema era quello del teatro-nel-teatro, che in questo testo Pirandello non aveva ancora sviluppato. Ogni atto si costruisce ragionando sui differenti modi della messa in scena teatrale. Il primo è la costruzione, è il post-drammatico, la svelamento, in cui i personaggi sono consapevoli di essere in teatro e di dover rappresentare. Nel secondo atto, scoperto il segreto, si cade nei luoghi, nell’immedesimazione, nel naturalismo e lo fanno anche le luci e i suoni. Il terzo è la mia lettura di come rendere oggi il rapporto pirandelliano tra realtà e finzione. In Questa sera si recita a soggetto l’autore fa parlare il regista con il pubblico e fa rispondere il pubblico indignato con battute scritte. Io sono andato oltre.

A proposito: il pubblico è chiamato a svolgere un ruolo determinante, nella vicenda. È una tua scelta o fa parte del progetto pirandelliano?

Il pubblico diventa un personaggio, c’è ma in quanto pubblico che osserva la storia. Ecco che platea e palco si fondono, realtà e finzione si mescolano. In Pirandello non c’erano gli Altri, o meglio c’erano ma sempre riportati in lunghe battute su come gli altri vogliono che noi siamo. Filosofia appunto. Io l’ho voluto rendere il quarto personaggio, essenziale perché la storia si concluda. Inoltre volevo che il pubblico uscisse dal teatro sentendosi preso in causa da questa “morale degli altri” a cui la Moglie si appella per avere per sé la figlia, una morale che giudica e ordina la famiglia, che la vuole ideale e tradizionale e che nella nostra vita in misura più o meno lieve abbiamo o subito o applicato anche noi: perché in Italia la famiglia è importante. Questa morale è tornata nella società e la mia urgenza era rifletterci assieme al pubblico.

 

Foto di Max Cavallari

 

Per la ragione degli altri. Un tradimento di Pirandello è una produzione di Alchemico Tre, Compagnia da te fondata nel 2015. A beneficio di chi non conosce le dinamiche della società teatrale, puoi raccontare come è nato questo spettacolo dal punto di vista concreto? Per quanto tempo avete provato? Dove? Quanto è costato?

Per la ragione degli altri è stato un grande sforzo produttivo, del tutto indipendente. Dai lavori della Compagnia (repliche, progetti, bandi) ho messo da parte i soldi per la produzione: circa 15.000 euro. Tutti i partecipanti hanno investito con entusiasmo, anche concedendo periodi di prova senza retribuzione. È stato un lavoro lungo, scandito da tre residenze artistiche in Emilia Romagna, tra le quali io e Riccardo Spagnulo rimettevamo mano al testo. La prima a Cattolica allo Spazio Snaporaz, una settimana nel gennaio 2018. La seconda al Palazzo Dolcini di Mercato Saraceno, una settimana nel marzo 2018. La terza grazie a Ater ed Ert al Teatro delle Moline di Bologna, in Cantiere Moline, due settimane a dicembre 2018 con due anteprime aperte al pubblico. Infine il debutto al Teatro Filodrammatici di Milano il 26 febbraio, che è stato preceduto da una settimana di prove a Milano. Un vero work-in-progress che ci ha permesso di lavorare in profondità su testo e regia.

Come hai individuato il cast? In base a quale principio hai assegnato le parti?

Con le due attrice ho studiato nei Corsi di Formazione ERT guidati da Massimo Castri. In quegli anni abbiamo lavorato su La Ragione degli altri, nella versione che il Maestro fece nel 1983. Da quel copione e da quel materiale di studio sono partito per la riscrittura. Nella visione castriana il marito voleva tornare dalla moglie perché ricca e bella e l’amante era una donna sfatta con cui viveva un rapporto logoro, senza amore. Ecco il perché delle due attrici e perché l’amante, interpretata da Federica Fabiani è più grande di età e di estrazione più umile. Nella mia lettura lei è la madre, abbondante di carne, energia e vita. Questo lavoro è un omaggio a Castri.

 

Foto di Max Cavallari

 

A un giovane che volesse avvicinarsi al mestiere dell’attore, oggi, cosa consiglieresti? Ti chiedo di rispondere con precisione a questa domanda, se possibile facendo nomi ed esempi specifici.

Consiglierei di andare a teatro. Tanto. Di vederlo in tutte le sue forme. Di vedere Latini, Latella, la Calamaro, Serra, Romeo Castellucci, Vetrano e Randisi, Emma Dante ma anche Lavia e Glauco Mauri. E poi di essere curiosi. Di leggere romanzi, teatro, saggi, fare workshop teatrali, vedere mostre ma anche di fare volontariato e leggere i giornali. Il teatro è un’arte in movimento, che si è messa in discussione e si è fatta più aperta e sensibile al mondo. Abbiamo bisogno di umanità, teste e cuori dentro i giovani attori. Farsi un’opinione. Pensare, non eseguire.

Hai un’attività molto intensa, in progetti artistici diversi in tutta Italia. Quali sono i tuoi prossimi impegni?

È stato un anno molto denso ma ora si sta concludendo, mi restano pochi appuntamenti. Il 4-5 maggio ci sarà la restituzione a Cesena di un progetto da me curato, Muro del coraggio. Sarà una performance teatrale itinerante nelle stanze dell’Istituto Corelli, dove alcuni studenti del Liceo Linguistico e dell’Istituto Agrario di Cesena metteranno in scena storie di coraggio quotidiano, scritte da loro durante un corso di scrittura creativa tenuto da me. Questi progetti sono una parte importante dell’attività di Alchemico Tre nel cesenate. Dal 7 al 12 maggio maggio sarò al Teatro Bellini di Napoli con Trainspotting, regia di Sandro Mabellini. A luglio a Kilowatt Festival con Circeo il Massacro di Filippo Renda ed Elisa Casseri. Nel frattempo Riccardo Spagnulo ed io stiamo pensando ad un nuovo progetto di riscrittura per Alchemico Tre. 

Un desiderio a lungo termine?

Nella mia testa ho migliaia di progetti. Uno che non so se realizzerò, ma a cui penso come un sogno, è avere uno spazio mio nel cesenate in cui programmare, creare, fare workshop e formazione. Un luogo vivo, aperto alle altre associazioni, un punto di riferimento per la città. Voglio continuare a fare spettacoli e tournée: io senza recitare non riesco a stare. Sul palco mi sento utile, vivo, pieno. È la mia vita.

 

MICHELE PASCARELLA

 

Visto al Teatro Bonci di Cesena il 7 aprile 2019 – info: cesena.emiliaromagnateatro.com, alchemicotre.com

 

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