Variazioni e connessioni: Bregović e Bach, Amleto e Majakóvskij

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Goran Bregović - foto di © Zani-Casadio

 

Specchio e rifrazione del (e nel) presente, l’arte sembra ogni giorno di più fare dell’ibridazione la propria raison d’être. Brevi note su quattro casi recenti, alla ricerca di “something third”.

Con buona pace di leghisti e affini, il panorama artistico contemporaneo appare sempre più interculturale e transculturale.

Interculturale perché nasce dall’incontro-confronto di identità (personali, professionali, socio-antropologiche) differenti; transculturale perché «tende a superare i dati culturali di partenza e, se e in quanto produce esperienza reale, autentica, mette in questione le identità codificate, sia individuali che collettive, mirando, addirittura -a volte- a una certa oggettività, pre- o post- culturale, o più esattamente a un something third, un “qualcosa di terzo” che “non è né universale né culturale”»: attraverso la prospettiva proposta dallo storico Marco De Marinis in apertura del suo Il teatro dell’altro (La Casa Usher, 2011), proveremo a dare brevemente conto di quattro proposizioni da noi incontrate nei giorni scorsi.

Al di là di ogni giudizio cercheremo di accennare, in estrema sintesi e senza alcuna pretesa di esaustività, a come esse facciano di un non del tutto definibile altro il punctum del loro esistere.

 

Goran Bregović – foto di © Zani-Casadio

 

Il primo caso a cui accenniamo è il grande concerto di Goran Bregović, a cui abbiamo assistito nell’ambito del Ravenna Festival. Sul grande palco del Pala de Andrè molte decine di artisti: la possente Orchestra sinfonica Arcangelo Corelli diretta da Jacopo Rivani, una vigorosa band gitana di fiati, tre violinisti solisti (provenienti da Tunisia, Serbia e Israele), due sfolgoranti cantanti bulgare e un sestetto di voci maschili. Un organico che già in sé potrebbe essere sufficiente a significare la pervicace attitudine all’intreccio di questa star che «ha fatto tutto», come si legge in apertura del ricco, documentatissimo saggio di Alessandro Rigolli presente nel programma di sala.

Dal testo del colto critico musicale vale riportare, a mo’ di sineddoche, un frammento che dà conto della consolidata attitudine ibridante di questo artista dalla lunga carriera (il prossimo anno compirà settant’anni): «Goran Bregović era diventato famoso nella sua Jugoslavia tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta come cantautore e chitarrista di una band rock con base a Sarajevo: Bijelo Dugme (Bottone Bianco). La band è stata tra le prime in Jugoslavia a mescolare melodie popolari con l’estetica importata del rock and roll americano. Quando la dissoluzione della Jugoslavia divenne una prospettiva imminente, Bregović prese una posizione politica attiva nel conflitto. In contrapposizione al nazionalismo più aggressivo, la band promosse l’idea di una Jugoslavia quale società aperta, abbastanza ampia per l’esistenza non conflittuale di una molteplicità di idee diverse, non importa quanto opposte e apparentemente incompatibili. A livello musicale la “lotta” di Bregović contro il nazionalismo si materializzò attraverso l’occupazione attiva del folklore».

Oltre due ore di concerto debordante di colori e ritmi, mondi sonori e energia, in un rito collettivo volto a festeggiare «una musica che ci sembra istintivamente di riconoscere e alla quale il nostro corpo difficilmente sa resistere».

Balcanico e cosmopolita, in viaggio perenne fra modi e mondi: la medesima vocazione connettiva è stata espressa, due giorni dopo, dal violoncellista Mauro Valli al Chiostro della Biblioteca Classense di Ravenna.

 

Mauro Valli – foto di © Jenny Carboni

 

Nell’ambito del Ravenna Festival Valli ha articolato un programma che ha messo in relazione, con rigore filologico, i Ricercari di Domenico Gabrielli con le ben più celebri Suite per violoncello solo di Johann Sebastian Bach, suggerendo un’influenza dei primi sulle seconde.

Senza addentrarci in specificazioni tecniche (in merito alle quali non abbiamo sufficiente competenza e che comunque non sarebbero necessarie al nostro piccolo discorso), ciò che vale notare è come il severo e al contempo luminoso accostamento proposto abbia aiutato il pubblico a compiere un’azione cognitiva articolata, finanche faticosa: porre attenzione non solamente alle singole composizioni, ma soprattutto alle relazioni (formali, tematiche, storiografiche) fra esse.

In un’epoca di semplificazioni annichilenti e brutali, nella quale il «make it easy» pare porsi come valore assoluto e dirimente, ben vengano proposizioni culturali concepite secondo un approccio rizomatico che mette in tutta evidenza un fatto incontrovertibile: l’arte è sempre il risultato di proposte che raggiungono il proprio culmine solo quando sono fatte proprie da altri individui che conferiscono loro nuovi e proteiformi significati.

