Santarcangelo Slow and Gentle. Una conversazione con Eva Neklyaeva e Lisa Gilardino

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direzone SF19_ph Valentina Bianchi

 

Fervono i preparativi per l’edizione numero 49. Ne abbiamo parlato con la Direzione Artistica.

Inizierei con due chiarimenti, per prevenire le consuete polemiche: ci sono in programma eventi che potranno portare a interrogazioni e levate di scudi? E quanto verrà a costare, all’incirca, l’edizione 2019?

Eva: I media hanno una grande responsabilità nella spettacolarizzazione della politica. È molto importante oggi, per la nostra società, opporre resistenza a questa “scandalizzazione” del contesto, alla creazione di notizie false o male interpretate. In questa edizione del Festival ci confrontiamo proprio con l’importanza del “fact-checking” e della verifica delle fonti, invitando ad avere uno sguardo ravvicinato, approfondito e critico sulla realtà. È importante resistere alla costruzione degli scandali, sempre strumentali ad altro, che nutrono una situazione politica sempre più appiattita. Il progetto che presentiamo in questa edizione vuole essere anche questo: uno spazio in cui il pubblico possa rallentare, processare le informazioni e riflettere, condividendo la consapevolezza che le proprie reazioni contribuiscono a creare la realtà e le notizie, e che tutti noi siamo responsabili.

Lisa: Noi ci occupiamo di arte, non di politica. E nella costruzione del progetto artistico del Festival non abbiamo un intento provocatorio. Il criterio di selezione dei progetti è la loro urgenza nel contesto contemporaneo, non il fatto che possano avere un risvolto controverso o meno. Dunque a questa domanda non possiamo rispondere noi, ma sarebbe da porre a chi fa politica e porta avanti azioni politiche nei confronti delle proposte artistiche. I bilanci di Santarcangelo dei Teatri sono pubblici così come i finanziamenti che riceviamo e sul nostro sito sono pubblicati quelli relativi al 2018 nella pagina Trasparenza. In questo triennio, ogni edizione è costata circa tra i 550.000 e i 600.000 euro. Nei nostri bilanci la voce più consistente è quella relativa agli allestimenti tecnici, per trasformare un intero paese in un palcoscenico a cielo aperto.

Credo che una delle funzioni principali di un Festival internazionale sia quella di proporre nomi altri rispetto ai «soliti noti», già presenti in moltissime programmazioni (in questo senso Santarcangelo, soprattutto negli ultimi anni, per molti è stato una fucina di scoperte e incontri inaspettati). Siete d’accordo?

Lisa: Grazie! Mi fa molto piacere che venga riconosciuto il ruolo del Festival rispetto all’attenzione verso i talenti ancora non del tutto emersi nel contesto della scena artistica internazionale. Penso sia importante però sottolineare anche che uno dei nostri obiettivi è stato ed è anche il sostegno agli artisti italiani che già da anni lavorano con i linguaggi della contemporaneità, che hanno già una maturità artistica, hanno già ottenuto riconoscimenti importanti ma che fanno fatica a trovare spazi, sostegno alla produzione e occasioni di presentazione del proprio lavoro. Insomma il nostro impegno è andato da un lato nel creare una piattaforma di scoperta di artisti non ancora conosciuti in Italia, e dall’altro a fare da antenna, da radar per quegli artisti italiani la cui produzione artistica ha un enorme potenziale ma non è ancora sufficientemente penetrata nella scena internazionale. Insomma abbiamo cercato di agevolare il loro sviluppo internazionale, portandoli in scena in un contesto in cui partecipano operatori di tutto il mondo. Per chi lavora oggi in Italia con i linguaggi artistici contemporanei questa è una parte fondamentale del lavoro: lo sbocco all’estero è molto importante per dare respiro ai progetti. Abbiamo fatto molta attenzione a presentare il loro lavori nei giusti contesti e di favorirli il più possibile nell’incontro con gli operatori internazionali, perché presentare il loro progetto al Festival possa avere un impatto sostanziale sulla loro progettualità. In Italia c’è ancora molta sproporzione tra la ricchezza della nostra produzione, la qualità delle proposte e la loro visibilità all’estero.

 

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Un altro elemento di valore di un Festival, a mio avviso, è dato dalla possibilità di incontrare progetti site-specific e/o creati ad hoc, per distinguersi -semplicemente e chiaramente- da Teatri e Stagioni il cui compito è, fra gli altri, quello di far circuitare repertori. I primi materiali diffusi parlano di «formati inediti»: verranno adattate per il Festival opere già esistenti o saranno realizzati progetti appositi per Santarcangelo 2019?

