A Parma dialogo tra artisti curatori indipendenti della scena contemporanea

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Dialogo artisti-curatori indipendenti - foto di Francesca Marra

 

Uno sguardo alle utopie che disegnano i nuovi orizzonti del teatro.

Rischio, origini, milieu, esterno, pubblico, vicinanza, abitare, noi, priorità, linguaggio, umano. Queste le parole che Fondazione Lenz ha messo sul tavolo del simposio aperto a curatori indipendenti e direttori artistici giunti da ogni parte d’Italia per raccontare i punti di forza e i modi in cui rassegne e festival superano le criticità nel lavoro quotidiano.

A condurre l’incontro Silvia Mei, curatrice, studiosa di Live Arts e redattore di “Culture Teatrali” online: “È necessario ricucire la divaricazione tra problemi economico organizzativo e quelli linguistico-estetici. È necessario ripensare la centralità culturale del teatro. Sappiamo che le nostre identità  sono ai margini e non siamo al centro di nessun dibattito sui quali oltretutto, abbiamo pochissima incidenza. Alcune tendenze che individuavo come tali, oggi hanno raggiunto delle aberrazioni. Ci manca l’idea dell’insieme. Non abbiamo abbastanza tempo per guardarci intorno. Soffriamo di solitudine o di auto-referenzialità? Forse ci chiudiamo e lottiamo perché queste estetiche non siano invase. Mi interessa un abitare che rimetta al centro della questione la proprietà e l’apparenza, abitare significa uscire da se, stare fuori. Invece il teatro sta esaurendo le pratiche per fornire servizi. Si assiste così alla scomparsa dell’opera materiale. È necessario recuperare l’opera, lo spettacolo in cui lo spettatore è l’ingrediente di un composto, è colui che entra nell’opera, è anche l’opera. Lo spettatore non fa la storia ma ne è parte. Per questo credo ancora nella necessità di intermediari”.

 

Dialogo artisti-curatori indipendenti – foto di Francesca Marra

 

Per ogni curatore invitato, le parole chiave sono state specchio su cui riverberare l’identità del proprio progetto. Un modo per mettersi in situazione dentro un pezzo di infinito, di possibilità.

Maria Federica Maestri e Francesco Pititto Lenz Fondazione – Natura Dèi Teatri (Parma)
“Il teatro è relazione tra ricerca performativa e città. Rigenerando spazi in un rapporto continuativo con il tempo, rimanendo radicati nel territorio. Il nostro desiderio è mantenere autenticità e differenza. Non solo visibilità ed eventi, ma sostanza”.

Enrico Piergiacomi Doppiozero Teatro e Critica
“Per creare un nuovo sistema è necessario mettere in relazione le parole, unire un sillabario di parole al sistema. Rischio, pubblico, linguaggio, ad esempio, cambiano a seconda delle combinazioni che creo. Si pensi solo alla potenzialità del mettere in relazione interdisciplinare parole come: fare economia con l’arte. È necessario aprirsi al “non sapere già tutto”. Mistero e caos sono antipodi che coincidono”.

Roberto Castello e Alessandra Moretti Aldes – SPAM! (Porcari – LU)
“Il problema è che le strutture teatrali, sono sotto dimensionate rispetto al lavoro che hanno da fare e le competenze assolte in modo approssimativo ma molto ampio. La pratica teatrale va invece preservata. Non credo esistano ricette o strade a priori, credo che esista il cercare di strutturare la propria impalcatura di motivazioni e aver e la morbidezza per entrare in relazione con il proprio contesto. I successi più grandi stanno a latere del programma teatrale”.

Bruna Gambarelli e Febo Del Zozzo – Laminarie – DOM La Cupola del Pilastro (Bologna)
“Per noi il rischio è forte: anche nei luoghi periferici vogliamo che la qualità sia altissima. È difficile e complesso fa capire quanto questo lavoro sia professionale. Con i bandi abdichiamo alla nostra responsabilità e forse al rispetto dello spettatore. C’è bisogno di mettere l’opera al centro. Spesso invece si esige un risultato immediato. Fare cultura è sempre di più stare attenti a non cadere in altri ambiti. Il marketing copre tutto e prende tutto. La nostra identità su questo non ha mai accettato compromessi. Ho sempre paura che le nostre capacità siano sfruttate da altri per altri scopi. La politica è al servizio della polis non può essere strumentalizzata da altri”.

