Jannis Kounellis e Marco De Marinis. Paesaggi e spaesamenti

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Romeo Castellucci, ETHICA. Natura e origine della mente - foto di Guido Mencari

 

La sede veneziana di Fondazione Prada ospita la prima retrospettiva dedicata al maestro dell’arte povera dopo la sua scomparsa: forme e modi di guardare il mondo che sembrano risuonare nel recente volume Ripensare il Novecento teatrale, edito da Bulzoni.

Non certo un saggio, ma semplici note di gratitudine.

Senza pretesa di esaustività, né tanto meno di scientificità, queste brevi righe provano a intrecciare il lavoro di un artista che ha segnato la storia dell’arte (et ultra) del secondo Novecento e il recente volume di uno studioso che la storia del teatro (et ultra) ha analizzato e raccontato in decine di saggi e decenni di insegnamento: di fronte a una tale mole di estro e sapienza, che richiederebbe ben altri approfondimenti, desideriamo ora unicamente restituire alcune assonanze che ci è parso di scorgere visitando a palazzo di Ca’ Corner della Regina, sede veneziana di Fondazione Prada, la prima retrospettiva dedicata a Jannis Kounellis dopo la sua scomparsa (avvenuta nel 2017) e, negli stessi giorni, studiando il libro Ripensare il Novecento teatrale di Marco De Marinis.

 

 

Paesaggi e spaesamenti: il sottotitolo del denso volume edito da Bulzoni nel 2018 pare sintetizzare una comune attitudine, volta a utilizzare «la materia come un trampolino».

Vecchie bottiglie, ferri arrugginiti, fiamme, tubi di gomma, bombole a gas, sacchi di carbone e sementi, pietre, corde, reti metalliche, tavoli, armadi, attaccapanni, giacche, scarpe, macchine da cucire, rotoli di piombo: sembra l’inventario di un rigattiere l’elenco dei materiali che compongono le oltre sessanta opere, realizzate tra il 1959 e il 2015, presentate nelle sale dello storico palazzo veneziano. Con il correttivo, nel caso di Kounellis, di lavorare con la materia in quanto tale (presentazione vs rappresentazione, Duchamp docet) e, al contempo, tradurla in elemento trascendente (termine che, vale forse ricordarlo, nell’etimologia evoca l’atto fisico dello scavalcare), procurando al visitatore una esperienza concretamente misteriosa, letteralmente sconosciuta.

 

 

Analogamente la raccolta di saggi pubblicati nel volume di De Marinis (tutti per l’occasione rivisti dall’autore) analizza con rigore un’ampia e stratificata genealogia (da Brecht a Brook, da Artaud a Grotowski e -in riferimento ad anni più recenti- da Guerrieri a Fo, da Cecchi al Teatro delle Albe, da Castellucci a Punzo), restituendo e proponendo dell’opera di questi e altri Maestri «più noti che conosciuti» inedite prospettive e letture.

Ben lontani da un’idea di arte come «imitazione della bella natura», sia la mostra che il volume sembrano utilizzare il conosciuto (o quantomeno ciò che più o meno superficialmente si ritiene di conoscere) per affacciarsi in territori altri – cosa che l’arte e chi la studia  dovrebbero sempre fare, forse.

 

 

Una sorta di fiducia di marca fenomenologica pare sottendere tanto alle produzioni di Kounellis (non è forse un caso che tutte le opere presentate a Venezia siano Senza titolo, come se non servisse aumentare una materica realtà in sé pienamente bastante), quanto al fondare su elementi oggettivi ogni costruzione di pensiero e qualsivoglia discorso, nelle scritture di De Marinis.

Il «teatro degli elementi, un teatro elementale, ovvero un teatro superficiale, fatto di superficie, perché […] cerca la commozione e non la comunicazione» di cui De Marinis parla in riferimento al lavoro di Romeo Castellucci pare risuonare nel linguaggio «fisico e ambientale dove l’operazione concettuale si intreccia alle materie elementari […] un linguaggio basato sulla primarietà degli elementi vitali e sulla relazione terrestre con l’arte», come si legge nei materiali di presentazione dell’esposizione veneziana.

 

 

«La genesi della creazione» di cui lo studioso ragiona al termine di una luminosa riconsiderazione del tema della Crudeltà in, per e con Artaud sembra incarnarsi nel dialogo fra organico e inorganico in alcuni assemblage ambientali di Kounellis, così come la messa in disparte del «fragile “io”» perseguito da Grotowski si invera in forme materiche affatto lontane da ogni esplicito autobiografismo e le stratificate riflessioni sul superamento della regia paiono inverarsi nella «fuoriuscita dal quadro» che caratterizza gran parte della ricerca di Kounellis.

Tanto altro si potrebbe (dovrebbe?) aggiungere su questa esposizione su questo volume commoventi -nel senso etimologico del farci muovere assieme a loro, partendo da dove si è- ma per ora basti un caloroso invito a visitare e a leggere.

A spaesarsi.

MICHELE PASCARELLA

 

La mostra Jannis Kounellis, a cura di Germano Celant, è visitabile fino al 24 novembre 2019. Qui un breve video introduttivo. Qui altre info.

Qui, invece, altre info sul libro di Marco De Marinis.

 

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