Eva e Lisa: Direi entrambe. Rispetto alla questione dei progetti site-specific, beh Santarcangelo Festival è proprio concepito per essere tale: è un evento internazionale che ha un solo vero spazio teatrale, Il Lavatoio. Quest’anno in particolare abbiamo cercato di ascoltare profondamente la natura dei luoghi che utilizziamo, senza stravolgerne la forma: ad esempio l’ITC è una palestra e quest’anno ospiterà dei formati più adatti a un contesto di formazione e ricerca; oppure lo Sferisterio, che è un grande anfiteatro naturale, accoglierà il lavoro di artisti proprio come un grande teatro all’aperto. È un approccio radicale all’idea di site-specific, una caratteristica storica del Festival. A Santarcangelo si crea sempre una situazione speciale, di lusso in qualche modo: gli artisti sono in contatto costante con il pubblico e condividono tutti gli spazi, non solo quelli di spettacolo, con gli spettatori. Poi si, ci sono produzioni ad hoc per il Festival, progetti frutto di percorsi artistici lunghi, creati per questo ecosistema da tre artiste: Kristina Norman (Estonia) con Lighter Than Woman, video/performance realizzata con donne migranti che si dedicano ad attività di cura degli anziani, Public Movement (Israele) con una performance per uno spettatore alla volta, Debriefing session: Santarcangelo Festival, e Francesca Grilli (Belgio / Italia), artista associata, con Sparks, progetto creato con bambini del territorio. Ed ancora formati inediti, fluidi, che cambiano la concezione dei ruoli, percorsi di ricerca, che valicano le tradizionale definizioni nello spettacolo dal vivo: Kiss da un desiderio di Ilenia Caleo e Silvia Calderoni; Save The Last Dance For Me, ideato da Alessandro Sciarroni, e Il Canto delle Balene, progetto di Chiara Bersani, artista in residenza. Non sono spettacoli ma neanche semplici workshop: sono formati inediti, aperti, in cui si sperimenta un linguaggio diverso e si immagino ruoli nuovi nella relazione tra artista e pubblico.

Altrove, nella scheda di presentazione, si legge l’aggettivo «intimo». Quale tipo di intimità è possibile perseguire in un evento che ha, nel complesso, un ineludibile carattere pubblico e collettivo?

Lisa: Intimo non è inversamente proporzionale a pubblico o collettivo. Piuttosto è una temperatura, è una dimensione che ha che fare con una forma di dialogo, con un rapporto che auspichiamo si inneschi fra gli artisti e gli spettatori; è un’idea di prossimità, di ascolto profondo, di vicinanza e di connessione. Assolutamente non un’idea di privato o chiuso, di riservato, anzi direi al contrario ci riporta alla costruzione di una comunità, che può essere un evento molto intimo. Ad esempio il lavoro di Joan Català, Pelat, è un assolo di circo contemporaneo site-specific in 3 diverse location, in cui più di 150 persone contemporaneamente fanno un’esperienza che considero molto intima: vivono la costruzione di una comunità attraverso la fiducia. Una bella metafora di quello che vorremmo fosse il Festival.

Eva: Oggi la maggior parte delle nostre esperienze sono mediate e distanziate. Le pratiche performative, specialmente nel modo in cui le presentiamo qui al Festival, con un contatto costante e diretto tra pubblico e artisti, offrono proprio la possibilità di uno sguardo ravvicinato, intimo appunto, di una relazione stretta e vicina tra spettatori e artisti. E in questa edizione molti artisti propongono proprio di esplorare questo livello di prossimità e di condivisione dello spazio con il pubblico. Abbiamo lavorato su questi concetti per costruire l’identità visiva del Festival insieme a Pomo, agenzia milanese: volevamo si visualizzasse proprio questa mancanza di confini tra pelle e superficie delle cose. Fra gli appuntamenti in calendario, un esempio significativo è quello del lavoro di Valentina Medda, Healing Interventions for domestic wounds, che segue proprio questa idea: c’è fluidità e non separazione netta tra la pelle della città e la superficie dei nostri corpi. E Santarcangelo durante il Festival diventa davvero un corpo collettivo.

«Slow and Gentle» è il motto che accompagna questa edizione. Potete raccontarci alcuni modi in cui ciò prenderà corpo, almeno nelle intenzioni?