 

Dialogo artisti-curatori indipendenti – foto di Francesca Marra

 

Enrico Baraldi – Kepler 452 – Festival 20 30 (Bologna)
“Il nostro intento è portare a teatro spettatori giovani. La nostra sfida è la quantità. La parola chiave la prossimità. La nostra è sempre una fruizione attiva. Se sbagliamo spettacolo lo spettatore tornerà a casa con una frustrazione irrecuperabile. Abbiamo scelto di lavorare con gli attori-mondo, nella convinzione che questo innescasse un principio di identità e di vicinanza palco-platea”.

Massimo Munaro – Teatro del Lemming – Opera Prima Festival (Rovigo)
“Comunità è una parola bellissima, però come la vogliamo declinare? Io sono dalla parte dello spettatore, ho sempre messo in gioco lo spettatore al singolare. Il compito del teatro è interrogare lo spettatore in quanto cittadino, in quanto persona. Il mio compito non è entrare in relazione con il fruttivendolo ma ragionare sullo spettatore, l’audience ha creato disastri. I bandi sono strumenti difficili che hanno logiche che vanno contro il senso profondo dell’esperienza teatrale ma fondamentali perché anche giovani gruppi abbiano la possibilità di mostrare il loro lavoro teatrale. Fare teatro è assumersi un rischio, quello di incontrare se stesso e l’altro attraverso una maschera. Un attore che racconta la sua biografia è un reality show”.

Stefano Tè – Teatro dei Venti – Trasparenze Festival (Modena)
“Lavoriamo in un carcere, dove sento quotidianamente che la mia pratica quotidiana è messa in discussione. Alla tendenza di condividere nelle piazze, abbiamo però abbinato l’isolamento. Un tempo per pensare al proprio mestiere. Un’arte che ha che fare con l’artigianato con una frequentazione scelta. Prendersi del tempo e dialogare. La pratica del compromesso usura il nostro lavoro. Il bando è una soluzione facile, invece il direttore artistico gli artisti se li deve andare a cercare e io non ho il tempo perché sono un regista”.

Anna Gesualdi – TeatrInGestAzione – Altofest (Napoli)
“Altofest è una visione condivisa con la città. Per noi il bando è strumento che condividiamo con gli artisti. È un atto di umiltà in cui dichiariamo la nostra indipendenza. È un atto politico è uno strumento di scrittura della drammaturgia del Festival. Il teatro è quello strano luogo, ambiente che non è fabbrica di produzione ma è comunità, luogo di corpi.
Altofest è abbraccio di Napoli, ma il tabaccaio sa chi sono io? Così le opere classiche per noi devono essere ripensate per gli spazi domestici. Tempo e luoghi sono reciprocamente espropriati per ri-abitare, rinominare gli oggetti del quotidiano”.

Clemente Tafuri – Teatro Akropolis – Festival Testimonianze Ricerca Azioni (Genova)
“Difficile da definire cos’è l’arte è perché si fa. Sicuramente è caratterizzata dalla dismisura, non può essere gestita con le logiche della cultura. L’arte è ingiusta, mossa dalla passione, definisce cose esclusive che possiamo condividere o meno. È difficile c’è possa creare un consenso totale. Un festival che voglia avere le stesse caratteristiche dirompenti di un’opera d’arte, deve avere una visione stretta del mondo. È necessario quindi riappropriarsi del senso di alcuni termini come arte, pubblico e spettatore. Siamo piccole consorterie ma ci dobbiamo occupare di arte”.

 

Dialogo artisti-curatori indipendenti – foto di Francesca Marra

 

Davide Sacco – ErosAntEros – Polis Teatro Festival (Ravenna)
“Per noi è centrale l’idea dell’attore come portatore di relazioni con la comunità. Spett-attore. Ci interessa lo spettatore attivo, cerchiamo di attirare lo spettatore nel suo sguardo”.

