Visto (e fatto) da noi: Zorba il greco e Concerto Trekking, per iniziare il Ravenna Festival

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Zorba il greco - ph. Angelo Palmieri

 

L’edizione del trentennale si è per noi aperta con due esperienze inclusive e diversissime. Alcune note, a partire da Goethe.

«Chi conosce sé e gli altri sa bene anche questo: l’Oriente e l’Occidente non sono più da separare. Prendo come regola di stare in un sapiente equilibrio fra i due mondi, e perciò la scelta sia sempre il moto fra Est ed Ovest»: due quartine di Johann Wolfgang Goethe paiono appropriate a sintetizzare lo spirito che ha intriso le prime due proposizioni da noi incontrate nell’edizione 2019 del Ravenna Festival, la numero trenta.

Si è trattato, nel primo fine settimana di programmazione, di Zorba il greco (Zorbas), suite da balletto in ventitré scene per contralto, coro misto e orchestra da camera proposto alla Chiesa di San Giacomo di Forlì, e un partecipatissimo Concerto Trekking (Tra argini e capanni), che due giorni dopo si è articolato, partendo da Lido di Dante, come «percorso musicale e gastronomico tra gli argini e la foce dei Fiumi Uniti».

Entrambe le proposte, Goethe docet, sono state caratterizzate dal farsi luogo, letteralmente, di mondi sonori (o più in generale artistici, o ancor più in generale filosofici) affatto proteiformi. Finanche opposti.

Spiega Susanna Venturi nell’utile programma di sala di Zorba il greco: «La storia, che dalla vita vera trasmigra al romanzo, poi al cinema fino al balletto (ma non disdegna neppure il musical di Broadway, nel 1968, versi di Fred Ebb e musica di John Kander), disegna l’incontro tra due mondi: l’Oriente di Zorba, uomo libero, avventuriero sanguigno e generoso, di antica saggezza, e l’Occidente dell’intellettuale John, lo straniero, che della vita in fondo non sa nulla».

 

Zorba il greco – ph. Angelo Palmieri

 

La partitura di Mikīs Theodōrakīs, a Forlì eseguita con brillante vigore dall’Orchestra Arcangelo Corelli diretta da Jacopo Rivani, realizza questo incontro di mondi lontanissimi attraverso un «sapiente equilibrio» (Goethe, ancora) di opposti, con precise variazioni di timbro, dinamica e colore: nerbo e morbidezza, intimismo e solennità, fendenti e ricami, rombi e sussurri, unisoni e dissonanze, il Romanticismo ottocentesco e le Avanguardie del primo Novecento, ecc.

Tutto ciò a costituire un sistema auto-sufficiente ed auto-significante nel quale la musica non è chiamata a rappresentare contenuti narrativi o tematici (in questo caso: la vicenda di Zorba, l’incontro fra Oriente e Occidente) ma, semplicemente e oggettivamente, a manifestarne la dinamica.

Da qualche secolo l’Estetica musicale si interroga sulla reale, oggettiva possibilità della musica di narrare un contenuto referenziale. Non ci addentreremo ora in questo terreno, tanto proteiforme quanto affascinante: ai fini del nostro piccolo discorso è sufficiente notare, crediamo, come il dato puramente sonoro sia stato il luogo di questo incontro fra opposti. Senza imitazioni e al di là di ogni supposto contenuto referenziale.

Sineddoche di ciò può forse essere il celeberrimo syrtaki finale: pura gioia del ritmo che aumenta (o meglio, accade) al di là (o meglio, prima) di ogni simbolo, significato, narrazione.

Una esperienza di ascolto ricchissima e, come si accennava, autoportante: che tende a contenere al proprio interno la moltitudine di elementi che la costituiscono.

 

Concerto Trekking – © Luca Concas

 

Di segno diametralmente opposto è stato il Concerto Trekking da noi esperito, assieme a qualche centinaio di ascoltatori-camminatori, due giorno dopo.

Il percorso, di circa sette chilometri, è stato puntellato da un susseguirsi di momenti spettacolari di diversissima origine e forma: dalle letture del poeta romagnolo Nevio Spadoni al duo «italo americano» composto dal percussionista Vince Vallicelli e dal chitarrista Don Antonio, dai racconti del marinaio e scrittore Fabio Fiori ai concerti di Marco Zanotti con Alejandro Oliva e del Trio “Al Caravèl”, tra dialetto romagnolo e percussioni etniche, fino ai suoni delicatissimi della m’bira e del canto di Stella Chiweshe, musicista dello Zimbabwe molto nota fra gli appassionati di world music la cui performance è più simile (nella forma e forse anche negli intenti) a un rituale propiziatorio che a un semplice concerto.

Il tutto arricchito dalla possibilità di assaggiare una serie di prelibatezze gastronomiche.

È esattamente in questo termine, «arricchito», l’essenza (e, a nostro parere, il limite) di questo pur apprezzatissimo percorso.

 

Concerto Trekking – © Luca Concas

 

Senza entrare nel merito delle diverse performance, tutte eseguite con professionalità e competenza, viene da pensare a quale funzione esse dovessero avere: probabilmente, e legittimamente, quella di arricchire, appunto, una camminata «tra argini e capanni» in una domenica pomeriggio di inizio estate.

La domanda che sorge è duplice, e riguarda da un lato il tipo di rapporto che queste proposizioni performative hanno instaurato con il luogo in cui si sono svolte e dall’altro, più radicalmente, la necessità (o l’opportunità) di arricchire una esperienza di immersione nel paesaggio per renderla più efficace , giacché di questo con ogni probabilità si trattava (altrimenti le stesse performance avrebbero potuto essere proposte in qualunque sala da concerto o da spettacolo).

Sul primo punto: a noi è parso che la scelta sia stata almeno in parte guidata da principi di tipo decorativo, con il paesaggio trattato come sfondo, un po’ come avveniva con le scenografie dipinte nel teatro rinascimentale la cui funzione era quella al contempo di compiacere il guardante e di convogliare la sua attenzione sul dicitore che vi si poneva di fronte.

Sul secondo punto, per restare su un piano di concretezza: si è posta più attenzione ai musicisti e ai dicitori o al paesaggio che li avvolgeva? O più esattamente: i loro suoni e le loro parole erano finalizzate a stimolare nello spettatore una diversa percezione del luogo in cui si trovava?

 

Concerto Trekking – © Luca Concas

 

Da tempo gli studi più avanzati sulle performing arts si interrogano sulla possibilità di alcune proposizioni artistiche di produrre spaesamenti, anche piccoli, per cercare di cambiare il modo di guardare la realtà circostante (sia essa naturale, urbana, sociale, …) e quindi ciò che si vede in essa.

Per accorgersi della postura che si assume nel proprio rapporto con il mondo.

Per la possibilità di incontrarlo in quanto tale: senza arricchimenti, abbellimenti, migliorie.

Nessuna «realtà aumentata», dunque, ma occhi e orecchie ripuliti per percepire lo smisurato reale che ogni giorno, e spesso distrattamente, attraversiamo: «Happy new ears», direbbe John Cage.

Noi, grati per le esperienze e le domande che Ravenna Festival ci ha fatto e farà vivere e sorgere, ci prepariamo ai prossimi ascolti, incontri, visioni.

Per l’alto mare aperto.

 

MICHELE PASCARELLA

 

Zorba il greco, 7 giugno 2019 – Concerto Trekking, 9 giugno 2019 – info: ravennafestival.org

 

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