Eva e Lisa: questo claim è nato in reazione e controtendenza a quello che ci circonda. Ma soprattutto è un auspicio, un desiderio, un invito agli spettatori del Festival: suggeriamo loro una modalità per attraversarlo. La prima immagine a cui associamo queste due parole è un gesto che è anche il cuore pulsante della nuova creazione di Francesca Grilli, Sparks: alcuni adulti che si mettono nella mani di un gruppo di bambini per farsi leggere i palmi.

 

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A favore delle persone meno addentro alle terminologie del contemporaneo: parlate di «ottica post-disciplinare». Potete spiegare questa definizione, anche mediante qualche esempio concreto?

Lisa: Post-disciplinare afferisce sia al mondo in cui selezioniamo gli artisti e costruiamo il programma, che alla natura di gran parte dei progetti stessi: è un passo successivo rispetto al concetto di inter-disciplinare, valicando il concetto di “disciplina”, che diventa in qualche modo superfluo Non conta più la forma che prende un progetto, che molto spesso muta nel percorso di ricerca dell’artista, ma conta il messaggio e la sua urgenza. La disciplina non è più un punto di riferimento o di arrivo: se un’opera è circo, teatro, cinema, musica conta solo per i progetti che presentiamo alle istituzioni, ma non rispetto al processo di creazione e di relazione con gli spettatori. Questo è un approccio che attraversa tutto il Festival e noi ne siamo i mediatori: presentiamo un progetto di arte contemporanea molto radicale, ma facciamo attenzione a che sia tradotto in un linguaggio accessibile anche ai non addetti ai lavori. Quest’anno il nostro catalogo avrà un formato speciale che va proprio in questa direzione, ma è una sorpresa!

Eva: Il progetto di Forensic Oceanography è un ottimo esempio di approccio post-disciplinare: hanno sviluppato una metodologia di ricerca speciale, per portare l’attenzione sulle morti dei migranti nel Mare Mediterraneo, cercando di evidenziare come le politiche europee influenzino questo fenomeno. Hanno creato dei report che come obiettivo finale hanno quello di impattare sulle politiche e in ultima istanza salvare delle vite umane, ma allo stesso tempo i loro video circolano nel sistema dell’arte come oggetti artistici appunto, e a seconda di dove vengono esposti sollevano domande diverse. Ecco questo è un approccio radicalmente post-disciplinare: non si tratta più di opere in cui magari si mescolano tecniche di danza ad altre teatrali ma piuttosto di progetti che lavorano con pratiche completamente diverse e che sono mossi da un’urgenza di comunicazione a creare qualcosa che esula dai canoni tradizionali delle discipline artistiche.

Questa sarà l’ultima edizione da voi diretta. Quali «soddisfazioni progettuali» siete riuscite a togliervi, per l’occasione? E cosa, al contrario, non avete avuto modo di realizzare?

Lisa: le soddisfazioni di poter lavorare qui sono tante! Tra tutte, vorrei citare la possibilità di instaurare dialoghi lunghi e profondi con gli artisti, che diventano attivatori di relazioni a livello locale, nazionale e internazionale Quest’anno ne è un esempio il progetto di Kristina Norman (Estonia), Lighter Than Woman. Con lei il dialogo è iniziato 2 anni e mezzo fa: è venuta al primo Festival diretto da me e Eva; poi le abbiamo proposto una creazione ad hoc per il territorio. Il suo progetto è molto complesso, anche emotivamente, e ci ha messo in contatto con persone del territorio che non conoscevamo. È stato realizzato in complicità con Atlas e ERT – Emilia Romagna TeatroFondazione, e con altri coproduttori internazionali, con i quali c’è un dialogo non solo economico, ma anche un confronto serrato sui contenuti.

Una frustrazione? Pur avendo molto a cuore la tematica della sostenibilità, ci sono dinamiche molto difficili da re-immaginare: i vincoli burocratici, le condizioni di lavoro in Italia e tante altre tematiche che valicano le questioni squisitamente artistiche ma che spesso depotenziano le progettualità e rendono poco sostenibile dal punto di vista economico e umano il nostro lavoro.

Eva: delle soddisfazioni vorrei aspettare a parlare, vi aspetto al Festival e le condivideremo! Rispetto alle frustrazioni beh… Volevamo che cadesse il patriarcato, ma evidentemente c’è ancora molto lavoro da fare.

 

MICHELE PASCARELLA

 

5-14 luglio 2019 – Santarcangelo di Romagna (RN), luoghi e orari vari – info: santarcangelofestival.com

 

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