Fabrizio Arcuri – Accademia degli Artefatti – Short Theatre (Roma)
“La essenza di interesse delle istituzioni sfianca ed è evidente che ognuno trovi delle strategie adatte al suo territorio. Le istituzioni non hanno fantasia, gli vanno date idee pronte. I festival sono sindacati e trovano spesso il modo di difendere loro stessi. Cosa reseta delle compagnie che chiamiamo in un festival? Il festival arriva dentro un sistema di cerchi concentrici, c’è un sistema ufficiale e parallelo. Forse vale la pena ragionare su un modello alternativo. Dobbiamo praticare e frequentare nuovi modelli che non siano quelli della frontalità borghese. Pensare di dover ricorrere ai vecchi strumenti per entrare in contatto con le generazioni è perdente. Il mio obiettivo è costruire uno spazio in cui dare a diverse persone la possibilità di lavorare su temi ad ampio raggio. Vale la pena spendere il tempo per capire se siamo in grado di costruire dei modelli nuovi”.

Maddalena Massafra – Fondazione Toscanini (Parma)
“Manca il dialogo tra chi fa arte e cultura e chi dovrebbe amministrare le risorse. C’è un conflitto di interesse, chi fa arte deve poi rivestire altri ruoli. Questo è un limite, perché si finisce per essere autoreferenziali”.

Giorgia Cerruti e Davide Giglio – Piccola compagnia della Magnolia (Torino)
“Il teatro obbliga ad un rapporto infettivo con chi è sul palco e chi è in platea. Abbiamo bisogno di pensare ad un rapporto rituale con il pubblico. Oggi il rituale definisce un tempo di visione e la qualità tutela l’incontro il singolo spettatore”.

Simone Bevilacqua – Teatro Ebasko (Bologna)
“Abbiamo iniziato con un laboratorio permanente sul teatro.
Essendo un festival che nasce in ambiente studentesco si prende tempi e spazi che sono un tentativo di rispondere alla frenesia dei bandi e delle programmazioni. Questa è la nostra identità”.

Ela Franscella e Ferruccio Nessi – MOPS Dance Syndrome (Locarno)
“Importante è saper essere, poi saper fare e saper dire. All’inizio eravamo nei teatri sociali oggi danziamo nelle cliniche, nelle case per anziani, nei musei, e prossimamente nelle prigioni per portare l’arte dove non sempre è accessibile. Per noi identità è far sì che lo spazio tra noi e lo spettatore sia di vicinanza sempre di più. La casa dell’arte è l’aggregazione”.

Nicola Bonazzi – Teatro dell’Argine – ITC Teatro (San Lazzaro di Savena – BO)
“Il mondo del teatro si sta interrogando sul proprio statuto, prova a configurare una ipotesi del futuro, includendo ciò che è fuori dal teatro. La qualità di una esperienza la fa la consapevolezza di un’esperienza. Penso alla parola passione, sofferenza. Spesso noi direttori artistici siamo autolesionisti”.

Tommaso Rossi – Are We Human (Verona)
“Fare teatro è anche rapportarsi con la città e non sempre è facile. Verona spesso ha ostacolato i mie progetti per intolleranza e omofobia”.

 

Dialogo artisti-curatori indipendenti – foto di Francesca Marra

 

Chiara Tabaroni – S.I.A. Sottili Innesti Amorevoli (Cà Colmello, Bologna)
“La mia è stata una scelta di vita è di poetica. Fra le colline organizziamo una rassegna, un centro di residenza che è anche una abitazione. Sottili innesti amorevoli sono mille tessiture e intrecci. Umano è creare una comunità trasversale che attraversa l’Emilia Romagna. Non abbassare la nostra proposta artistica ma abituare il territorio ad usufruire del teatro ed ad amarlo”.

Francesca Marra – Theatre Art Verona, Grenze – Arsenali Fotografici (Verona)
Fare una rassegna è cercare un’entità che distingua e che proietti al durata del progetto nel tempo. È anche necessario seguire le compagnie ospitate, perché il pubblico valuti e giudichi i progetti in itinere nel tempo. Fondamentale per noi è la gratuità: chiedere che sia condiviso un tempo gratuito che dia valore alla proposta.

 

SIMONE AZZONI

 

Il Dialogo si è svolto all’Auditorium della Casa della Musica di Parma il 13 aprile 2019 – info: lenzfondazione.it

 

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