Da Cannes a Bologna avec amour, il documentario di Mario Sesti su Bertolucci visto da noi

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Cinecittà – I mestieri del cinema. Bernardo Bertolucci: no end travelling di Mario Sesti appartiene a quel manipolo di film che il Biografilm ha acquisito quest’anno da Cannes (insieme all’anteprima italiana di Diego Maradona di Asif Kapadia). Applaudito all’anteprima francese, il film ha avuto il 4 giugno al Maxxi di Roma la sua première nazionale e sarà trasmesso a novembre su Sky Arte.

Inizia con una sequenza mai montata di Novecento, con le immagini di un treno in corsa verso lo spettatore, zeppo di bandiere rosse, questo documentario, che è un omaggio sia al cineasta parmense che al cinema. Perché “Il cinema inizia con un treno, ecco ti regalo l’inizio del cinema”, dice affettuosamente Bertolucci.

 Ma in uno scambio di doni, è anche un regalo di Bernardo Bertolucci all’amico Mario Sesti. Il documentario si dipana attorno a un’inedita lunga e recente intervista, al centro di un’opera che nasce quale primo episodio di una serie dedicata ai mestieri del cinema pensata e prodotta da Istituto LuceCinecittà con Sky Arte. Ma come ci dice lo stesso Sesti prima della proiezione, questo non sarà un episodio, bensì rimarrà un unico, per la portata del personaggio che contiene il cinema stesso.

Partendo da un treno lanciato sul pubblico del 1896, il treno attraversa l’intera storia della settima arte e percorre trasversalmente tutti i generi cinematografici. È il luogo ideale per cominciare una riflessione su di essa. Da qui parte Mario Sesti, critico e regista, che fa tesoro di un frammento per scrivere un discorso amoroso (anche) sul cinema di Bernardo Bertolucci.

Attraverso l’autore, morto a Roma il 26 novembre del 2018, passiamo attraverso le epoche del lavoro di una vita. L’idea del dono è palpabile nello spirito dell’opera e nel suo tono di voce: un racconto personale e privato (la conversazione avviene nella casa romana di Bertolucci), dove il regista snocciola ricordi di una vita, attraverso aneddoti, riflessioni, fantasie.

Da quando vomitò su Jean-Luc Godard, a quando faceva esperienza del rapporto tra la cultura italiana e quella americana, quando la notte degli Oscar dal palco dove ritirò 9 Oscar per L’ultimo imperatore, definì Los Angeles “the big nipple”, controcanto di New York. Ci fu il gelo. Almeno per un’interminabile manciata di secondi. A un ricchissimo repertorio di teoria e tecnica del suo modo di fare cinema, e di vivere e convivere con la sua tribù. Ovvero i suoi collaboratori sui suoi set, la sua bolla, dove si sentiva sicuro e protetto.

 È palpabile la differenza tra la pacata misura del Bertolucci settantenne con il Bertolucci giovane, spaccone e sfrontato della prima parte del documentario. Dove dichiara convinto che “da giovane rivoluzionario” quale si sentiva, aveva giurato a sé stesso che se mai avesse vinto un Oscar l’avrebbe rifiutato, come Sartre col Nobel (salvo poi fare tutto il contrario nell’88).

Bertolucci è anche questo, una contraddizione sanabile tra la prediletta Nouvelle Vague e Hollywood. Un autore la cui statura rende assoluta anche un’affermazione relativa, ovvero che “fare cinema altro non è che la ripetizione di quel gesto criminale del bambino che spia nella camera da letto dei genitori”.

di Marina Ruiz

visto al Biografilm Festival di Bologna

 

 

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