Tale è il punctum anche di False Hamlet. Opera teatrale in Fa maggiore di Andrea Cramarossa, attore, drammaturgo, regista e pedagogo del Teatro delle Bambole, rigoroso e visionario ensemble pugliese che da qualche tempo seguiamo con affetto e rispetto.

 

Andrea Cramarossa

 

In attesa di vedere l’allestimento scenico ne abbiamo letto il testo, pubblicato nell’aprile 2019 da Spagine, periodico di informazione culturale dell’Associazione Fondo Verri Presidio del Libro di Lecce.

Paola Teresa Grassi nella prefazione afferma: «Se le note ordinarie risuonano per conoscenza, la tonalità “relativa” porta oltre e altrove». Un altrove, vivaddio, non del tutto definibile, ingabbiabile, circoscrivibile: un luogo altro, misterioso e lieto, che senza posa affiora in questo testo delicato e feroce, coltissimo e commovente, composto con una sapienza ritmica e una ricchezza lessicale del tutto rare.

Monologo di Amleto, breve dialogo tra Amleto e Ofelia, monologo di Ofelia: la struttura tripartita del testo è netta nel ridisegnare la celeberrima scena I dell’atto III del capolavoro shakespeariano. Un testo che Andrea Cramarossa usa come trampolino, pare di poter affermare, per tuffarsi in acque ora oscure ora rinfrescanti, ora quiete ora vorticose, comunque sconosciute.

Una scrittura poetica (dunque ritmica, dunque creatrice) che anche a una prima lettura (a cui ne seguiranno altre, più attente) crea, appunto, una quantità di immagini lievi e ritmicamente persistenti: «Ofelia cammina come un fiore / stretta e lunga allungata» (p. 15), «le ciglia che si fanno convento» (p. 16), «Il fantasma mi tormenta / mi obbliga /e io sono pazzo. Di voi» (p. 21), «Essere o non essere / comincio a esistere / questo è il problema» (p. 30), «il rigore insegnatomi dalla rugiada» (p. 41), «la mia ciurma di farfalle» (p. 60), «aprite il torace / nello sbadiglio accogliente / del / vostro / vuoto» (p. 76).

A lungo si potrebbe continuare, ma pochi esempi crediamo possano bastare a suggerire una idea e una prassi di arte che si fa preziosa sonda del mistero.

Analogamente un mistero, ma di tipo più storico/cronachistico, è alla base de L’incidente è chiuso, spettacolo di Menoventi andato in scena in anteprima al Palazzo delle Esposizioni di Faenza (il debutto sarà a fine agosto a Bassano del Grappa).

 

 

Ciò a cui abbiamo assistito forse necessita di qualche ulteriore asciugatura e precisazione, a favore di un’efficacia ritmica che la Compagnia faentina ha ben dimostrato di padroneggiare in precedenti produzioni.

In questo caso il punto di partenza è il libro Il defunto odiava i pettegolezzi di Serena Vitale (Adelphi, 2015): «Mosca, 14 aprile 1930. Intorno alle undici del mattino i telefoni si mettono a suonare tutti insieme, come indemoniati, diffondendo “l’oceanica notizia” del suicidio di Vladimir Majakovskij: uno sparo al cuore, che immediatamente trasporta il poeta nella costellazione delle giovani leggende. Per alcuni quella fine appare come un segno: è morta l’utopia rivoluzionaria. Ma c’è anche il coro dei filistei: si è ucciso perché aveva la sifilide; perché era oppresso dalle tasse; perché in questo modo i suoi libri andranno a ruba. E ci sono l’imbarazzo e l’irritazione della nomenklatura di fronte a quella “stupida, pusillanime morte”, inconciliabile con la gioia di Stato» si legge nella scheda di presentazione del volume «Ma che cosa succede davvero quella mattina nella minuscola stanza di una kommunalka dove Majakovskij è da poco arrivato in compagnia di una giovane e bellissima attrice, sua amante? Studiando con acribia e passione le testimonianze dei contemporanei, i giornali dell’epoca, i documenti riemersi dagli archivi dopo il 1991 (dai verbali degli interrogatori ai «pettegolezzi» raccolti da informatori della polizia politica), sfatando le varie, pittoresche congetture formulate nel tempo, Serena Vitale ha magistralmente ricostruito quello che ancora oggi è considerato, in Russia, uno dei grandi misteri – fu davvero suicidio? – dell’epoca sovietica».

Nell’affrontare questa vicenda, torna un “marchio di fabbrica” dei fondatori Gianni Farina e Consuelo Battiston: il costante ondeggiare, come su un piano inclinato, dal naturalistico allo stilizzato o, meglio, dall’espressivo all’espressionista, a rendere il fatto scenico una esperienza non del tutto catalogabile, definibile, circoscrivibile.

Specchio di una realtà che lo è altrettanto.

 

Perché non si deve credere che uno specchio trattenga le immagini che ha riflesso, se d’una stella estinta ci giunge tuttora la luce?

Gesualdo Bufalino

 

MICHELE PASCARELLA

 

info: ravennafestival.org, teatrodellebambole.it, menoventi.com

 

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